#ATailOfTales: Virginia Woolf

Leggere Virginia Woolf a dodici anni.
Mi sembra quasi impossibile.

La prima volta che affrontai Virginia fu dopo la visione di The Hours, il film tratto dal romanzo di Michael Cunningham che valse un oscar a Nicole Kidman.
Stiamo parlando di almeno tredici anni fa, quindi io avevo circa diciott’anni.
Avevo adorato alla follia quella trasposizione e mi misi in testa di leggere La Signora Dalloway.
Si rivelò un’esperienza frustrante. Quella scrittura così densa, così descrittiva, in qualche modo, così poco parlata… dovetti abbandonarlo, ma ci rimasi malissimo. Avevo amato la Woolf che avevo conosciuto tramite la Kidman. Me l’ero sentita vicina. Ma non ero riuscito a riscontrare la stessa affinità mentre la stavo leggendo.
Poi scoprii il Diario di una scrittrice, mi si aprì un mondo, l’amore tornò, e ora credo che Mrs. Dalloway sia uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Tutto questo per dire che no, probabilmente Virginia non è una lettura di quelle da consigliare a un ragazzino. E questo perché Virginia è una grande osservatrice e riesce a scrivere i pensieri e le sensazioni di un suo personaggio con una vividezza impressionante. Ma forse bisogna pure avere la giusta età per poter condividere, o comunque capire, almeno in parte, quei pensieri, altrimenti si rischia di non trovarci nulla se non uno sproloquio infinito.
Virginia è una scrittrice di persone. O almeno io la vedo così. Molto sottile. Tagliente. Anche spiritosa, certo, ma acuta. E forse a dodici anni non si è ‘acuti’ abbastanza per comprendere del tutto i propri sentimenti, figurarsi quelli degli altri!
Forse non lo si è mai…
Ma proprio per tutto quello che ho detto fino ad ora, Virginia può e deve essere una ‘cosa di tutti’, perché lei, appunto, parla delle persone. Non parla di situazioni, parla della gente. E la gente siamo noi.

Solo che un conto è leggere Woolf a vent’anni, un altro a dodici.
Fortunatamente per me, e per voi, Virginia c’è venuta incontro e tra i suoi scritti ce n’è almeno uno che potrebbe essere indirizzato proprio ai ragazzini. (Ce ne sarebbe pure un altro, a onor del vero, ma magari ci ritorneremo).

Siamo nel 1923. Virginia Woolf ha 41 anni e ha già pubblicato tre romanzi. Inizia insomma a essere conosciuta, sebbene i suoi titoli più famosi debbano ancora arrivare.
Julian e Quentin Bell, i figli dell’amata sorella Vanessa, hanno rispettivamente 15 e 13 anni e chiedono alla zia di scrivere un racconto da inserire nel giornalino di famiglia, The Charleston Bullettin (evidentemente si trattava di un vizio di famiglia, visto che anche Virginia, da giovane, aveva curato un giornalino domestico: l’Hyde Park Gate News). La loro aspettativa venne in parte delusa quando la scrittrice diede loro La vedova e il pappagallo. Julian e Quentin speravano in qualcosa di più divertente e ciarliero, mentre quello che ricevettero era una sorta di fiaba moraleggiante.

We had hoped vaguely for something as funny, as subversive, and as frivolous as Virginia’s conversation. Knowing this, she sent us an ‘improving’ story with a moral, based on the very worst Victorian examples.

Conclusione: la storia col tempo andò dimenticata e venne ripescata solo nel centenario della nascita di Virginia.

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Edizione di “The Widow and the Parrot” illustrata da Julian Bell, figlio di Quentin Bell, nipote di Virginia.

Se oggi vi metteste a cercare online La vedova e il pappagallo, trovereste molti commenti che la descrivono come ‘niente di che’, una storiella quasi inutile.
Ebbene, è indubbio che non si tratti della migliore produzione della Woolf, ma allo stesso tempo è un racconto interessante e capace di condurre il lettore a una Virginia diversa da quello che si è abituati pensare.

La storia racconta di una vedova molto povera che riceve la notizia di un’eredità lasciatole dal fratello appena morto. Lei si affaccenderà per poter andare a ritirare personalmente questa eredità, ma rimarrà spiacevolmente sorpresa nello scoprire, invece della bella somma di denaro promessa, una vecchia catapecchia con dentro un pappagallo chiacchierone.
Tutto sembra perduto, perfino gli ultimi risparmi, ma il lieto fine è dietro l’angolo e viene portato proprio dal becco del pennuto, che si rivelerà un ottimo ‘complice’ dell’anziana signora.

La struttura è quindi quella di una vera e propria fiaba con tanto di happy ending e insegnamento finale: tratta bene gli animali e ne riceverai qualcosa in cambio.
Ma non possiamo limitarci a questo.
Certo, Virginia amava gli animali. Ha addirittura scritto Flush, la biografia-romanzo del cane di Elizabeth Barrett Browning, e alcune sue foto coi cani sono piuttosto famose. Risulta quindi possibile che questo messaggio fosse effettivamente condiviso.
È però una limitazione volersi fermare a ciò.

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Virginia Woolf con Pinka

La vedova e il pappagallo è anche altre cose.
È innanzi tutto una sorta di presa in giro di un cliché, quello della storiella moralista che poteva andar di moda in epoca precedente. Ed è, soprattutto, una storia che racchiude momenti irriverenti e ironici, con una vedova poco docile ma sfortunata, che si rammarica di non avere l’abito giusto per il momento, che esulta della morte del fratello,

“Perdinci” disse Mrs. Cage, “Il vecchio Joseph se ne è andato finalmente!”

e che si rallegra per un incendio che, propizio, arriva a illuminarle la via.

“Dio benedetto abbi pietà di noi!” esclamò poi. “C’è una casa in fiamme – Signore ti ringrazio.”

Non si tratta, come dicevo, di uno dei capolavori firmati Woolf, ma potrebbe davvero essere la porta giusta per accedere al suo mondo, specialmente se si è molto giovani.
La fiaba è appunto leggibile anche per i ragazzi di prima media che, comunque, potranno trovarci alcuni tratti tipici dell’autrice inglese, sebbene in fasi che potrebbero risultare ancora acerbe.
Nel leggerla, tra l’altro, troverebbero pure dei riferimenti alla vita stessa dell’autrice, infatti la maggior parte del racconto si svolge a Rodmell, dove i Woolf avevano la casa ‘di campagna’: Monk’s House, tanto che Leonard viene pure citato nel testo:

… non ci sono cascine né case su quella riva del fiume fino ad Asheham House, sede attuale di Mr. Leonard Woolf.

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Manoscritto de “The Widow and the Parrot” con illustrazioni della stessa Virginia Woolf.

Ma allo stesso tempo, poi, si troverebbero dinanzi a una Virginia poco conosciuta.
In genere, infatti, se si parla con qualcuno di Virginia Woolf si tenderà a ricevere impressioni come: difficile, triste, suicida, ecc. C’è questa idea che Virginia fosse una donna, e quindi una scrittrice, sofferente, sempre sull’orlo del baratro. Ma non è così. Virginia era anche una persona piena di vita, estremamente ironica e intelligente, e ne La vedova e il pappagallo un po’ di questa sua ironia la si riesce appunto a percepire.
Mi chiedo quale dono potrebbe quindi essere entrare nel suo mondo, passando però per una porta apparentemente secondaria, con uno scritto che richiama le fiabe e le prese in giro, per poi ritrovarsi in mondi molto più complessi.
Come sarebbe far conoscere Virginia ai ragazzi, tralasciando delle idee sbagliate che ci si porta dietro da anni e passando per una visione più ‘facile’, felice e distesa. E credo sia importantissimo scardinare delle paura che possono nascere nei confronti dei mostri sacri, perché a volte è proprio questo che può frenare un lettore: la sacralità che aleggia attorno a una determinata figura.
Ma se si mostra che non è così? Che Virginia e altro?

La vedova e il pappagallo è un sentiero perfetto: una fiaba semplice per i più pigri, un racconto dai tratti spigolosi e divertiti per chi ha l’occhio più lungo.
E quale gioia poter dire: ho letto la Woolf a dodici anni senza rimanerne traumatizzato! Perché può anche essere un modo per dare fiducia a dei lettori in divenire.

 

La vedova e il pappagallo lo trovate in Oggetti Solidi, raccolta di tutti i arcconti curata da Liliana Rampello e pubblicata da Racconti Edizioni. Tra l’altro, la copertina di questo volume, illustrata da Franco Matticchio, deriva proprio dalla versione illustrata de La vedova e il pappagallo.

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Oggetti Solidi, di Virginia Woolf
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti
468 pagine, 19,00 €, Racconti Edizioni

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Balene bianche

A maggio, alla fine di uno dei miei ultimi incontri nelle scuole, un ragazzino mi si è avvicinato e mi ha chiesto un consiglio. Forse pure lui aveva capito che la sua non era una domanda ‘tradizionale’, non da parte di un ragazzo della sua età almeno, perché ha aspettato che i suoi compagni uscissero prima di parlare.

Mi fa: “Ho appena finito di leggere tutti i libri di Harry Potter. Secondo te, ora è meglio che legga Il diario di Anna Frank o Moby Dick?”

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Moby Dick, di Daniele Gay

Confesso di essere rimasto piuttosto sorpreso da quella domanda.
Lui era un lettore, uno di quelli che legge per piacere e di sua spontanea volontà, e la cosa era stata chiara già durante la mia presentazione, però ammetto che quei due titoli mi hanno piuttosto impressionato perché, diciamocelo, non sono esattamente i titoli che ci aspetteremmo di trovare nel tempo libero di un ragazzo di 11/12 anni.

Poi però ho pensato che a quell’età pure io avevo voluto affrontare la balena bianca, e io odiavo leggere!
Avevo fatto una scommessa con mia madre e dovevo leggere tre romanzi per ‘vincere’ un criceto, e tra quei tre avevo scelto proprio il mattone di Melville.
Non lo finii. Arrivai a metà, con molto, moltissimo sforzo, e poi abbandonai.
Però era indubbio che quel romanzo mi affascinava, era una sorta di leggenda che chiamava.
Forse quel ragazzo, che a differenza mia leggeva già parecchio, poteva farcela…

Quest’estate, poi, è apparso online un articolo in cui un genitore ‘condannava’ la scelta di un insegnante di prima media di dar da leggere Moby Dick alla sua classe, per le vacanze.

Tra l’altro, il caso ha voluto che Moby Dick io sia riuscito a finirlo proprio quest’estate. Dopo quell’incontro. Prima di leggere quell’articolo.
Una traversata letteraria che per me è stata molto faticosa e che, lo ammetto, farei fatica a consigliare a un dodicenne.

Tutte queste cose messe insieme mi hanno dato da pensare.

Io non darei mai Moby Dick come lettura obbligatoria alle medie. Probabilmente non la darei come lettura obbligatoria in generale, a nessuna età.
Attenzione! Questo non significa che non sia possibile che un ragazzino riesca a finire, e anche ad apprezzare, il romanzo in questione, ma… siamo sinceri, in quanti potrebbero, realisticamente, riuscirci? A 11-12 anni? E cosa ne sarà di tutti gli altri? Di quelli che troveranno ulteriore conferma al fatto che la letteratura è noiosa, lunga, poco divertente?
Allo stesso tempo, se io ho un alunno particolarmente dotato, o comunque un gran lettore, che vuole tentare l’impresa, perché non lasciarlo fare? O perché non consigliarglielo noi stessi, quel titolo?

Sempre a proposito di liste di letture per le vacanze, online, nei mesi scorsi, ne è girata anche una particolarmente sconcertante perché consigliava, a ragazzi delle superiori, libri come After, o Wonder.
Anche qui mi trovo perfettamente in disaccordo.
Se nel precedente caso l’insegnante aveva riversato troppe speranze sui ragazzi, in questo caso si può notare una forte disperazione. È palese che, qui, il professore ha cercato dei titoli che fossero accattivanti per i suoi alunni, titoli che magari potessero pure essere letti per intero! Però in questo caso ci sono forti problemi di qualità (After) e problemi legati al target (Wonder è per ragazzini delle medie).

Ho scritto tutto questo non certo per dire la mia sulle liste di letture per le vacanze, sarei tremendamente fuori tempo.
Ho scritto tutte queste premesse per parlare di limiti. I nostri limiti. Di noi adulti in primis.

È un nostro limite credere che solo i classici possano essere valevoli. La narrativa di qualità esiste anche tra i romanzi contemporanei. E non sempre il classico potrebbe risultare vincente, anzi. E questo per tutta una serie di ragioni.
È un nostro limite non andare a cercare in libri più contemporanei il prodotto buono. Questo punto è indubbiamente collegato al primo. C’è il rischio di fossilizzarsi su dei testi che reputiamo valevoli a priori o su testi che abbiamo amato noi, senza andare a cercare qualcosa che sia di valore, ma nuovo.
È un  nostro limite credere che vada bene tutto pur di far leggere qualcuno. Io sono di quelli che pensano che per iniziare vada grossomodo bene tutto. Cioè, io ho iniziato coi Piccoli Brividi e il Ramses di Christian Jacq, non con Moby Dick. Però, pian piano, alla balena bianca ci sono arrivato. Solo che ci sono modi e luoghi pure nel dover assegnare le letture, assegnazioni che non dovrebbero mai essere dettate dal ‘vale tutto’, ma piuttosto da un pensiero ben dedicato. E, forse, se a scuola non mi avessero fatto leggere cose come Huckleberry Finn, ora non sarei qui.
È un nostro limite non capire che ogni persona ha esigenze e gusti e capacità diverse, e che quindi andrebbero consigliati diversamente. Non si può infatti pensare che a tutti debba per forza piacere la stessa cosa. Ci sono sensibilità diverse che dovrebbero essere incoraggiate, non scansate.
È un nostro limite sottovalutare chi ci sta di fronte, pensare che perché ha solo dodici anni non possa essere capace di.

Ma tutti questi limiti mi hanno portato a una domanda che, effettivamente, mi risulta inevitabile e cruciale: cos’è la letteratura per ragazzi?

La mia risposta è: non esiste nessuna letteratura per ragazzi.

Quello delle etichette è, appunto, un problema di etichette. Si tratta di una questione puramente commerciale e logistica. Commerciale perché un editore deve vendere un prodotto, logistico perché un libraio deve essere in grado di mettere un certo titolo in un certo reparto, in modo che per un possibile cliente sia più facile cercare il prodotto che desidera.

Con questo non voglio dire che non esistono titoli pensati per un pubblico più giovane o più adulto, a seconda dei casi, o più romantico o più avventuroso, a seconda di altri casi. Voglio invece dire che tutti possono leggere tutto, che un’etichetta deve, forse, inquadrare un libro ma NON un lettore.

Facendo una breve indagine su twitter ho scoperto che all’epoca delle scuole medie c’era chi non leggeva nulla, come me, chi leggeva Topolino, chi leggeva Il conte di Montecristo e chi leggeva Topolino E Lo Hobbit. Questo per dire che un lettore sceglie, o dovrebbe scegliere, in base alle sue preferenze e non a un numero scritto sullo scaffale di una libreria.

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Ho anche riscontrato, anche in prima persona, che effettivamente c’è stata una sorta di semplificazione della lettura, negli anni. Se una volta era più scontato riuscire a leggere e apprezzare titoli ‘importanti’ in giovane età, ora è più frequente trovare testi più semplici e lineari. Ma questa è una colpa da imputare ai ragazzi o al nostro modo di gestire le loro passioni? In pratica: quando io ho strabuzzato gli occhi una volta sentita la domanda di quel ragazzino, lo stavo facendo perché era lui ad essere effettivamente ‘diverso’ dai suoi compagni, o perché IO stavo sottovalutando il mio interlocutore?

In uno degli ultimi post ho parlato della questione legata a Macchine Mortali, dove appunto si accennava al cambio di target operato dall’editore. Una vera e propria semplificazione. Ma ci sono anche altri casi, non ultimo il fatto della lista di letture contenente After e Wonder.
La colpa non può essere data solo ai ragazzi. Noi li stiamo incoraggiando nel verso sbagliato, invece di porre delle sfide, noi gettiamo le armi.

Abbiamo la tendenza di classificare eccessivamente le cose. E di non liberarle più da quelle classificazioni. Etichettiamo come ‘semplici’ i libri per ragazzi senza sapere di cosa parlino realmente. Etichettiamo come difficili romanzi che spaventano noi, ma non un dodicenne.

In questi giorni sto rileggendo la saga di Queste Oscure Materie. Se la cercate la troverete nel reparto per ragazzi. Eppure è un libro maestoso e bellissimo e difficile che in molti dovrebbero leggere. Solo che la maggior parte degli adulti nemmeno entra nel reparto ragazzi.

A ottobre esce la nuova trasposizione cinematografica di It. Non potrebbe essere una lettura interessante per un ragazzo? È vero che ci sono delle scene scabrose, ma non si tratta di un grandissimo racconto di formazione?
Ma si trova nella sezione horror, e magari molti genitori nemmeno li fanno entrare, i loro figli, lì.

Mi sento poi di precisare un’altra cosa. Queste mie ciance portano indubbiamente alla conclusione: ognuno deve leggere quello che vuole. E in parte è proprio per questo che il blog, pur trattando di letteratura per ragazzi delle medie, ‘parte’ in verità dai libri per bambini di dieci anni, ossia leggermente sotto target. Perché ci sono indubbiamente dei ragazzi che hanno predisposizioni diverse, bisogni diversi. Così come ci sono libri dedicati principalmente a bambini di dieci anni che hanno tanto da insegnare pure dopo.
Però vorrei dire questo: se da un lato auspico un ritorno senza riserve alla lettura libera, credo pure che sia di estrema importanza riuscire a fornire a questi giovani lettori i mezzi per poter distinguere i diversi tipi di prodotti editoriali che trovano in una libreria o in una biblioteca, in modo che riescano a capire perché After e La Bussola d’Oro non sono sullo stesso livello.
Credo, in somma, che la scuola (ma anche, e in primis, i genitori, e le biblioteche, ecc.) abbia sì il compito di promuovere la lettura (e un giorno, forse, riuscirò anche a dirvi perché è importante, secondo me, che a leggere siano in molti), ma non deve dimenticarsi che deve pure istruire, deve cioè portare gli alunni al livello dei professori, non il contrario. Esistono libri bellissimi e leggibilissimi anche senza scadere troppo, e la lettura da spiaggia ci sta eccome (guai a chi volesse dedicarsi solo ed esclusivamente a cose complicatissime da accademici), però bisogna pur essere in grado di capire perché un testo potrebbe, oppure no, rientrare in tale categoria.

Tutto ciò per arrivare a una conclusione che è: su A Long Tail non mi porrò molti limiti. Non rimarrò ancorato a titoli che si trovano esclusivamente nello scaffale 11-13 delle librerie. A volte mi spingerò un po’ oltre. A volte molto oltre. A volte anche un poco indietro. Perché credo che la buona letteratura non abbia dei confini anagrafici.
Quello che davvero mi interessa sono le storie belle, che possano donare qualcosa. E che ovviamente possano essere apprezzate dai ragazzini della scuola media.
E, indubbiamente legato a ciò, a partire dalla settimana prossima partirà una rubrica chiamata #ATailOfTales, dove si consiglierà un racconto di un autore considerato ‘per adulti’, ma che potrebbe essere tranquillamente affrontato da un ragazzo. Così come nel prossimo futuro si affronteranno titoli che non ci aspetteremmo, forse, di vedere affrontati qui.
Perché certe barriere sono solo mentali.

Intervista a Lorenza Ghinelli

Se c’è una cosa che apprezzo particolarmente dei libri che potremmo definire ‘per ragazzi’ di Lorenza Ghinelli, è sicuramente il fatto che tutti i personaggi hanno problemi. Potrebbe apparire come una cosa sciocca da dire, ma il fatte è che nella realtà è davvero così. Spesso siamo abituati a trovare protagonisti con problemi, magari qualche comprimario che ci si ritrova invischiato dentro, ma mai tutti quelli che incontriamo.
Però nessuno vive in una bolla di serenità eterna.
C’è, indubbiamente, chi sta meglio e chi sta peggio, ma tutti hanno le loro tristezze, le loro lotte, le loro paure, e a volte non è possibile dare un valore a queste paure, metterle in ordine di importanza, perché, semplicemente, sono problemi che affliggono qualcuno.

Questi problemi, però, grandi o piccoli che siano, aiutano i protagonisti a crescere. Sono indispensabili. È un tratto tipico della narrazione in generale e in particolar modo di quella per ragazzi, e è una caratteristica anche dell’ultimo romanzo della Ghinelli, Anche gli alberi bruciano. La differenza, forse, sta nel fatto che qui tutte le persone devono fare i conti con un problema, (spesso condiviso ma non necessariamente). E tutti ne usciranno cambiati, stravolti, sconvolti. C’è poi il fatto che, per tornare su questioni che mi stanno particolarmente a cuore, non ci sono risoluzioni edulcorate. Certo, il finale è indubbiamente positivo, ma lascia un certo amaro in bocca, come se ci fosse qualcosa di ingiusto che sta scavando sotto la superficie. Come se non tutto fosse davvero a posto. Ma il fatto è che purtroppo, o per fortuna, le nostre vite non sono ambientate in una favola Disney, bensì in una realtà che non consente il positivo assoluto, al massimo un buon compromesso.

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Volevo poi esprimere il mio entusiasmo per il titolo del libro.
Anche gli alberi bruciano.
È un titolo in parte interpretabile, perché potrebbe semplicemente voler dire che anche le cose belle finiscono. Una sorta di esclamazione che si potrebbe fare per sottolineare un’ovvietà: “Anche gli alberi bruciano! Perché quindi questa cosa dovrebbe andare diversamente?”
Ma potrebbe anche lasciare intendere che c’è qualcos’altro che brucia, da qualche parte, nel romanzo. Che c’è una cosa che arde, e che anche gli alberi finiranno col farlo. Ma cosa? Cos’è quest’altra cosa che brucia? Cosa può infiammarsi tanto da uscirne distrutto?
Bisognerà leggere il libro per scoprire cosa brucia e cosa no.

Anche gli alberi bruciano è un libro sulla crescita. Ma non solo della crescita di un ragazzi, ma pure dei suoi genitori, per esempio. È infatti un romanzo che si presta ad essere letto da più generazioni senza smettere di poter donare qualcosa, perché non si smette mai davvero di diventare grandi.

Ora lascio spazio alle risposte di Lorenza che ringrazio ancora una volta per l’incredibile gentilezza.
Buona lettura.

Buongiorno Lorenza e grazie mille per la disponibilità. Visti i tuoi ‘trascorsi’ letterari vorrei partire con una domanda che, lo so, è un po’ sciocca, perché a volte le storie succedono e basta, però io sono curioso e quindi… mi piacerebbe sapere cosa ti ha spinta ad affrontare un pubblico più giovane rispetto ai tuoi primi romanzi, e se hai notato delle differenze in fase di scrittura.
Buongiorno a te! Come hai detto benissimo tu, a volte le storie succedono e basta. Esiste ottima, mediocre e pessima letteratura, e a determinare questa differenza non è certo il target a cui si rivolge. Credo che le storie scritte con sincerità, mestiere e passione siano destinate a valicare i confini troppo rigidi delle scansie in cui vengono relegate. Anche gli alberi bruciano è il romanzo più trasversale che io abbia mai scritto, non è un romanzo destinato solo ai ragazzi, credo che la storia di Michele, il protagonista, possa parlare a diverse generazioni con grande schiettezza.

Lorenza_GhinelliCredi ci sia qualcuno al mondo che non ha problemi? Perché se c’è una cosa che questi tuoi due libri per ragazzi mostrano è che tutti hanno dei problemi. Tutti. Alcuni magari sono più ‘piccoli’ di altri, ma comunque grandi per chi li sta affrontando. È una rappresentazione voluta o i ‘problemi’ nascevano mano a mano che scrivevi dei personaggi in questione?
I problemi fanno parte del quotidiano di ciascuno, e non credo spetti a nessuno, tantomeno a me, dire se un problema è più o meno grande rispetto a un altro. Quello che mi interessa è la grande occasione che ogni problema porta con sé: mi riferisco alla possibilità di tirare fuori le nostre risorse per fronteggiare le difficoltà, in fondo il nostro carattere e le nostre peculiarità si rivelano a noi solo in momenti davvero decisivi. I periodi di crisi ci costringono ad abbandonare le maschere e a mostrare a noi stessi in primis il nostro vero volto. Il filo rosso che lega i miei romanzi si chiama senz’altro resilienza. Persino i traumi possono rivelarsi una grande occasione. Spetta in gran parte a noi volgerli a nostro vantaggio. Ed è quello che il protagonista di “Anche gli alberi bruciano” cerca di fare.

Una cosa che mi è particolarmente piaciuta di Anche gli alberi bruciano è che il protagonista parte pieno di ottimi propositi, di ideali potremmo dire, relativamente a suo nonno. Ma poi, alla fine, capisce che in verità hanno ragione i suoi, o che comunque non sempre si riesce a fare come si vorrebbe. Credi che voglia dire questo diventare adulti? Capire che non si può vivere solo di cose ideali? Che c’è sempre una mediazione tra l’idea astratta di una cosa e la sua controparte terrena?
Credo che diventare adulti, nell’accezione più alta di questa parola, significhi rendersi conto che esistono molte strade e non una sola per affrontare i problemi. Michele scopre che i suoi avevano molte ragioni, ma anche tanti torti. Su come gestire la malattia del nonno si sbagliavano tutti, e l’unica modo per trovare una strada opportuna è quello di dialogare senza arroccarsi sulle proprie posizioni. Sognare serve sempre, diventare adulti non dovrebbe comportare mai la rimozione del sogno e degli ideali, occorre però capire che per realizzarli occorre lottare, e che più importante del risultato è il percorso.

Mi è molto piaciuto il tuo modo schietto di raccontare la storia. Non ti fai scrupoli sulle parole da usare o sui fatti. Credi che ci sia un po’ il rischio di banalizzare troppo la realtà, nei libri per ragazzi? A volte ho come l’impressione che ci sia paura nel raccontare la verità, come se bisognasse proteggerli da qualcosa…
È un timore che molti adulti hanno, ma non colgono il punto. E il punto, a mio avviso, è che sono i tabù a distruggere le relazioni minandone la fiducia, e mai gli argomenti scomodi. I ragazzi chiedono di potere parlare di tutto, e se non ci rendiamo disponibili a un confronto aperto semplicemente li perderemo, perché andranno a cerarsi altrove le loro risposte, magari facendosi malissimo. Ho trovato molto più coraggio in tanta narrativa Young Adult che in quella considerata “per adulti”. In Italia c’è ancora molta reticenza a considerare la narrativa per ragazzi vera letteratura. È un problema tutto nostro, all’estero non è così. Nemmeno ci rendiamo conto che questo pensiero comune riduce i ragazzi. Certi pregiudizi rendono molti adulti i primi detrattori dei giovanissimi. A questi adulti consiglio vivamente di leggere i romanzi di Aidan Chambers, Patrick Ness, Marie-Aude Murail e tantissimi altri. Li aiuterebbe a capire meglio i ragazzi e a scalzare via molti pregiudizi velenosi.

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Sempre legato alla domanda sopra, spesso c’è quest’idea che i ragazzi siano creature perdute, scapestrati, ignoranti e chi più ne ha più ne metta. Tu che, presumo, li vedi per presentare i tuoi libri e a eventi come Mare di Libri, che pensiero ti sei fatta su di loro?
Penso che i ragazzi siano persone, e come tali diversi gli uni dagli altri. Generalizzare non è possibile. Generalizzare riduce la visuale, restringe il terreno di confronto. Ci riconosciamo forse tutti uguali sotto l’etichetta di “adulti”? Penso che tutti abbiamo bisogno di stimoli, e di porti sicuri in cui riposarci tra un’esperienza e l’altra. A noi adulti spetta il compito di essere referenti degni di fiducia, di saperci rendere all’occorrenza porto, e in altri casi dobbiamo saperci mettere da parte.

Credi sia importante leggere? E se sì, perché? Lo so, non è esattamente una domanda facile, ma ultimamente mi è capitato di riflettere sulle campagne pro-lettura fatte veramente male e il pensiero di alcuni che fa più o meno: “Perché non la smettiamo di far voler leggere tutti?”
Credi ci siano dei vantaggi, dei regali, che la lettura sa dare?
Leggere ci permette di sperimentare infiniti punti di vista. Credo sia lo strumento più efficace per contrastare xenofobia e pregiudizi di ogni tipo. Possiamo, attraverso la lettura, vivere infinite esistenze, e questo ci fortifica, ci insegna a rifuggire facili e inutili semplificazioni. Sviluppa l’empatia e il pensiero divergente. Credo che tutti dovremmo leggere, e tanto. Credo allo stesso tempo che forzare un ragazzo a leggere un libro che non ama possa essere deleterio. Meglio proporgliene altri, anche educare alla pluralità è importante.

Tu sei stata lettrice fin da piccola? Ti ricordi di qualche libro che hai letto da ragazza e che ti sentiresti di consigliare?
Ho sempre letto molto, e conosco molti ragazzi davvero giovanissimi che leggono molto più di quanto leggessi io alla loro età. A sedici anni amai follemente le poesie di Cesare Pavese, IT di Stephen King, Cime tempestose di Emily Brontë, e Frankenstein di Mary Shelley. Nessun adulto mi educò alla lettura, non ebbi la fortuna di incontrare scrittori Young Adult, ma avevo fame di stimoli e ho cercato da sola voci che sapessero parlarmi. I libri che ho citato furono importanti per me, ma ogni ragazzo deve trovare i suoi maestri, non spetta a me attribuirli. Da anni giro per le scuole parlando dei miei romanzi, e conosco tanti bravi colleghi che fanno lo stesso. Credo sia prezioso poter parlare di narrativa contemporanea insieme ai ragazzi, e non soltanto di classici. È importante che sappiano che possono scegliere tra tanti, tantissimi titoli. E che ci sono libri capaci di affrontare i problemi che stanno loro a cuore.

E concludo con una sorta di classico: credi scriverai ancora per adulti? E per ragazzi? Hai già progetti in cantiere?
Di progetti ne ho tanti, e tante storie mi abitano. Continuerò a scrivere romanzi che se ne infischiano del genere e dell’età, destinati a chi vorrà leggere storie sincere e un po’ folli.

Grazie davvero per la gentilezza e le risposte.
Grazie a te!

 

Macchine mortali e città affamate

Strano il percorso di Macchine Mortali, il romanzo, primo di una tetralogia, di Philip Reeve, pubblicato nel 2001 in terra anglofona.
Viene pubblicato in Italia, da Mondadori, nel 2004 con la copertina originale e indirizzato a lettori a partire dagli undici anni. Evidentemente il titolo non vende a sufficienza perché l’anno seguente viene dato alle stampe il seguito, Freya delle lande di ghiaccio, ma poi basta. Silenzio. Almeno fino al 2012, anno in cui arriva nei cinema il primo film tratto dalla trilogia di Hunger Games. In quest’occasione Mondadori pensa bene di ripubblicare il libro di Reeve cambiandone il titolo in The Hungry City e dandogli una cover tutta nuova che, in qualche modo, richiama le atmosfere di Hunger Games. Ciliegina sulla torta: il rating proposto non è più dagli unidici anni, ma diventa improvvisamente uno Young Adult.
Malitia, di Dusty Pages in Wonderland, da questa vicenda ha tratto un bellissimo articolo legato alla sottovalutazione del pubblico adolescente e alla semplificazione che gli editori, o almeno alcuni, ha fatto e forse sta ancora facendo nella letteratura per ragazzi.
Il discorso è davvero interessante e complesso e mi sento di osservare che questa semplificazione non avviene solo da parte degli editori, secondo me. Pensiamo per esempio alla famosa lista di testi per le vacanze data in una scuola superiore, e circolata online nei giorni passati, dove, tra i titoli consigliati compaiono libri quali After (scrittura non certo di alto livello) o Wonder (pensato per un pubblico più piccolo). Mi pare però che Malitia abbia già fatto un bellissimo discorso e quindi non credo valga la pena ripetere altre cose.

Ci tengo solo a dire che Peter Jackson (il regista de Il Signore degli Anelli) sta producendo un film basato su questa saga e che quindi, probabilmente, nel tardo 2018 arriverà in libreria l’intera saga (l’uscita del film è fissata, al momento, per dicembre 2018). Sarà interessante vedere a che età sarà destinata.
Perché c’è una cosa che va subito chiarita se si parla di questo titolo: per quanto la vicenda possa avere momenti cupi, Macchine Mortali è indubbiamente un libro per undicenni, e non per giovani adulti.

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Macchine Mortali, dunque.
Io l’ho letto con questo titolo, che tra l’altro preferisco.
Il titolo originale del primo volume (che è in qualche modo godibile in solitaria), e della saga, è Mortal Engines. The Hungry City, bisogna specificarlo, non è un titolo inventato da Mondadori ma il nome americano.
Personalmente ritengo Mortal Engines un titolo più azzeccato perché pone un dubbio: le macchine, o i motori, sono mortali nel senso che uccidono, o sono mortali nel senso che possono morire? E siccome la risposta è sì a entrambe le opzioni, mi sembra una scelta migliore e in linea con quello che il libro effettivamente racconta.
The Hungry City, invece, dona alla città la caratteristica di essere affamata, cosa che è solo parzialmente vera, visto che forse ad essere affamati sono più gli abitanti che le città stesse…

Ad ogni modo, il libro racconta di un futuro piuttosto lontano dove il mondo, dopo quella che viene chiamata la Guerra dei Sessanta Minuti, è diviso tra Città Stazioniste e Città in movimento (dette Trazioniste) che vagano per la terra cercando di ‘mangiare’ altre città per sopravvivere.
Tom, un orfano apprendista storico che abita in una Londra imponente e ambulante, si ritroverà, inseguendo una ragazzina che ha appena tentato di uccidere un uomo, catapultato fuori da questa grande città e dovrà affrontare numerose avventure per tentare di ritornare a Londra, prima, e sventare un piano malvagio poi.

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Il romanzo che ne risulta è qualcosa di molto interessante.
Ha la struttura di un libro d’avventura piuttosto comune, con l’eroe che si ritrova inconsapevolmente in una situazione ‘estranea’ che lo porterà a rivalutare tutto quello che conosce. Inoltre la scrittura di Reeve è molto cinematografica, con trovate che fanno subito pensare a una scena da film, con tanto di duelli coreografati.

Allo stesso tempo, però, l’autore ha infuso molti elementi che meritano attenzione.
Già a livello di trama ho molto apprezzato l’inserimento di elementi steampunk come appunto queste città in movimento, che avanzano e ingoiano realtà più piccole per sopravvivere, oppure mongolfiere e dirigibili e altre macchine volanti che mescolano concetti quasi leonardeschi a momenti più tecnologici.
Troviamo poi una comprimaria un po’ atipica: una ragazza bruttissima che presenta una vistosa cicatrice sul volto che la deturpa cui si aggiunge un carattere parecchio scontroso e modi piuttosto guerriglieri. E c’è poi spazio, anche se in maniera più accennata, almeno in questo primo volume, per diversità etniche.

Ma quello che mi ha colpito più di tutto è stata l’idea del Darwinismo Urbano. Questa sorta di legge del più forte applicata al concetto di città in movimento e cacciatrici, predatrici senza freni e senza scrupoli, il cui inseguimento e il cibarsi di una nuova preda costituisce uno spettacolo per gli abitanti della città stessa.
Le città della Lega Stazionista, quelle che hanno deciso di non muoversi, sono considerate ‘inferiori’ proprio perché hanno deciso di sottrarsi a questa legge di natura.

Per tutto il libro, sebbene con sfumature diverse, si ruota attorno al concetto del più forte che vince sul più debole.
Al di là delle città stesse, c’è infatti la scoperta da parte dei protagonisti che la ricchezza di Londra, per esempio, e di chi la governa, si basa sullo sfruttamento di chi è più povero e costretto a lavori pesantissimi. Una sorta di studio sul funzionamento crudele di una società di questo tipo, dove la ricchezza e il benessere viene accentrato nelle mani di pochi e che quindi, per forza di cosa, deve sfruttare i più deboli.

Legato a questo c’è poi il concetto di Barbaro.
Per le città Trazioniste, i barbari sono gli abitanti delle città Stazioniste. Per gli
Stazionisti è, ovviamente, il contrario. E Tom si stupirà, e non poco, nello scoprire dietro le mura di una città ‘ferma’ una civiltà pari a quella londinese.
C’è insomma un ragionare sul concetto di diversità, di altro, di diverso da noi. A Londra viene insegnato che chi non si muove non è evoluto, è un selvaggio, così come nelle città Stazioniste si racconta che a essere poco evoluti sono gli abitanti delle città in movimento.
Sono sempre gli altri, i barbari. Mai noi.
Ma la verità è, non c’è bisogno di dirlo, diversa. Eppure sarà difficile accettarla. Il protagonista si sentirà per tutto il romanzo incredibilmente legato a Londra e a quello che gli è stato insegnato. Farà fatica a scrollarsi di dosso queste nozioni, proprio come farà fatica a credere che Londra non è portatrice di luce e verità.

E poi si parla di morte. Di come la percepiamo. Di quanto cambia, ai nostri occhi, la morte nel caso ci tocchi da vicino oppure sia lontana.
Reeve non si risparmia in questo senso, non risparmia il sangue e le vittime, e non risparmia nemmeno la gioia degli abitanti di Londra quando una città rivale verrà devastata. Perché sono altri. Perché non sono noi, quindi la loro fine ci tocca poco. E mi vien da pensare a quanto questo pensiero potrebbe essere applicato agli avvenimenti attuali e al fatto che siamo tutti francesi se c’è un attentato a Parigi, ma non siamo siriani se succede qualcosa in quelle terre apparentemente lontane.

Non si può, infine, tralasciare il fatto che questo libro è indubbiamente un inno al viaggio, al viaggiare come mezzo di conoscenza. Tom scoprirà la meraviglia delle città Stazioniste solo visitandole, capirà che non sono barbari solo parlando con quelle persone…
Ma la conoscenza non arriva solo attraverso il viaggio, ma anche attraverso la storia.
Nel libro viene ben mostrato l’attrito che c’è tra due delle quattro classi ‘dirigenti’ di Londra: gli Ingegneri e gli Storici. L’eterna lotta tra il progresso e la storia, tra la tecnologia e il passato. I primi non capiscono che i secondi possono aiutarli a comprendere le cose, perché tutto ciò che è già successo ci ha lasciato degli insegnamenti. Siamo pronti ad accoglierli? Studiare il passato non significa non guardare al futuro, ma la conoscenza ci fornisce delle lenti attraverso cui mettere più a fuoco la strada che vogliamo davvero percorrere. Le materie scientifiche servono alle materie umanistiche proprio come le umanistiche servono alle scientifiche. E anche questo mi pare tremendamente attuale.

Macchine Mortali è, insomma, un libro che mi fa un po’ soffrire. Perché sarebbe una lettura meritevole, una lettura che un undicenne potrebbe trovare appassionante e avventurosa e per niente noiosa, e allo stesso tempo sarebbe qualcosa di prezioso. Quindi mi spiace non sia stato un successo. Ma se l’arrivo del film permetterà di cambiare le cose, io son già pronto coi soldi del biglietto.

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Un piccolo post scriptum.

I libri possono essere come anelli di una lunga catena. Un titolo ne richiama un altro, che ne richiama un altro, che ne richiama un altro.
Così, dopo aver letto la prima parte di Macchine Mortali, dove si vede Tom lavorare in un museo pieno di oggetti antichi e dove si scopre quanto certi manufatti potrebbero tornare utili (anche se in maniera sbagliata, in questo caso), ho subito pensato a un altro libro: La storia del mondo in 100 oggetti, di Neil MacGregor, pubblicato in Italia da Adelphi.
MacGregor, ex direttore del British Museum, ha scelto cento oggetti attraverso i quali poter osservare la storia del nostro mondo. E questo mi ha incredibilmente ricordato Tom e la sua Londra in movimento. È un librone, ma è diviso in brevi capitoli dedicati ai singoli oggetti, e quindi lo si può consultare ogni tanto, quando abbiamo due minuti liberi. E sì, credo possano, e debbano, consultarlo pure i ragazzi. Perché, come ci insegna Macchine Mortali, la storia ci aiuta a capire.
Inoltre, come dice MacGregor stesso nella sua introduzione:

Un titolo più appropriato per questo libro sarebbe forse Storia degli oggetti attraverso mondi diversi, perché spesso le cose cambiano – o vengono cambiate – parecchio tempo dopo la loro creazione, assumendo significati inimmaginabili all’inizio.

In pratica, gli oggetti raccolti in un museo ci raccontano sì la storia degli oggetti e delle civiltà che li hanno creati, ma anche del pensiero, e degli uomini.

E ancora:

Una storia attraverso gli oggetti sarebbe impossibile senza i poeti.

Perché la letteratura è comprimaria. Perché la letteratura ci mostra alcune altre cose (nel testo si fa l’esempio di Shelley e di come i componimenti suoi e di altri ci facciano intuire l’amore per gli oggetti antichi che riaffiorò in quel periodo storico). E perché la letteratura, a volte, ha chiave diverse per aprire porte che pensavamo di aver già attraversato, ma che evidentemente non avevamo aperto del tutto.

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Macchine Mortali
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
327 pagine, 15,00 €, Mondadori

che trovate anche come

The Hungry City
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
326 pagine, 14,90 €, Mondadori

La Storia del Mondo in 100 Oggetti
di Neil MacGregor
Traduzione di M. Sartori
705 pagine, 25,00 €, Adelphi

Del non aver paura di raccontare

Un paio di settimane fa, su facebook, mi sono imbattuto in un video dove Nadia Terranova tentava di rispondere a una domanda che faceva circa così: “Si possono spiegare gli attentati ai bambini?”
La risposta si è poi molto articolata arrivando a parlare di come negli anni si sia finiti con lo smettere di raccontare le fiabe reali ai nostri figli, preferendo quelle edulcorate e più disneyane.

Ci sarebbe un discorso lungo e interessante da fare, ma questo non è il posto adatto. Solo che a volte ho come la sensazione che la letteratura per ragazzi rischia di fare la fine delle fiabe, e cioè di raccontare cose troppo addolcite, di non raccontare la verità. Un discorso che in parte si collega al mio post sull’inclusività.
Si ha paura di spaventare i lettori, e questo è un problema.

Le storie dovrebbero aiutare chi le legge o le ascolta a capire se stesso e il mondo, non dovrebbero far credere a qualcosa che non esiste. E non sto parlando di mondi immaginari, ovviamente.
I libri, ma non solo loro, dovrebbero divertire, ma anche essere schietti perché è grazie alle vicende dei protagonisti che io imparo cose che, forse, non conosco ancora. Ed è sempre grazie alle storie che conosciamo meglio noi stessi. L’ha detto pure Aidan Chambers in una bellissima intervista fattagli da Marco Locatelli:

Penso anche che, in particolare nell’adolescenza, possiamo avere molte difficoltà nel pensare a noi stessi (chi siamo? a cosa facciamo attenzione?). E quando troviamo la nostra esperienza riflessa in un romanzo, quello è il momento in cui diventiamo dei veri lettori.

Sarebbe pure interessante capire da dove nasca questo desiderio, del tutto adulto, di non voler raccontare le verità della vita a chi è più giovane. Perché non vogliamo dire che nel bosco ci sono i lupi cattivi? Perché non vogliamo dire che ci sono persone disposte a tagliare pezzi di piedi pur di riuscire a infilare una scomodissima scarpetta di cristallo? Perché abbiamo paura di raccontare la realtà anche a chi la realtà è pronto a sentirla e, anzi, vorrebbe disperatamente conoscerla?

È per questo che libri come Spazio Aperto sono importanti. Perché non risparmiano la verità.

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Spazio aperto è un libro particolare. Ha una narrazione che cattura, quasi fosse una sorta di thriller, e in parte potrebbe pure essere considerato tale, ma nella realtà è una storia profondamente intimista che ruota attorno ai pensieri e ai sentimenti che tentiamo di tenere nascosti, sopiti, ma che scalciano per uscire. È un po’ un libro sullo sfogarsi, perché il protagonista cerca per tutta la durata della storia un modo per incanalare un dolore.

La storia racconta di Lewis, diciassette anni, orfano di padre per motivi che scopriremo, e del suo tentativo di portare a compimento un piano che non ci è chiaro, almeno inizialmente, e che ci farà sempre più paura fino a quando non verrà esplicitato. Un piano che nasce appunto dal voler sfogare un dolore, una rabbia che si porta dietro. Proprio come suo padre era giunto alla sua tragica fine per la necessità di trovare uno sfogo a qualcosa che lo tormentava.

È una sorta di romanzo speculare, questo, dove attraverso due sequenze temporali si scopre cosa Lewis e suo padre hanno fatto, o vogliono fare. Mostra le somiglianze e le differenze dei due ‘piani’, riuscendo così ad avvicinare, e allo stesso tempo distanziare, le due figure.

In un’intervista rilasciata ad Andersen, l’autore Christophe Léon dice:

In generale, mi piace mostrare il meno possibile, raccontando attraverso le azioni, affinché chi legge possa immaginare. E anche perché possa riflettere, senza ricevere risposte preconfezionate.

E in effetti è proprio così, Spazio Aperto è un libro che procede per mancanza di informazioni, che ci vengono fornite a piccoli bocconi man mano che la storia procede. È un libro che lascia poco spazio alle motivazioni, preferendo lasciar intuire quello che sta passando per la testa dei personaggi. È un romanzo in qualche modo straziante, perché carico di rabbia, di impotenza, di dolore.

Allo stesso tempo, però, la storia di Lewis è la storia di ogni ragazzo. I sentimenti del diciassettenne vengono qui in qualche modo estremizzati per via della vicenda in cui è coinvolto, ma allo stesso tempo i suoi sono sentimenti che potrebbero albergare nel cuore di ogni adolescente: una rabbia a tratti incomprensibile, lo scontro coi genitori, l’assenza di spiegazioni…

E questo è un altro punto forte di Spazio Aperto. I genitori tacciono troppo. Con l’idea di proteggere i propri figli, i genitori non dicono cose, tengono segreti che però rischiano di fare peggio della verità. E se i figli lo sanno bene, gli adulti non tanto. Ecco perché questo romanzo potrebbe essere una lettura adatta pure ai ‘grandi’. Mostra infatti, molto schiettamente, che tacendo ci si comporta da idioti. Arriva un momento in cui i figli sono abbastanza grandi da poter capire tutto quello che sta succedendo in casa, e non raccontando si rischia di far passare messaggi non corretti e di escludere i ragazzi da vicende che li riguardano da vicino.
Dobbiamo affrontare una terribile verità: siamo noi adulti ad aver paura della realtà, non i nostri figli. Siamo noi che abbiamo paura di dire le cose come stanno, perché in qualche modo le concretizziamo. Ma se non le concretizziamo rischiamo di scatenare una catastrofe.

Spazio Aperto si conclude con un finale aperto e una domanda:

Che cosa sono io?

È una domanda che ci poniamo tutti. Più volte nella vita. E nell’adolescenza, con tutti i cambiamenti che ci travolgono, ce lo chiediamo ancora di più.
Che cosa sono io? Chi sono io? Cosa voglio diventre?

Spazio Aperto è una storia che ruota attorno al concetto di definizione di sé.
Che cosa ci definisce come persona? Come individuo? Quello che pensiamo o quello che facciamo? Se io penso ad una cosa ma non la faccio nella realtà, sono quello che penso o sono quello che non faccio? Se io penso che una determinata persona in difficoltà sia degna di aiuto, ma io non le do l’aiuto di cui so avrebbe bisogno, sono davvero una brava persona?

E il bello di un libro come questo è che la ‘vittima’ di questa domanda non è solo Lewis, ma anche gli adulti che lo circondano, il padre in primis, ma anche la madre.

Cosa siamo noi?
Siamo i nostri sentimenti? Siamo i nostri pensieri? Siamo le nostre disgrazie?
O siamo forse come decidiamo di comportarci? Perché malgrado tutto quello che ci può succedere, alla fine siamo noi a decidere. Ma siamo pronti ad accettare le conseguenze delle nostre azioni?

Spazio Aperto è un libro bello perché è sincero. E la sincerità può essere spietata, ma anche liberatoria. Spazio Aperto è un libro per tutti, perché siamo tutti persone in cerca di noi stessi e di cosa è più giusto fare. E sarà bello, alla fine del romanzo, scoprire noi cosa decideremo di fare delle nostre vite.

La Biblioteca della Legalità

La lettura non è esclusivamente un’operazione individuale e solitaria.
La lettura può essere anche molte cose diverse e incarnarsi in tanti progetti differenti. Attorno ai libri ruotano infatti moltissime realtà, manifestazioni, idee interessanti che sanno dare sguardi alternativi, nuovi, altri a quello che leggiamo noi. Momenti, in somma, dove la solitudine del lettore abbraccia altre mille solitudini creando esperienze e pensieri nuovi.
Tutto questo è vero anche, e forse soprattutto, per i libri per ragazzi, dove le idee vanno al galoppo e ci si può davvero sbizzarrire.

Una di queste idee interessanti l’ho scoperta da poco e mi ha subito colpito perché si concentra sulle storie per trasmettere alcuni messaggi ben precisi, condividendo così la mia idea che la narrazione sa essere un grande strumento di condivisione e propagazione di alcuni punti di vista che possono interessare la collettività.

Sto parlando di Bill, la Biblioteca della Legalità. Un progetto che vuole diffondere la cultura della legalità, appunto, e della responsabilità tra le nuove generazioni.

Nel mio piccolo, mi piaceva l’idea di far conoscere ad altri questa realtà e quindi ho pensato di intervistare chi ha contribuito alla nascita di Bill, ovvero Michele Altomeni, presidente della Fattoria della Legalità. Io lo ringrazio davvero di cuore perché è stato gentilissimo ed estremamente disponibile. Vi invito a leggere le sue risposte e a spulciare il sito del progetto, dove potrete trovare tutte le informazioni di cui potreste aver bisogno.

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Come e da chi nasce la biblioteca della legalità?
Nasce all’interno della Fattoria della Legalità, che è un centro di educazione e formazione sui temi della cittadinanza e della partecipazione sorto da un bene confiscato alle mafie nel comune di Isola del Piano, nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino. La Fattoria della Legalità, fin dalla sua nascita, è stato un laboratorio in cui si incrociano persone e organizzazioni diverse, interessate ad avviare progetti e iniziative. Nel caso della Bill l’ispirazione è venuta dalla sezione di Pesaro e Urbino dell’Associazione Nazionale Magistrati che è guidata da persone animate da grande senso civico. All’inizio avevamo pensato semplicemente di acquistare dei libri per ragazzi da tenere a disposizione all’interno della nostra sede, ma per fare questa semplice cosa abbiamo messo attorno ad un tavolo diverse realtà interessate, da IbbY Italia al Forum del Libro, dall’ISIA di Urbino all’Associazione Italiana Biblioteche Marche. Si è rivelata una miscela esplosiva perché quella semplice idea si è trasformata un un progetto molto più ampio che adesso gira l’Italia.

Cos’hanno a che fare le storie, e in particolare i libri, con la legalità e la giustizia?
Quando abbiamo iniziato ad occuparci di educazione alla legalità ci siamo subito resi conto che uno degli strumenti più validi che avevamo a disposizione erano le storie. Se si vogliono trasmettere valori, principi e ideali in maniera efficace bisogna passare attraverso la narrazione, intesa come racconto di esperienze e di esempi. Questo vale per i bambini e i ragazzi in età scolastica, ma in realtà vale anche per gli adulti. Le storie ci inducono ad indossare i panni degli altri, a farci coinvolgere, quindi a comprendere a fondo una situazione. Questo è vero sia che si utilizzino storie vere, portando esempi di eroi, vittime, cittadini che hanno fatto scelte positive. Ma anche se si gioca con storie inventate, con racconti di fantasia, da cui però sia possibile trarre ispirazione.
La Bill comunque non è fatta solo di storie, cioè di narrativa, ma anche di saggistica che utilizza un linguaggio accessibile ai lettori più giovani, di fumetti e di libri illustrati adatti anche a bambini molto piccoli. Pensiamo che l’atto di leggere sia già un passo sulla strada della cittadinanza. Comporta di per sé una scelta di profondità rispetto alla superficialità di altre forme culturali o di intrattenimento. Se anche i contenuti della lettura sono formativi i passi sono già due.

Che tipo di progetti offre Bill e come diffonde queste storie di legalità?
Come dicevo, quando abbiamo cominciato a pensare ad una nostra biblioteca per la nostra sede abbiamo subito cominciato a temere che i libri restassero per gran parte del tempo sugli scaffali, senza riuscire a svolgere la loro funzione di arrivare davvero ai ragazzi. Allora abbiamo pensato che questa biblioteca avesse bisogno di gambe, per non restare ferma ad aspettare lettori, ma per correre loro incontro. Le gambe in realtà sono le ruote di alcune valigie trolley che trasportano la biblioteca da una scuola all’altra. Le insegnanti prenotano la biblioteca all’inizio dell’anno scolastico, partecipando ad un corso di formazione e aggiornamento che offre tanti spunti di lavoro. Poi, a turno, ricevono le valigie. Le portano nostri operatori nel corso di un incontro didattico con le classi. La scuola può tenere i libri per due mesi, nell’arco dei quali gli alunni li prendono in prestito, li leggono, li consultano, li discutono, li rielaborano. Al termine dei due mesi andiamo a riprendere la biblioteca e di solito ci portiamo via una valigia in più, piena di lavori fantastici che gli studenti hanno realizzato. E subito consegniamo Bill alla destinazione successiva.

Bill, nel sito è detto più volte, è un progetto replicabile. Come si può fare per portare Bill nelle proprie città?
Quando le valigie hanno cominciato a circolare, subito ci sono arrivate richieste da varie parti d’Italia e ci siamo resi conto che non potevamo gestire la biblioteca da un unico punto. Così abbiamo cominciato a rispondere a queste richieste con l’invito a costituire sul territorio una nuova sede della Biblioteca. L’invito è stato raccolto con entusiasmo e oggi Bill, oltre che in Provincia di Pesaro, è presente a Padova, ad Ancona e ad Alessandria. A settembre, dopo un bellissimo percorso preparatorio attuato dalla Biblioteca Collina della Pace, nascerà quella di Roma, e poi sarà la volta dell’Alta Valle del Reno, della provincia di Latina e tante altre che si stanno organizzando.
Ci siamo dati alcuni semplici criteri per chi vuole aprire una Bill, uno dei quali è fare rete, perché quello è un valore di fondo per noi. La rete è intesa sia come collegamento tra tutte le Bill che nascono in Italia, sia come gruppo promotore su un singolo territorio, che dovrebbe sempre riuscire a comprendere attori diversi, tra associazioni, istituzioni, scuole, biblioteche, magistrati…
Poi ogni realtà ha la sua storia e le sue peculiarità ed è giusto che ogni Bill sia calata nel suo contesto. Ad ogni modo, per chi fosse interessato, invitiamo ad una visita sul sito http://www.biblitoecadellalegalita.it dove ci sono tutte le informazioni e i contatti.

Che tipo di riscontro avete avuto con i vostri progetti? Come venite accolti da realtà come scuole e biblioteche?
Il riscontro è stato superiore ad ogni nostra aspettativa, sia per quanto riguarda le richieste di ospitare la Bill sul nostro territorio, sia per quanto riguarda gruppi interessati a replicarla in altri luoghi. Tant’è che essendo la nostra una struttura piccola, facciamo spesso anche fatica a rispondere a tutte le esigenze. Le scuole che chiedono di ospitare la Bill hanno continuato ad aumentare, e grazie anche all’esperienza che man mano accumuliamo, anche il valore culturale dell’esperienza che se ne ricava sta crescendo. Le biblioteche sono per noi un partner fondamentale. Quasi tutti i gruppi nati in giro per l’Italia per costituire le Bill hanno alle spalle un ruolo trainante delle biblioteche e quasi sempre, di bibliotecari che si appassionano al progetto.

Come dite anche voi, l’Italia è un paese di non lettori, eppure voi avete scelto i libri per trasmettere il concetto di giustizia ai ragazzi. Mi vien quindi da chiedere come, secondo voi, si può invogliare i ragazzi alla lettura?
Per rispondere a questa domanda posso mettere in gioco sia la mia esperienza da educatore che viene in contatto spesso con insegnanti, che quella di padre. Come genitore cerco di far vivere ai miei figli un rapporto molto spontaneo e naturale con la lettura, come un qualunque altro gioco, senza mai forzarlo. I bambini amano le storie e amano sentirsele raccontare. Io ho iniziato a leggere loro storie già quando erano piccoli e sto vedendo che per loro prendere un libro la sera prima di addormentarsi è un gesto normale.
A scuola mi trovo a che fare con insegnanti molto bravi, e mi accorgo che i loro alunni tanto più amano leggere quanto più amano farlo gli insegnanti: la passione per la lettura è contagiosa. Penso che anche a scuola, coma a casa, si possa fare amare la lettura riuscendo a farla percepire non come un “compito”, ma come un momento piacevole. E in questo è fondamentale anche la scelta dei libri e il rispetto delle caratteristiche del ragazzo. Ognuno ha la sua strada per arrivare ad amare i libri, e il ruolo dell’insegnante è aiutare il bambino e il ragazzo a trovare quella strada. Incontro sempre più insegnanti che dedicano tempo a leggere storie ai loro alunni, anche questo è molto importante. Per molti leggere è faticoso, ma molti sono disposti ad affrontare una fatica se possono attendersi qualcosa che li appaga. La lettura da parte dell’insegnante può servire a questo, a capire che dentro i libri ci sono storie piacevoli, che meritano quella fatica.

Sul sito avete una lista di titoli che parlano in qualche modo di legalità. Ce n’è qualcuno che vi sentite di consigliare particolarmente?
La bibliografia è uno dei pilastri del progetto Bill, è uno degli aspetti a cui abbiamo dedicato fin dall’inizio più energie e costantemente c’è chi lavora all’aggiornamento di quella lista. Siamo certi che quella lista è di altissima qualità perché ci hanno lavorato persone che oltre ad essere professionisti del settore, come bibliotecari, editori e autori, sono persone di una grande umanità e passione civile. Per questo, al di là che si sia interessati al progetto Bill, il primo invito che facciamo, ad educatori e genitori, è di sfruttare la nostra bibliografia, che oggi contiene 202 titoli.
Credo sia molto difficile sceglierne qualcuno in particolare, perché come dicevo prima, il percorso che porta alla lettura e alla preferenza di un libro è molto soggettivo, intrecciato col vissuto personale. Per certi versi, il viaggio nella lettura, è una sorta di percorso iniziatico, dove ogni libro genera nuovi interessi che a loro volta ne generano altri, passo dopo passo, trasformandoti.
Però posso dire alcuni titoli che in questi anni gli insegnanti e gli alunni hanno maggiormente sfruttato. Per la narrativa direi “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi Garlando. Per la saggistica “La mafia spiegata ai ragazzi” di Antonio Nicaso, e per i fumetti “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia?, di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Di Confraternite e cecità

Qualche giorno fa Nate Moore, produttore dei Marvel Studios, durante un’intervista ha dichiarato che la Casa delle Idee non ha intenzione di seguire le richieste di quote di genere che vengono fatte dal pubblico, e che la loro agenda viene decisa esclusivamente in base alla qualità delle storie.
Un’affermazione interessante. Detta così sembra infatti che la qualità di una storia non abbia nulla a che fare con la tipologia di personaggi che andrà a rappresentare al suo interno. La cosa è in parte vera, perché si potrebbero avere in sviluppo, contemporaneamente, due film, uno su di un supereroe caucasico e uno su di un supereroe di colore, e magari la storia con l’eroe bianco potrebbe essere stata sviluppata meglio e quindi si decide di dare l’ok quella. Ci sta.
Tuttavia non riesco a fare a meno di chiedermi come sia possibile che una storia contemporanea possa risultare convincente con la presenza quasi esclusiva di maschi bianchi, etero e bellissimi, dove la diversità, se così dobbiamo chiamarla, è relegata a ruoli secondari.

E se una storia non è convincente sotto questo aspetto… può davvero essere una buona storia?

Se prendiamo per vere le dichiarazioni di Moore, e per farlo dovremmo riuscire a dimenticarci del fatto che non tutti i film Marvel siano caratterizzati da buone storie… Se prendiamo per buone le dichiarazioni di Moore, dicevo, dovremmo concludere che in circa dieci anni di lungometraggi, i Marvel Studios non sono mai stati capaci di scrivere una buona storia inclusiva. In fondo, fino all’anno scorso la quota di genere era in mano alla Vedova Nera di Scarlett Johansson, che ovviamente non è un eroe di punta e alla spalla di Tony Stark, War Machine. Al massimo potremmo aggiungere la Gamora dei Guardiani della Galassia. Possiamo aggiungere, ma solo dal 2016, Scarlett Witch e Pantera Nera. Quest’ultimo, tra l’altro, sarà il primo supereroe di colore ad avere una pellicola tutta sua. Nel 2018. Mentre dovremo aspettare il 2019 per Captain Marvel, la prima avventura incentrata su una donna. E sì che Wonder Woman sta facendo furore ai botteghini di tutto il mondo…

Ma se anche sorvolassimo su queste dichiarazioni, andrei comunque a impantanarmi su alcuni commenti in merito che ho trovato davvero bizzarri, uno su tutti quello che affermava che richieste di questo genere, ovvero di una inclusività maggiore in tali pellicole, siano il frutto della moda femminista post elezione di Trump. Anche qui abbiamo una visione indubbiamente interessante, perché lascia intendere che il rappresentare seriamente eroine donne, o eroi di altre etnie o di altre preferenze sessuali sia inutile. Ci si dimentica quindi che il mondo non è tutto bianco, etero, sano e maschio. Nemmeno quello scintillante di Hollywood.
Eppure i fumetti sono sempre stati inclusivi, e ora più che mai.
Senza contare il già citato Pantera Nera, che comunque è in circolazione dal 1966 e che assieme alla Tempesta degli X-Men (altra figura, donna e di colore, che al cinema ha avuto un’importanza infinitamente minore rispetto ai fumetti) forma una delle coppie più potenti dell’universo supereroistico, possiamo soffermarci su Kamala Khan, la prima supereroina musulmana, che ha debuttato nel 2013 riscuotendo consensi e riconoscimenti importanti. Nel 2015, poi, l’uomo ghiaccio degli X-men ha dichiarato la sua omosessualità. E Miles Morales! L’uomo ragno afro-americano che ha esordito nel 2011 e che, chissà perché, non è stato preso, probabilmente, in considerazione per il secondo reboot della saga, il cui ruolo principale è finito al bianchissimo, e simpatico, Tom Holland. Senza poi contare le ultime, e varie, rivisitazioni di eroi classici.

Tutto questo per dire che magari la presenza o meno di quote di genere diverse non pregiudica la buona riuscita di una storia, ma sicuramente ci stiamo raccontando una storia falsa.
Il nostro mondo è pieno di diversità, e raccontare questo non è questione di storie belle o meno belle, è questione di raccontare la verità, di narrare la realtà. E la realtà non si limita all’uomo etero e bianco, ma a essere sinceri non si limita nemmeno alle donne, agli altri orientamenti sessuali o alle diverse nazionalità. La realtà è raccontare tutte le diversità umane, comprese le difficoltà, le malattie e le patologie. E la realtà è parlare di tutto questo senza cadere nel trabocchetto del buonismo o dell’educazione sociale a ogni costo.

Sembra esserci riuscita (e sì, finalmente arriviamo a parlare del libro di oggi) Marine Carteron col suo Mio fratello è un custode, primo volume della trilogia dedicata alla Lega degli Autodafé.
Travestito da romanzo thriller, con la storia di una vita ordinaria che di colpo si trasforma in straordinaria, questo romanzo racconta ben più di un’avventura à la  Mistero dei Templari, come si potrebbe pensare a una prima lettura della trama.

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La vicenda inizia con la morte del padre di August Mars, detto Gus, un quattordicenne di Parigi che da questo momento in poi, da buon ragazzo ‘speciale’ che si rispetti, vedrà la sua vita stravolgersi nella maniera più assoluta. Per riprendersi dal brutto colpo, infatti, lui, la madre e la sorella autistica Césarine si trasferiscono in campagna dai nonni. Qui, oltre a dover fare i conti con una realtà che non ha nulla a che vedere con quella cittadina, Gus avrà a che fare anche con un segreto di famiglia: i suoi parenti più stretti sono componenti della Confraternita, una sorta di società segreta il cui scopo millenario è quello di proteggere, e divulgare, il sapere, e quindi la forma più antica in cui questo si trova depositato: i libri. Il guaio è che la Confraternita ha un nemico giurato: la Lega degli Autodafé. Sono loro i veri responsabili della morte del padre, e non sembrano intenzionati a volersi fermare qui.

L’autodafé, o auto de fe, significa atto di fede e sta a indicare la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore, e non è un caso che sia stato scelto un nome di questo tipo per una corporazione che vuole cancellare il sapere e i libri. Del resto, è tipico di un estremismo non voler ‘vedere’ le cose ‘scomode’, che non si vogliono vedere. E indubbiamente un credo che si barrica dietro muri di imperativi non accetterà mai altre visioni. E tanto per ricollegarmi a quanto detto prima, qualcuno di convinto che avere solo storie che hanno eroi bianchi e maschi non sia niente di strano, beh, probabilmente etichetterà come “moda femminista post-Trump” una richiesta che non riesce, o non vuole, comprendere.

E non è un che sono rimbambito se mescolo cinecomics e libri con un prolisso discorso sulla diversità e l’inclusività.
Mio fratello è un custode, infatti, è un libro sulla diversità. Non solo, è un libro sulla diversità fatto bene.

Il romanzo viene narrato da due voci: quella di Gus e quella di Césarine, e in nessuna delle due parti la ragazza viene mai trattata diversamente perché, appunto, ragazza o perché autistica. Questo, attenzione, non significa che il disturbo non venga mai nominato, anzi, il suo essere autistica è sempre presente, così come vengono raccontate alcune problematiche e alcuni piccoli atti di bullismo di cui è vittima. Però tutto viene trattato con normalità, sia dalla narratrice che dagli altri personaggi che le sono vicini.
Césarine non è un personaggio problematico, o particolarmente bisognoso, o difficile, o da difendere, o da prendere come modello per insegnare ai lettori che non bisogna prendere in giro chi è diverso. No. Lei è, semplicemente, un altro personaggio. Lei è noramle. Lei è parte della storia tanto quanto Gus. Lei è. E è in funzione di sé, non della sua malattia.
In un certo senso, tra l’altro, quello bizzarro dei due è proprio Gus, che arriva in una scuola di campagna con i modi e le mode parigine, dimostrandosi tremendamente fuori luogo. Ed è sempre Gus che non ne capisce niente di computer e tecnologia. è lui che passa il tempo a leggere e ancora lui che, durante la storia, viene etichettato come pazzo e mandato in un centro di recupero.

Il risultato, poi, è fenomenale. Il romanzo è divertentissimo, ironico e tagliente, sia nei capitoli di lui che in quelli di lei. Entrambi, ma in maniera diversa, riescono a inquadrare il mondo in maniera intelligente e sincera, senza però dimenticarsi mai, e sottolineo mai, di essere ragazzini, con i desideri, le paure e le ‘sparate’ tipiche di quell’età. E sono tutti e due a mandare avanti la storia e a rivelare verità e piani nascosti. Tutti e due.

La Carteron non si dimentica nemmeno che questo deve essere un libro di avventura per ragazzi, e infatti c’è ampio spazio per momenti adrenalinici e di pura azione, con tanto di combattimenti, esplosioni e guida spericolata.

Ecco, se dovessi trovare un punto debole a questo primo volume, quello sarebbe il finale che reputo forse troppo ‘esplosivo’ (nel vero senso della parola) per i miei gusti. Mi rendo conto che un ragazzino di dodici anni potrebbe amarlo alla follia, perché potrebbe sentirsi protagonista di un film tipo Mission: Impossible, ma a me è sembrato un po’… oltre. C’è anche da dire che mancano due volumi e queste scene potrebbero trovarsi inserite in contesti più dettagliati e plausibili.

Per concludere, Mio fratello è un custode è un romanzo molto bello. Il thriller viene usato come pretesto per conoscere bene due protagonisti indimenticabili e inimitabili, e che sicuramente ci faranno entrare in maniera più approfondita nella Confraternita e nei suoi segreti.
Ma Mio fratello è un custode ci dimostra anche che le storie inclusive possono esserci, e possono pure d’azione, di supereroi, basta solo aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà è questa. Perché il succo è che la disparità, sia essa di genere o di qualsiasi altro tipo, non può essere vinta con campagne contro il bullismo. L’unico modo per batterla è rendere normale quello che noi vediamo come diverso.