La Biblioteca della Legalità

La lettura non è esclusivamente un’operazione individuale e solitaria.
La lettura può essere anche molte cose diverse e incarnarsi in tanti progetti differenti. Attorno ai libri ruotano infatti moltissime realtà, manifestazioni, idee interessanti che sanno dare sguardi alternativi, nuovi, altri a quello che leggiamo noi. Momenti, in somma, dove la solitudine del lettore abbraccia altre mille solitudini creando esperienze e pensieri nuovi.
Tutto questo è vero anche, e forse soprattutto, per i libri per ragazzi, dove le idee vanno al galoppo e ci si può davvero sbizzarrire.

Una di queste idee interessanti l’ho scoperta da poco e mi ha subito colpito perché si concentra sulle storie per trasmettere alcuni messaggi ben precisi, condividendo così la mia idea che la narrazione sa essere un grande strumento di condivisione e propagazione di alcuni punti di vista che possono interessare la collettività.

Sto parlando di Bill, la Biblioteca della Legalità. Un progetto che vuole diffondere la cultura della legalità, appunto, e della responsabilità tra le nuove generazioni.

Nel mio piccolo, mi piaceva l’idea di far conoscere ad altri questa realtà e quindi ho pensato di intervistare chi ha contribuito alla nascita di Bill, ovvero Michele Altomeni, presidente della Fattoria della Legalità. Io lo ringrazio davvero di cuore perché è stato gentilissimo ed estremamente disponibile. Vi invito a leggere le sue risposte e a spulciare il sito del progetto, dove potrete trovare tutte le informazioni di cui potreste aver bisogno.

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Come e da chi nasce la biblioteca della legalità?
Nasce all’interno della Fattoria della Legalità, che è un centro di educazione e formazione sui temi della cittadinanza e della partecipazione sorto da un bene confiscato alle mafie nel comune di Isola del Piano, nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino. La Fattoria della Legalità, fin dalla sua nascita, è stato un laboratorio in cui si incrociano persone e organizzazioni diverse, interessate ad avviare progetti e iniziative. Nel caso della Bill l’ispirazione è venuta dalla sezione di Pesaro e Urbino dell’Associazione Nazionale Magistrati che è guidata da persone animate da grande senso civico. All’inizio avevamo pensato semplicemente di acquistare dei libri per ragazzi da tenere a disposizione all’interno della nostra sede, ma per fare questa semplice cosa abbiamo messo attorno ad un tavolo diverse realtà interessate, da IbbY Italia al Forum del Libro, dall’ISIA di Urbino all’Associazione Italiana Biblioteche Marche. Si è rivelata una miscela esplosiva perché quella semplice idea si è trasformata un un progetto molto più ampio che adesso gira l’Italia.

Cos’hanno a che fare le storie, e in particolare i libri, con la legalità e la giustizia?
Quando abbiamo iniziato ad occuparci di educazione alla legalità ci siamo subito resi conto che uno degli strumenti più validi che avevamo a disposizione erano le storie. Se si vogliono trasmettere valori, principi e ideali in maniera efficace bisogna passare attraverso la narrazione, intesa come racconto di esperienze e di esempi. Questo vale per i bambini e i ragazzi in età scolastica, ma in realtà vale anche per gli adulti. Le storie ci inducono ad indossare i panni degli altri, a farci coinvolgere, quindi a comprendere a fondo una situazione. Questo è vero sia che si utilizzino storie vere, portando esempi di eroi, vittime, cittadini che hanno fatto scelte positive. Ma anche se si gioca con storie inventate, con racconti di fantasia, da cui però sia possibile trarre ispirazione.
La Bill comunque non è fatta solo di storie, cioè di narrativa, ma anche di saggistica che utilizza un linguaggio accessibile ai lettori più giovani, di fumetti e di libri illustrati adatti anche a bambini molto piccoli. Pensiamo che l’atto di leggere sia già un passo sulla strada della cittadinanza. Comporta di per sé una scelta di profondità rispetto alla superficialità di altre forme culturali o di intrattenimento. Se anche i contenuti della lettura sono formativi i passi sono già due.

Che tipo di progetti offre Bill e come diffonde queste storie di legalità?
Come dicevo, quando abbiamo cominciato a pensare ad una nostra biblioteca per la nostra sede abbiamo subito cominciato a temere che i libri restassero per gran parte del tempo sugli scaffali, senza riuscire a svolgere la loro funzione di arrivare davvero ai ragazzi. Allora abbiamo pensato che questa biblioteca avesse bisogno di gambe, per non restare ferma ad aspettare lettori, ma per correre loro incontro. Le gambe in realtà sono le ruote di alcune valigie trolley che trasportano la biblioteca da una scuola all’altra. Le insegnanti prenotano la biblioteca all’inizio dell’anno scolastico, partecipando ad un corso di formazione e aggiornamento che offre tanti spunti di lavoro. Poi, a turno, ricevono le valigie. Le portano nostri operatori nel corso di un incontro didattico con le classi. La scuola può tenere i libri per due mesi, nell’arco dei quali gli alunni li prendono in prestito, li leggono, li consultano, li discutono, li rielaborano. Al termine dei due mesi andiamo a riprendere la biblioteca e di solito ci portiamo via una valigia in più, piena di lavori fantastici che gli studenti hanno realizzato. E subito consegniamo Bill alla destinazione successiva.

Bill, nel sito è detto più volte, è un progetto replicabile. Come si può fare per portare Bill nelle proprie città?
Quando le valigie hanno cominciato a circolare, subito ci sono arrivate richieste da varie parti d’Italia e ci siamo resi conto che non potevamo gestire la biblioteca da un unico punto. Così abbiamo cominciato a rispondere a queste richieste con l’invito a costituire sul territorio una nuova sede della Biblioteca. L’invito è stato raccolto con entusiasmo e oggi Bill, oltre che in Provincia di Pesaro, è presente a Padova, ad Ancona e ad Alessandria. A settembre, dopo un bellissimo percorso preparatorio attuato dalla Biblioteca Collina della Pace, nascerà quella di Roma, e poi sarà la volta dell’Alta Valle del Reno, della provincia di Latina e tante altre che si stanno organizzando.
Ci siamo dati alcuni semplici criteri per chi vuole aprire una Bill, uno dei quali è fare rete, perché quello è un valore di fondo per noi. La rete è intesa sia come collegamento tra tutte le Bill che nascono in Italia, sia come gruppo promotore su un singolo territorio, che dovrebbe sempre riuscire a comprendere attori diversi, tra associazioni, istituzioni, scuole, biblioteche, magistrati…
Poi ogni realtà ha la sua storia e le sue peculiarità ed è giusto che ogni Bill sia calata nel suo contesto. Ad ogni modo, per chi fosse interessato, invitiamo ad una visita sul sito http://www.biblitoecadellalegalita.it dove ci sono tutte le informazioni e i contatti.

Che tipo di riscontro avete avuto con i vostri progetti? Come venite accolti da realtà come scuole e biblioteche?
Il riscontro è stato superiore ad ogni nostra aspettativa, sia per quanto riguarda le richieste di ospitare la Bill sul nostro territorio, sia per quanto riguarda gruppi interessati a replicarla in altri luoghi. Tant’è che essendo la nostra una struttura piccola, facciamo spesso anche fatica a rispondere a tutte le esigenze. Le scuole che chiedono di ospitare la Bill hanno continuato ad aumentare, e grazie anche all’esperienza che man mano accumuliamo, anche il valore culturale dell’esperienza che se ne ricava sta crescendo. Le biblioteche sono per noi un partner fondamentale. Quasi tutti i gruppi nati in giro per l’Italia per costituire le Bill hanno alle spalle un ruolo trainante delle biblioteche e quasi sempre, di bibliotecari che si appassionano al progetto.

Come dite anche voi, l’Italia è un paese di non lettori, eppure voi avete scelto i libri per trasmettere il concetto di giustizia ai ragazzi. Mi vien quindi da chiedere come, secondo voi, si può invogliare i ragazzi alla lettura?
Per rispondere a questa domanda posso mettere in gioco sia la mia esperienza da educatore che viene in contatto spesso con insegnanti, che quella di padre. Come genitore cerco di far vivere ai miei figli un rapporto molto spontaneo e naturale con la lettura, come un qualunque altro gioco, senza mai forzarlo. I bambini amano le storie e amano sentirsele raccontare. Io ho iniziato a leggere loro storie già quando erano piccoli e sto vedendo che per loro prendere un libro la sera prima di addormentarsi è un gesto normale.
A scuola mi trovo a che fare con insegnanti molto bravi, e mi accorgo che i loro alunni tanto più amano leggere quanto più amano farlo gli insegnanti: la passione per la lettura è contagiosa. Penso che anche a scuola, coma a casa, si possa fare amare la lettura riuscendo a farla percepire non come un “compito”, ma come un momento piacevole. E in questo è fondamentale anche la scelta dei libri e il rispetto delle caratteristiche del ragazzo. Ognuno ha la sua strada per arrivare ad amare i libri, e il ruolo dell’insegnante è aiutare il bambino e il ragazzo a trovare quella strada. Incontro sempre più insegnanti che dedicano tempo a leggere storie ai loro alunni, anche questo è molto importante. Per molti leggere è faticoso, ma molti sono disposti ad affrontare una fatica se possono attendersi qualcosa che li appaga. La lettura da parte dell’insegnante può servire a questo, a capire che dentro i libri ci sono storie piacevoli, che meritano quella fatica.

Sul sito avete una lista di titoli che parlano in qualche modo di legalità. Ce n’è qualcuno che vi sentite di consigliare particolarmente?
La bibliografia è uno dei pilastri del progetto Bill, è uno degli aspetti a cui abbiamo dedicato fin dall’inizio più energie e costantemente c’è chi lavora all’aggiornamento di quella lista. Siamo certi che quella lista è di altissima qualità perché ci hanno lavorato persone che oltre ad essere professionisti del settore, come bibliotecari, editori e autori, sono persone di una grande umanità e passione civile. Per questo, al di là che si sia interessati al progetto Bill, il primo invito che facciamo, ad educatori e genitori, è di sfruttare la nostra bibliografia, che oggi contiene 202 titoli.
Credo sia molto difficile sceglierne qualcuno in particolare, perché come dicevo prima, il percorso che porta alla lettura e alla preferenza di un libro è molto soggettivo, intrecciato col vissuto personale. Per certi versi, il viaggio nella lettura, è una sorta di percorso iniziatico, dove ogni libro genera nuovi interessi che a loro volta ne generano altri, passo dopo passo, trasformandoti.
Però posso dire alcuni titoli che in questi anni gli insegnanti e gli alunni hanno maggiormente sfruttato. Per la narrativa direi “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi Garlando. Per la saggistica “La mafia spiegata ai ragazzi” di Antonio Nicaso, e per i fumetti “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia?, di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

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Di Confraternite e cecità

Qualche giorno fa Nate Moore, produttore dei Marvel Studios, durante un’intervista ha dichiarato che la Casa delle Idee non ha intenzione di seguire le richieste di quote di genere che vengono fatte dal pubblico, e che la loro agenda viene decisa esclusivamente in base alla qualità delle storie.
Un’affermazione interessante. Detta così sembra infatti che la qualità di una storia non abbia nulla a che fare con la tipologia di personaggi che andrà a rappresentare al suo interno. La cosa è in parte vera, perché si potrebbero avere in sviluppo, contemporaneamente, due film, uno su di un supereroe caucasico e uno su di un supereroe di colore, e magari la storia con l’eroe bianco potrebbe essere stata sviluppata meglio e quindi si decide di l’ok quella. Ci sta.
Tuttavia non riesco a fare a meno di chiedermi come sia possibile che una storia contemporanea possa risultare convincente con la presenza quasi esclusiva di maschi bianchi, etero e bellissimi, dove la diversità, se così dobbiamo chiamarla, è relegata a ruoli secondari.

E se una storia non è convincente sotto questo aspetto… può davvero essere una buona storia?

Se prendiamo per vere le dichiarazioni di Moore, e per farlo dovremmo riuscire a dimenticarci del fatto che non tutti i film Marvel si caratterizzati da buone storie… Se prendiamo per buone le dichiarazioni di Moore, dicevo, dovremmo concludere che in circa dieci anni di lungometraggi, i Marvel Studios non sono mai stati capaci di scrivere una buona storia inclusiva. In fondo, fino all’anno scorso la quota di genere era in mano alla Vedova Nera di Scarlett Johansson, che ovviamente non è un eroe di punta e alla spalla di Tony Stark, War Machine. Al massimo potremmo aggiungere la Gamora dei Guardiani della Galassia. Possiamo aggiungere, ma solo dal 2016, Scarlett Witch e Pantera Nera. Quest’ultimo, tra l’altro, sarà il primo supereroe di colore ad avere una pellicola tutta sua. Nel 2018. Mentre dovremo aspettare il 2019 per Captain Marvel, la prima avventura incentrata su una donna. E sì che Wonder Woman sta facendo furore ai botteghini di tutto il mondo…

Ma se anche sorvolassimo su queste dichiarazioni, andrei comunque a impantanarmi su alcuni commenti in merito che ho trovato davvero bizzarri, uno su tutti quello che affermava che richieste di questo genere, ovvero di una inclusività maggiore in tali pellicole, siano il frutto della moda femminista post elezione di Trump. Anche qui abbiamo una visione indubbiamente interessante, perché lascia intendere che il rappresentare seriamente eroine donne, o eroi di altre etnie o di altre preferenze sessuali sia inutile. Ci si dimentica quindi che il mondo non è tutto bianco, etero, sano e maschio. Nemmeno quello scintillante di Hollywood.
Eppure i fumetti sono sempre stati inclusivi, e ora più che mai.
Senza contare il già citato Pantera Nera, che comunque è in circolazione dal 1966 e che assieme alla Tempesta degli X-Men (altra figura, donna e di colore, che al cinema ha avuto un’importanza infinitamente minore rispetto ai fumetti) forma una delle coppie più potenti dell’universo supereroistico, possiamo soffermarci su Kamala Khan, la prima supereroina musulmana, che ha debuttato nel 2013 riscuotendo consensi e riconoscimenti importanti. Nel 2015, poi, l’uomo ghiaccio degli X-men ha dichiarato la sua omosessualità. E Miles Morales! L’uomo ragno afro-americano che ha esordito nel 2011 e che, chissà perché, non è stato preso, probabilmente, in considerazione per il secondo reboot della saga, il cui ruolo principale è finito al bianchissimo, e simpatico, Tom Holland. Senza poi contare le ultime, e varie, rivisitazioni di eroi classici.

Tutto questo per dire che magari la presenza o meno di quote di genere diverse non pregiudica la buona riuscita di una storia, ma sicuramente ci stiamo raccontando una storia falsa.
Il nostro mondo è pieno di diversità, e raccontare questo non è questione di storie belle o meno belle, è questione di raccontare la verità, di narrare la realtà. E la realtà non si limita all’uomo etero e bianco, ma a essere sinceri non si limita nemmeno alle donne, agli altri orientamenti sessuali o alle diverse nazionalità. La realtà e raccontare tutte le diversità umane, comprese le difficoltà, le malattie e le patologie. E la realtà è parlare di tutto questo senza cadere nel trabocchetto del buonismo o dell’educazione sociale a ogni costo.

Sembra esserci riuscita (e sì, finalmente arriviamo a parlare del libro di oggi) Marine Carteron col suo Mio fratello è un custode, primo volume della trilogia dedicata alla Lega degli Autodafé.
Travestito da romanzo thriller, con la storia di una vita ordinaria che di colpo si trasforma in straordinaria, questo romanzo racconta ben più di un’avventura à la  Mistero dei Templari, come si potrebbe pensare a una prima lettura della trama.

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La vicenda inizia con la morte del padre di August Mars, detto Gus, un quattordicenne di Parigi che da questo momento in poi, da buon ragazzo ‘speciale’ che si rispetti, vedrà la sua vita stravolgersi nella maniera più assoluta. Per riprendersi dal brutto colpo, infatti, lui, la madre e la sorella autistica Césarine si trasferiscono in campagna dai nonni. Qui, oltre a dover fare i conti con una realtà che non ha nulla a che vedere con quella cittadina, Gus avrà a che fare anche con un segreto di famiglia: i suoi parenti più stretti sono componenti della Confraternita, una sorta di società segreta il cui scopo millenario è quello di proteggere, e divulgare, il sapere, e quindi la forma più antica in cui questo si trova depositato: i libri. Il guaio è che la Confraternita ha un nemico giurato: la Lega degli Autodafé. Sono loro i veri responsabili della morte del padre, e non sembrano intenzionati a volersi fermare qui.

L’autodafé, o auto de fe, significa atto di fede e sta a indicare la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore, e non è un caso che sia stato scelto un nome di questo tipo per una corporazione che vuole cancellare il sapere e i libri. Del resto, è tipico di un estremismo non voler ‘vedere’ le cose ‘scomode’, che non si vogliono vedere. E indubbiamente un credo che si barrica dietro muri di imperativi non accetterà mai altre visioni. E tanto per ricollegarmi a quanto detto prima, qualcuno di convinto che avere solo storie che hanno eroi bianchi e maschi non sia niente di strano, beh, probabilmente etichetterà come “moda femminista post-Trump” una richiesta che non riesce, o non vuole, comprendere.

E non è un che sono rimbambito se mescolo cinecomics e libri con un prolisso discorso sulla diversità e l’inclusività.
Mio fratello è un custode, infatti, è un libro sulla diversità. Non solo, è un libro sulla diversità fatto bene.

Il romanzo viene narrato da due voci: quella di Gus e quella di Césarine, e in nessuna delle due parti la ragazza viene mai trattata diversamente perché, appunto, ragazza o perché autistica. Questo, attenzione, non significa che il disturbo non venga mai nominato, anzi, il suo essere autistica è sempre presente, così come vengono raccontate alcune problematiche e alcuni piccoli atti di bullismo di cui è vittima. Però tutto viene trattato con normalità, sia dalla narratrice che dagli altri personaggi che le sono vicini.
Césarine non è un personaggio problematico, o particolarmente bisognoso, o difficile, o da difendere, o da prendere come modello per insegnare ai lettori che non bisogna prendere in giro chi è diverso. No. Lei è, semplicemente, un altro personaggio. Lei è noramle. Lei è parte della storia tanto quanto Gus. Lei è. E è in funzione di sé, non della sua malattia.
In un certo senso, tra l’altro, quello bizzarro dei due è proprio Gus, che arriva in una scuola di campagna con i modi e le mode parigine, dimostrandosi tremendamente fuori luogo. Ed è sempre Gus che non ne capisce niente di computer e tecnologia. è lui che passa il tempo a leggere e ancora lui che, durante la storia, viene etichettato come pazzo e mandato in un centro di recupero.

Il risultato, poi, è fenomenale. Il romanzo è divertentissimo, ironico e tagliente, sia nei capitoli di lui che in quelli di lei. Entrambi, ma in maniera diversa, riescono a inquadrare il mondo in maniera intelligente e sincera, senza però dimenticarsi mai, e sottolineo mai, di essere ragazzini, con i desideri, le paure e le ‘sparate’ tipiche di quell’età. E sono tutti e due a mandare avanti la storia e a rivelare verità e piani nascosti. Tutti e due.

La Carteron non si dimentica nemmeno che questo deve essere un libro di avventura per ragazzi, e infatti c’è ampio spazio per momenti adrenalinici e di pura azione, con tanto di combattimenti, esplosioni e guida spericolata.

Ecco, se dovessi trovare un punto debole a questo primo volume, quello sarebbe il finale che reputo forse troppo ‘esplosivo’ (nel vero senso della parola) per i miei gusti. Mi rendo conto che un ragazzino di dodici anni potrebbe amarlo alla follia, perché potrebbe sentirsi protagonista di un film tipo Mission: Impossible, ma a me è sembrato un po’… oltre. C’è anche da dire che mancano due volumi e queste scene potrebbero trovarsi inserite in contesti più dettagliati e plausibili.

Per concludere, Mio fratello è un custode è un romanzo molto bello. Il thriller viene usato come pretesto per conoscere bene due protagonisti indimenticabili e inimitabili, e che sicuramente ci faranno entrare in maniera più approfondita nella Confraternita e nei suoi segreti.
Ma Mio fratello è un custode ci dimostra anche che le storie inclusive possono esserci, e possono pure d’azione, di supereroi, basta solo aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà è questa. Perché il succo è che la disparità, sia essa di genere o di qualsiasi altro tipo, non può essere vinta con campagne contro il bullismo. L’unico modo per batterla è rendere normale quello che noi vediamo come diverso.

Grande

Cosa significa diventare grandi?
Quando ci si può considerare grandi?
Quando prendo la patente del motorino? La patente della macchina? Quando ho soldi da spendere? Quando sono libero di fare quello che voglio? Quando gli altri mi rispettano?

Strano come una domanda apparentemente così facile, richieda in verità una risposta piuttosto complicata. Pensateci un attimo. Voi cosa rispondereste?

Per nostra fortuna, Daniele Nicastro ha, tra le altre cose, cercato una risposta a questa domanda scrivendo un bellissimo libro intitolato, appunto, Grande.

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La storia inizia con una promessa infranta e ragazzo imbronciato, Luca. Lui e i suoi genitori sono in viaggio. Hanno lasciato Torino, la città in cui abitano, alle spalle e procedono in direzione Sicilia, loro luogo natale. Solo che Luca non vuole andarci, si sente fuori luogo, fuori contesto. Sebbene le sue origini siano meridionali, lui è indubbiamente un ragazzo del nord e non riesce a concepire una vita come quella dei suoi parenti, coi pranzi troppo lunghi e gli orari sballati e le voci troppo alte e il terzo grado sui parenti.
Poi però conosce un ragazzo di quelli fighi. Di quelli che sono già grandi perché sanno impennare e perché si fanno rispettare pure dagli adulti. Ecco allora che un’estate che pareva rovinata, si trasforma in una nuova avventura, eccitante e intensa. Solo che, senza rendersene conto, Luca non si sta avvicinando all’età adulta, ma alla mafia.

È un romanzo interessantissimo, quello di Nicastro. Con una scrittura estremamente scorrevole e capace di immedesimarsi con i ragazzi delle medie, l’autore crea una storia che riesce a mescolare un argomento complesso come quello della crescita, con un argomento ancora più complesso, che è quello della mafia. E lo fa senza spiegare concetti, rischiando così di diventare un qualcosa di didattico, e senza cadere nella retorica dell’esaltazione di figure celebri che hanno lottato per il bene. (Esaltazione che è giusto fare, ma che in una narrazione di questo tipo rischia sempre di non riuscire a coinvolgere a dovere i lettori). No. Daniele Nicastro sceglie di calare il suo protagonista proprio all’interno di un’organizzazione mafiosa, o aspirante tale. In questo modo, non solo riesce a mostrare la meschinità di certi comportamenti, ma mostra ai lettori quanto siamo ignoranti, quanto ci sia impossibile conoscere davvero qualcosa finché non ci troviamo immischiati dentro. Perché Luca lo dice più volte nel libro: “Io so cos’è la mafia. L’ho studiata a scuola.” Ma non è vero. O meglio, è vero che l’ha studiata e ne ha parlato, ma non è vero che sa cos’è. Non la conosce veramente. E infatti lui non capisce quello che sta succedendo. Non riconosce quello in cui si sta cacciando. Rimane abbagliato da una figura che sembra grande, ma che lo è solo fisicamente. La forza del suo nuovo amico non è la grandezza, ma la paura. E dove c’è paura, non ci possono essere relazioni vere.

E qui entra in gioco il concetto di famiglia, la famiglia naturale, vera, dei sentimenti, contro la famiglia del clan.
La famiglia ‘vera’ di Luca gli ha dato problemi. Ha fatto una promessa che non ha saputo mantenere, l’ha allontanato dai suoi amici, lo tratta come un bambino. La famiglia ‘nuova’ invece gli da incarichi, lo tratta con rispetto, gli fa provare cose che normalmente non potrebbe provare. Ma questa seconda famiglia che sembra migliore della prima non lo è affatto, perché non arriva in tuo aiuto nel momento del bisogno, non ti difende davvero, non ci tiene a te, tiene al potere e ai soldi che tu puoi portare loro, tiene a te come si può tenere a un oggetto che ti serve per raggiungere uno scopo. Chiede ma non da, se non beni materiali e, alla fine, inutili.

Grande è una storia di illusioni.
Gioca sull’apparenza delle cose per mostrarci che non è tutto oro quello che luccica. Anzi, spesso è solo vetro aiutato da un raggio di sole.
E l’illusione assume varie forme. L’illusione di ‘perdere’ qualcosa se non ci si attiene ai programmi iniziali. L’illusione che un posto diverso non possa accoglierci a dovere. L’illusione tipica della crescita, e cioè del cosa voglia dire diventare grandi. L’illusione della famiglia, che non è e non può essere un gruppo di cheerleader il cui unico compito è cantarci inni incoraggianti. L’illusione di sapere, quando in verità non si sa nulla. E quest’ultimo punto credo sia di estrema importanza in un momento storico come questo, dove, anche grazie ai social, siamo abituati a esprimere giudizi su tutto e tutti credendo di sapere… e invece non si sa nulla, finché non ci si ritrova dentro una determinata situazione.

Credo che Grande sia un libro da leggere anche, o forse soprattutto, nelle scuole, perché merita di essere discusso e sviscerato e condiviso. È affrontabile già per i ragazzi di prima media, perché Daniele ha una scrittura piacevolissima e mai pesante, pur non essendo mai banale, e questo gli permette di poter raggiungere un pubblico ampio e ricettivo.

Grande è un libro da leggere perché come tutti i bei libri sa donarti molto senza che tu te ne renda conto.

Oltre il muro

Amo molto i disegni di Tony Sandoval. Sono bellissimi e grotteschi allo stesso tempo, in grado di suscitare fascino e desiderio, ma anche una sensazione simile alla paura, proprio come l’età che questo artista preferisce raccontare, ossia tutto quel periodo di intersezione/cambiamento/evoluzione che è la pre-adolescenza e l’adolescenza stessa.

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Oltre il muro è una collaborazione di Sandoval con Pierre Paquet, che qui scrive la sceneggiatura, e che ha come protagonista un ragazzino in fase di ‘transizione’, appunto.
A dire il vero, l’adolescenza non è il perno centrale su cui ruota tutta la storia (si scoprirà solo alla fine la causa del tutto), ma è indubbio che questa avventura, vissuta in questo modo, è frutto di un’adolescenza imminente.

Se Pepe, il protagonista, fosse stato più piccolo, o più grande, avrebbe affrontato tutto alla stessa maniera? Io non credo. Ed è questa la differenza con altre narrazioni che potrebbero essere simili: l’età. E ovviamente la capacità di tratteggiarla a dovere, quest’età.

In questo mondo-soglia tra fanciullezza ed età adulta si mescolano sentimenti e pensieri appartenenti ad entrambe, ed ecco quindi che una situazione dolorosa da il via non a un’avventura vera e propria, ma a un incubo popolato da mostri che inseguono, che vogliono divorare, sbranare, ma anche a prati pieni di fiori e belle ragazze,  amore ma anche dolore.

Devi arrenderti all’evidenza… sei solo al mondo.

È l’età, questa, in cui si scoprono cose: la solitudine, la responsabilità, le conseguenze delle proprie azioni che, per la prima volta, devono essere affrontate da te.
E ogni volta che si abbatte un muro e lo si supera, ecco una nuova sensazione! Qualcosa che prima non si era provato e che ci fa sempre più male. Ma anche più bene.

Quando sei bambino, c’è una specie di magia che ti da l’illusione di sapere tutto… ma questa arroganza può presto trasformarsi in un colpo di pugnale al cuore.

La grande avventura di crescere è una sorta di apprendistato, uno stage, dove tutto quello che ti è stato detto prende forma. Ora puoi toccare la realtà con mano. E ti scotti. Inevitabilmente.
Ma l’importante è capire che, a vole, quello che sembra un male magari non lo è. Non del tutto.
A questo proposito trovo meravigliose le pagine dedicate all’uomo che vive in un prato fiorito, circondato da fate dei fiori: quando è triste piange, e le sue lacrime fanno crescere i fiori. Ma se è felice non c’è più acqua, i fiori muoiono e le fate, unica compagnia dell’uomo, scompaiono. Credo sia una visione estremamente forte e importante.

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E poi, con l’adolescenza si incomincia a capire che il tempo avanza inesorabile, senza mai fermarsi, senza concederti una pausa. Quello che è successo… è successo. Bisogna solo capire come affrontarlo al meglio, e per capirlo bisogna riuscire ad affrontare i propri incubi.

Sono diventato un uomo senza volerlo.

Oltre il muro
di Pierre Paquet e Tony Sandoval
Traduzione di Stefano Andrea Cresti
Tunué, 96 pagine, 14,90 €

Intervista a Rrose Sélavy

Rrose Sélavy è il nome con il quale Marcel Duchamp ha firmato alcune sue opere. E il bello di questo nome d’arte è che può essere letto anche come “Eros c’est la vie”.
La vita è passione.
Ed è proprio la passione il fattore caratterizzante dei libri illustrati pubblicati da una piccola casa editrice che di nome fa, appunto, Rrose Sélavy.

Io l’ho scoperta “grazie” a Loredana Lipperini, che a questa casa editrice ha affidato una storia dal titolo Pupa, e scoprire una realtà come questa, in un mercato librario come quello attuale, beh… è una ventata d’aria fresca.
Libri curatissimi. Belli sia dentro che fuori, sia nelle storie che nelle illustrazioni. Un lavoro non lasciato al caso ma ben pensato, ponderato, e fatto con grande passione e grande amore. Tutto questo traspare a ogni pagina. Lo si sente.

Non potevo non approfondire la conoscenza di questo editore, e così ho intervistato Massimo De Nardo, fondatore di Rrose Sélavy e autore del primo albo pubblicato con questo marchio (che poi è una storia, anzi due, bellissima!).
Qui sotto trovate le mie domande e le sue gentilissime risposte. Io vi invito a leggerle con calma e a scoprire i loro Quaderni, che sono piccole opere d’arte.

DOMANDA: Ciao Massimo e benvenuto nel mio ‘meleto’. È un piacere e un onore ospitarti perché mi sono innamorato del lavoro che sta facendo Rrose Sélavy e vorrei condividere questo innamoramento coi miei lettori, ma anche togliermi qualche curiosità su di voi. Mi sento quindi di partire con una domanda che ti avranno fatto in molti, ma che non mi sento proprio di saltare: come mai hai deciso di fondare una casa editrice? E come mai proprio ora che l’economia va malissimo, che i lettori son sempre meno, che le librerie chiudono, eccetera eccetera? Si è trattato di un gesto folle? O forse… d’amore?
RISPOSTA: C’è voluto qualche anno per arrivare in questo luogo che oggi si chiama Rrose Sélavy (il cui nome duchampiano all’inizio finiva nelle spam dei librai). Strade tortuose e in salita, senza troppi paesaggi attorno. Deve essere così, se non erediti il mestiere di famiglia (mio padre faceva l’orologiaio ed era un fan di Dante), e credi pure che un mondo diverso sia possibile. Quindi, in salita, verso le nuvole. Ho iniziato in internet, con un sito personale (non un blog). Come moltissimi. Una ventina di anni fa. Il sito si chiamava Segnal’etica (l’apostrofo era importante, dal momento che si discuteva di etica e di “segnali”, cioè di comunicazione in senso ampio, dalla moda alla fotografia, dal design alla pubblicità, alla scrittura). Tutto è segno-segnale, e l’etica equivale (ancora oggi) a scegliere, a sottolineare una presa di posizione. Poi c’è stato un quindicinale stampato, Pythagoras, sedici pagine sui luoghi (agorà), intesi come spazi sociali: teatri, strade, musei, piazze. Gratis e con qualche inserzionista. Poi, a dicembre del 2011, il salto “nazionale” con un trimestrale, Rrose, sulla creatività. E da lì, mantenendo il formato e il tipo di carta, la trasformazione (fisica e mentale): libri illustrati per ragazzi (che piacciono anche agli adulti).
Inizi finalmente a fare qualcosa, e, siccome lo vuoi fare per davvero, non pensi al “momento”, e neanche agli anni che ti porti appresso e dentro, che non vanno mai in parallelo. Nessun gesto folle, l’azzardo c’è, ma ci sarebbe comunque, anche se dovessi decidere di aprire un kebab o una libreria. Di sicuro la passione è necessaria. E necessario è anche un piccolo investimento, perché alla fine di ogni percorso c’è sempre una cassa che stampa lo scontrino.

D: Non ti chiederò come mai hai deciso di dedicarti ai libri per bambini e ragazzi. Ti chiedo piuttosto COME si diventa editori per ragazzi? Cioè, cosa serve a un editore per pubblicare questo tipo di testi? E cosa bisogna cercare di fare, secondo te, in quanto editori di volumi per futuri adulti?
R: Se ti piace comunicare con le immagini (nel senso più ampio: illustrazione, fotografia, pittura, grafica, design) e se ti piace la scrittura (specialmente il raccontare con la scrittura), ti ritrovi in modo quasi naturale a fare libri illustrati. Se poi ci aggiungi il piacere per il fantastico, ecco che sei già nel mondo dove l’impossibile diventa possibile, e cioè nel fiabesco, nel surreale, nel gioco. Vale anche per i romanzi. “La metamorfosi” di Kafka a che genere appartiene? E La Divina commedia? Letteratura per adulti, letteratura per ragazzi, forse è il momento di non fare più distinzioni, sebbene le etichette dei “generi” ancora aiutino a identificare lo stile di un libro, di un film, di un fumetto, di una musica, di un quadro. Bisogna cercare di fare un buon libro, dentro e fuori. Bisogna cercare di vivere meglio. Concetto ovvio, ma poco applicabile. Noi ci sforziamo di fare così. Per imparare a conoscere la bellezza di una linea retta e di un affresco del Quattrocento. E poi scambiarsi delle opinioni. Perché non puoi (e chi vorrebbe?) fare a meno degli altri.

D: Avete esordito con i Quaderni quadroni, e ora state per lanciare i Quaderni cartoni. Ci puoi parlare di queste due collane?
R: Si chiama “Quaderno” per il formato (cm 23×27), e “quadrone” perché è l’anagramma di quaderno e perché dentro ci sono molte immagini (il quadrone è un grande quadro). Per lettori dagli otto anni in su (anche l’età è una categoria vaga, ma serve per orientarsi).
Il primo Quaderno è stato un vero e proprio self publishing: due miei racconti, Che mestieri fantastici!, con disegni di Tullio Pericoli e con una introduzione giocosa (anagrammi) di Stefano Bartezzaghi. C’erano già i disegni di Pericoli, e una buona combinazione mi ha portato a chiedergli le sue inconfondibili e magnifiche nuvole e i suoi libri volanti. Probabile che un pizzico di incoscienza abbia avuto un ruolo non secondario quando abbiamo pubblicato il primo Quaderno. Però meglio così. Superato lo stupore (e l’emozione di averlo presentato nella trasmissione Le storie, di Corrado Augias, su Rai 3, ad aprile del 2013), poi razionalizzi (l’incoscienza è però sempre in agguato) e allora dopo alcuni mesi abbiamo fatto il secondo Quaderno (Il topo sognatore e altri animali di paese, brevi racconti di Francio Arminio, con disegni di Simone Massi, introduzione mia) e il terzo Quaderno (Pupa, un racconto di Loredana Lipperini, con illustrazioni di Paolo d’Altan, introduzione di Lidia Ravera) e il quarto Quaderno (Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori?, due racconti ad incastro di Bruno Tognilini, con illustrazioni di Paolo d’Altan).
“Il Quaderno cartone” (che non è un cartonato) è una nuova collana, simile nel formato e nelle pagine al “quadrone”, diverso però nella copertina e nei temi, per lettori e non lettori dai cinque agli otto anni. Ecco perché si chiama cartone (cartonato o animato?). Abbiamo iniziato con Re Micio, scritto da Roberto Piumini e illustrato da Gianluca Folì, con l’introduzione di Beatrice Masini. Altri progetti sono pronti per la tipografia.

D: Se dovessi descrivere i titoli che avete pubblicato fino ad ora in poche righe, cosa diresti?
R: I Mestieri fantastici sono due: Il riparatore di nuvole, Il cercatore di parole. Quando piove troppo o troppo poco, ci pensa Nimbo a ripararle, le nuvole. E riparando una nuvola secca (asciugata) scopre che dentro ci sono… non ve lo racconto, di certo è una metafora contro la guerra. Il cercatore di parole ti aiuta a tirar via le parole che sono rimaste sulla punta della lingua, e a ritrovare le parole che hai dimenticato. Ma anche in questo mestiere accade qualcosa (in un racconto deve esserci comunque una “violazione”), il cercatore – Dizzy – non trova più alcune parole perché altre hanno preso il sopravvento: odio su amore, guerra su pace, prepotenza su dolcezza.
Il Topo sognatore e altri animali di paese descrive, con brevissime storie e con un linguaggio asciutto e poetico insieme (Franco Arminio ne è capace, sappiamo) momenti dell’esistenza (e pure la loro fine) degli animali che vivono nei nostri spazi domestici. È certo un Quaderno particolare (splendidi disegni a “graffio” di Simone Massi), che a scuola viene utilizzato per laboratori sulla scrittura e che piace molto agli adulti per il tipo di grafica.
Pupa di Loredana Lipperini si svolge in un futuro prossimo, nel quale i ragazzi e le ragazze di mestiere fanno “i nipoti sostituti” degli anziani che vivono soli. Tra questi, una signora straordinaria, Pupa, che ti racconta del suo avventuroso passato e delle sue giornate occupate ad inventare oggetti fantastici, come gli acchiappanuvole e i soffiamusica da passeggio. Adele, la nipote sostituta, se ne innamora subito. Pupa, per riprendere le parole di Lidia Ravera, “non è triste, non è noiosa, non è inerte. È una combattente. Combatte una sua lotta personalissima e feroce contro le verità precotte, i costumi bugiardi, gli stereotipi”.
Re Micio di Roberto Piumini è una storia di amicizia e di avventure tra gatti. Che poi siamo noi. Il testo è composto da quaranta quartine che raccontano, come ha scritto Beatrice Masini nell’introduzione, “la gattitudine vagante di Re Micio e dei suoi amici casuali, destinati a diventare, nel tempo e negli incroci, qualcosa di più. Re Micio, che è re di se stesso, è diventato indipendente per forza ma sente che qualcosa gli manca; gli altri gatti che incrocia lo tengono a distanza, ma poi lo ammettono alla loro intimità; si litiga, ci si fraintende, si fa pace, ci si allontana, ci si ritrova”.
Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori? di Bruno Tognolini sono due racconti che si incastrano l’uno all’altro (si può iniziare a leggere dal primo o dal secondo). Cosa c’è la dentro? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella grande valle, guardando in lontananza la città dalle alte mura. Ma è proibito avvicinarsi. Cosa c’è là fuori? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella città dalla quale è proibito uscire. Ma poi, com’è giusto, i ragazzi disobbediscono e vogliono scoprire cosa c’è dentro e fuori. Ma c’è una sorpresa narrativa molto piacevole e interessante.

D: So che, almeno in linea generale, non lavorate su manoscritti che vi arrivano in visione. Il vostro è piuttosto un lavoro di ricerca di testi e di autori dall’indubbio talento. Come mai questa scelta? E cosa cercate in questi autori?
R: Abbiamo iniziato da poco, dobbiamo affidarci a chi il mestiere di scrittore e di illustratore lo conosce bene. E che, di riflesso, è conosciuto da un suo pubblico. Non significa che sia più facile. Abbiamo iniziato con autori che non avevano mai scritto per ragazzi. Un progetto difficile, un po’ elitario, ma che a poco a poco ha trovato il suo spazio, i suoi lettori.
In questi autori cerchiamo quello che sono. Di solito è quello che piace a noi, e che, dal momento che siamo anche dei lettori, potrebbe piacere ad altri. Quando fai delle scelte devi ovviamente lasciare indietro qualcosa. E poi, diciamo la verità, oggi come oggi le regole sono tutte saltate.

D: C’è poi la ricerca dell’illustratore adatto. Quando leggete un testo vi viene subito in mente un nome che potrebbe essere perfetto per il progetto? Oppure cercate in giro?
R: D’istinto (che è il mettere già in movimento quello che uno conosce) pensiamo subito all’illustratore. Poi – ovvio – si valuta con calma, si stabiliscono i tempi di lavoro, si fa confronti con l’ultimo libro che l’illustratore ha realizzato per un’altra casa editrice. Le proposte che ci arrivano le archiviamo, non le cestiniamo. Un giorno, chissà…

D: Avete vinto il Premio Andersen come migliore progetto editoriale. E l’avete vinto, in pratica, a un anno dall’apertura e con soli tre titoli. Cosa significa questo, per voi? È una conferma del lavoro fatto? Uno spronarvi a fare di più?
R: Significa che allora non stai sbagliando del tutto. Che qualcosa l’hai presa dal verso giusto. E che c’è da rimboccarsi le maniche, già rimboccate. Grazie, Andersen.

10349899_721940067874028_5010304928172884810_nD: Tutto sommato, mi pare che i vostri libri siano in generale molto ben accolti. Che nel vostro piccolo siate un successo. Significa che la qualità viene sempre riconosciuta? E siete sorpresi che in un mercato così “strano” e difficile come quello editoriale contemporaneo stiate riuscendo a ritagliarvi un vostro bello spazio?
R: Quello che dici ci fa piacere. Rrose Sélavy, cioè Marcel Duchamp, è stata a suo tempo (1921) una provocazione raffinata, un taglio con gli schemi della tradizione e anche delle avanguardie artistiche di quel periodo (c’era Picasso che aveva scombussolato non poco). I tagli fanno sempre male. Noi non arriviamo a tanto, un libro è un libro è un libro (sto scimmiottando “una rosa è una rosa è una rosa” di Gertrude Stein), e allora abbiamo fatto Quaderni. Che sono anche dei quadroni e dei cartoni. Rrose Sélavy è l’anagramma fonetico di Eros c’est la vie. La vita è passione. Anche altro, ma serve per crederci.

D: Per concludere: cosa ci riserverà, Rrose Sélavy, nel prossimo futuro?
R: Una prossima chiacchierata nella quale parlare di questo. Battuta a parte, qualche anticipazione c’è, tra gennaio e aprile: magnifici scrittori come Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Paolo Di Paolo. E bravissimi illustratori come Gianluca Folì, Mauro Cicarè, Gianni De Conno. E poi altro.

Grazie mille Massimo della disponibilità. E buon lavoro!
Grazie a te per questa bella occasione.

La bambina dimenticata dal tempo

Leggo meno libri per ragazzi di quelli che vorrei. E questo per mille motivi: la mancanza di tempo, la mancanza di soldi, il desiderio di leggere altro, la necessità di leggere altro…
Eppure, in verità credo che ci sia un problema di fondo coi testi confinati in quella parte delle librerie dove si tende a mettere anche peluche e seggioline colorate: gli adulti credono, erroneamente, che siano letture di serie B. In fondo sono storie volte a formare nuovi adulti, nuove persone… quindi sono più facili, meno impegnate. O no? No! Assolutissimamente no! Proprio perché devono in qualche modo contribuire a creare una persona, questi testi sono la cosa più impegnata che esiste, la più densa, la più ponderata! E sicuramente tra le più preziose.

Certo. Quello del romanzo per ragazzi e bambini è un campo un po’ maltrattato. Del resto è il settore editoriale che mostra sempre estrema vivacità a livello di vendite, e quindi è forse quello dove si tenta di fare più soldi possibili, magari scadendo con la qualità. Eppure mi rendo sempre più conto che proprio in queste categorie si nascondono alcuni dei testi più sorprendenti della letteratura in generale. Pensiamo anche solo a Harry Potter o alla trilogia Queste oscure materie! Due saghe che hanno anche goduto di grande successo, ma che sono innanzi tutto romanzi capaci ben fatti, capaci di coinvolgere lettori di ogni età, romanzi che sviscerano la vita e la morte e l’amore e la religione in maniera più che sorprendente. Sono opere che ti fanno guardare in modo diverso quello che ti circonda. E quello che sei.
Ma anche gli albi illustrati per i bambini più piccoli, o le storielle che trovano spesso spazio in collane come gli Istrici di Salani… storie, racconti dalla forza immensa. Letteratura altissima.

E invece no. Noi adulti continuiamo a non voler andare in quel reparto della libreria. Continuiamo a imbarazzarci e a far finta di dover prendere qualcosa per il figlio o la nipote. Non riusciamo ad avere il coraggio di volerci leggere qualcosa. E quindi rischiamo di perderci delle piccole perle come La bambina dimenticata dal tempo di Siobhan Dowd.

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Siobhan Dowd è un’autrice per ragazzi praticamente snobbata da noi. È inglese e ha purtroppo scritto molto poco, poiché morta piuttosto improvvisamente di cancro all’età di quarantasette anni. Forse i più l’avranno sentita nominare in relazione a quel gioiello che è Sette minuti dopo la mezzanotte, libro per ragazzi scritto da Patrick Ness (altro autore di una certa capacità) ma nato proprio sulle idee della Dowd.
Il resto della sua produzione è per fortuna giunto da noi di recente grazie ai tipi di Uovonero, che hanno ben pensato di colmare una tremenda lacuna.

Con La bambina dimenticata dal tempo ( vincitore di una Carnegie Medal nel 2009) siamo nel 1981, in Irlanda. Anzi, siamo proprio lungo il confine fra le due Irlande, in un momento di fortissima tensione, e proprio qui vive Fergus, un diciottenne che ritrova praticamente per caso il cadavere mummificato di una bambina dell’età del ferro.
Da qui iniziano a snodarsi alcune vicende che ci porteranno dentro la vita di Fergus e dentro l’esperienza quotidiana di un mondo sempre sul chi va là, sempre in bilico tra un momento di quiete e lunghi momenti di paura.

Il risultato è una storia che parla in maniera incredibilmente vivida di libertà. Della libertà di essere se stessi e di poter vivere la vita che si desidera, senza dover tener presenti i pensieri degli altri, di quegli altri che non necessariamente sono estranei, ma potrebbero benissimo essere i propri genitori. Una libertà che richiede il coraggio di guardarsi dentro, di accettarsi. Di sfidare anche la propria nazione, a volte, di superare il contesto che ci circonda.

Ma è anche un romanzo sull’uguaglianza. Sull’uguaglianza nel tempo, perché come ci può dimostrare quella bambina sepolta nella torba, per certe cose l’animo umano non cambia mai. Non si sa evolvere. E poi l’uguaglianza tra persone. O meglio, un’uguaglianza che è un’assenza di differenze. Siamo tutte creature fatte di sogni. E di desideri. Però bisogna avere il coraggio di capirli e accettarli e perseguirli.

La bambina dimenticata dal tempo è un romanzo bello. Ma bello bello! Toccante e straziante ma anche molto positivo. Un racconto che dovrebbero leggere in molti, forse tutti, perché le lotte più grandi sono forse dentro di noi, e se non lo capiamo non potremo mai vincere.

Grazie, quindi, alla Uovonero per averci portato questa grande autrice. Vedrò di recuperarne la bibliografia quanto prima.
E… un appello. Librai. Librai! Prendeteli questi libri. Prendeteli ed esponeteli! Che ne vedo troppo pochi in giro.

La bambina dimenticata dal tempo
di Siobhan Dowd
Traduzione di S. Bandirali
320 pagine, 14,00 e, Uovonero

Caro diario ti scrivo…

Tra i numerosi pregi della letteratura per ragazzi c’è quello di annoverare, tra le proprie fila, delle vere e proprie perle. Perle che risultano spesso più pure e splendenti delle proprie colleghe della narrativa per adulti.
L’originalità che contraddistingue certe trame, la scrittura che caratterizza certe storie, io non sono ancora riuscito a trovarle nella letteratura per grandi.
E tra questi bei libretti che mi commuovono per quanto sono ben fatti mi sento di annoverare questo:
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Non saprei come definirlo, perché non è un romanzo, non è una raccolta di racconti (anche se in un certo senso potrebbe esserlo), non è un vero e proprio diario, perché di diari ce ne sono sei… Diciamo che potrei classificarlo come una raccolta di diari, ecco. E di diari particolari! Sono infatti diari di sei grandi autrici, italiane e straniere, di quando erano dodicenni. Anzi, no. Sono sei diari immaginati, di altrettante autrici reali.
Nadia Terranova e Patrizia Rinaldi hanno coraggiosamente scelto tre scrittrici ciascuna, autrici che stimano in modo particolare, e si sono calate nei loro panni. Si sono immaginate come novelle Ortese, o Dickinson, ma non nelle loro versioni adulte, quelle che hanno scritto i capolavori della letteratura mondiale, no! Ma le Beatrix Potter o le Jane Austen dodicenni, intente a fare le loro prove di scrittura sui loro primi e scrivevano i loro primi diari.
Questo roseo volumetto raccoglie quindi delle pagine ipotetiche, che però riescono a dire molto delle autrici che cercano di ritrarre. È impressionante vedere come la vita di Beatrix Potter traspiri da queste pagine, o come l’intelligenza della Serao ti riesca a colpire in faccia…
È un librino agile e veloce, questo. Che secondo me è ben capace di colpire le giovani lettrici, o i giovani lettori, non solo facendoli appassionare a queste grandi autrici, ma anche facendoli appassionare alla lettura e alla scrittura in genere. E al libero pensiero, soprattutto, perché se c’è un comune denominatore tra queste sei artiste eccezionali, quella è la capacità di saper pensare fuori dagli schemi e seguendo una propria visione delle cose, senza lasciarsi condizionare da chi sta loro intorno.
Ed è anche un libro perfetto per i grandi. Per prima cosa per conoscere alcune grandi donne che magari non si conoscevano. Per esempio, io della Serao non sapevo niente, ma queste righe mi hanno messo addosso una curiosità davvero famelica. Ma anche perché ci sono fili secondari che si potrebbero cogliere e che riguardano l’indipendenza, la curiosità, la creatività… e che, beh, sì, specialmente in questa epoca si tendono a dimenticare. O a tralasciare, che è anche peggio.
Lo consiglio. Lo consiglio a tutte le età.
Tra l’altro, ho trovato ottime pure le pagine legate alle curiosità sulla vita di ogni autrice e anche quelle in cui vengono descritte le motivazioni che hanno portato Patrizia e Nadia a scegliere quella determinata donna.
Son gocce di ispirazione.

Caro diario ti scrivo…
di Patrizia Rinaldi e Nadia Terranova
111 pagine, 10,90 €, Sonda