Del non aver paura di raccontare

Un paio di settimane fa, su facebook, mi sono imbattuto in un video dove Nadia Terranova tentava di rispondere a una domanda che faceva circa così: “Si possono spiegare gli attentati ai bambini?”
La risposta si è poi molto articolata arrivando a parlare di come negli anni si sia finiti con lo smettere di raccontare le fiabe reali ai nostri figli, preferendo quelle edulcorate e più disneyane.

Ci sarebbe un discorso lungo e interessante da fare, ma questo non è il posto adatto. Solo che a volte ho come la sensazione che la letteratura per ragazzi rischia di fare la fine delle fiabe, e cioè di raccontare cose troppo addolcite, di non raccontare la verità. Un discorso che in parte si collega al mio post sull’inclusività.
Si ha paura di spaventare i lettori, e questo è un problema.

Le storie dovrebbero aiutare chi le legge o le ascolta a capire se stesso e il mondo, non dovrebbero far credere a qualcosa che non esiste. E non sto parlando di mondi immaginari, ovviamente.
I libri, ma non solo loro, dovrebbero divertire, ma anche essere schietti perché è grazie alle vicende dei protagonisti che io imparo cose che, forse, non conosco ancora. Ed è sempre grazie alle storie che conosciamo meglio noi stessi. L’ha detto pure Aidan Chambers in una bellissima intervista fattagli da Marco Locatelli:

Penso anche che, in particolare nell’adolescenza, possiamo avere molte difficoltà nel pensare a noi stessi (chi siamo? a cosa facciamo attenzione?). E quando troviamo la nostra esperienza riflessa in un romanzo, quello è il momento in cui diventiamo dei veri lettori.

Sarebbe pure interessante capire da dove nasca questo desiderio, del tutto adulto, di non voler raccontare le verità della vita a chi è più giovane. Perché non vogliamo dire che nel bosco ci sono i lupi cattivi? Perché non vogliamo dire che ci sono persone disposte a tagliare pezzi di piedi pur di riuscire a infilare una scomodissima scarpetta di cristallo? Perché abbiamo paura di raccontare la realtà anche a chi la realtà è pronto a sentirla e, anzi, vorrebbe disperatamente conoscerla?

È per questo che libri come Spazio Aperto sono importanti. Perché non risparmiano la verità.

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Spazio aperto è un libro particolare. Ha una narrazione che cattura, quasi fosse una sorta di thriller, e in parte potrebbe pure essere considerato tale, ma nella realtà è una storia profondamente intimista che ruota attorno ai pensieri e ai sentimenti che tentiamo di tenere nascosti, sopiti, ma che scalciano per uscire. È un po’ un libro sullo sfogarsi, perché il protagonista cerca per tutta la durata della storia un modo per incanalare un dolore.

La storia racconta di Lewis, diciassette anni, orfano di padre per motivi che scopriremo, e del suo tentativo di portare a compimento un piano che non ci è chiaro, almeno inizialmente, e che ci farà sempre più paura fino a quando non verrà esplicitato. Un piano che nasce appunto dal voler sfogare un dolore, una rabbia che si porta dietro. Proprio come suo padre era giunto alla sua tragica fine per la necessità di trovare uno sfogo a qualcosa che lo tormentava.

È una sorta di romanzo speculare, questo, dove attraverso due sequenze temporali si scopre cosa Lewis e suo padre hanno fatto, o vogliono fare. Mostra le somiglianze e le differenze dei due ‘piani’, riuscendo così ad avvicinare, e allo stesso tempo distanziare, le due figure.

In un’intervista rilasciata ad Andersen, l’autore Christophe Léon dice:

In generale, mi piace mostrare il meno possibile, raccontando attraverso le azioni, affinché chi legge possa immaginare. E anche perché possa riflettere, senza ricevere risposte preconfezionate.

E in effetti è proprio così, Spazio Aperto è un libro che procede per mancanza di informazioni, che ci vengono fornite a piccoli bocconi man mano che la storia procede. È un libro che lascia poco spazio alle motivazioni, preferendo lasciar intuire quello che sta passando per la testa dei personaggi. È un romanzo in qualche modo straziante, perché carico di rabbia, di impotenza, di dolore.

Allo stesso tempo, però, la storia di Lewis è la storia di ogni ragazzo. I sentimenti del diciassettenne vengono qui in qualche modo estremizzati per via della vicenda in cui è coinvolto, ma allo stesso tempo i suoi sono sentimenti che potrebbero albergare nel cuore di ogni adolescente: una rabbia a tratti incomprensibile, lo scontro coi genitori, l’assenza di spiegazioni…

E questo è un altro punto forte di Spazio Aperto. I genitori tacciono troppo. Con l’idea di proteggere i propri figli, i genitori non dicono cose, tengono segreti che però rischiano di fare peggio della verità. E se i figli lo sanno bene, gli adulti non tanto. Ecco perché questo romanzo potrebbe essere una lettura adatta pure ai ‘grandi’. Mostra infatti, molto schiettamente, che tacendo ci si comporta da idioti. Arriva un momento in cui i figli sono abbastanza grandi da poter capire tutto quello che sta succedendo in casa, e non raccontando si rischia di far passare messaggi non corretti e di escludere i ragazzi da vicende che li riguardano da vicino.
Dobbiamo affrontare una terribile verità: siamo noi adulti ad aver paura della realtà, non i nostri figli. Siamo noi che abbiamo paura di dire le cose come stanno, perché in qualche modo le concretizziamo. Ma se non le concretizziamo rischiamo di scatenare una catastrofe.

Spazio Aperto si conclude con un finale aperto e una domanda:

Che cosa sono io?

È una domanda che ci poniamo tutti. Più volte nella vita. E nell’adolescenza, con tutti i cambiamenti che ci travolgono, ce lo chiediamo ancora di più.
Che cosa sono io? Chi sono io? Cosa voglio diventre?

Spazio Aperto è una storia che ruota attorno al concetto di definizione di sé.
Che cosa ci definisce come persona? Come individuo? Quello che pensiamo o quello che facciamo? Se io penso ad una cosa ma non la faccio nella realtà, sono quello che penso o sono quello che non faccio? Se io penso che una determinata persona in difficoltà sia degna di aiuto, ma io non le do l’aiuto di cui so avrebbe bisogno, sono davvero una brava persona?

E il bello di un libro come questo è che la ‘vittima’ di questa domanda non è solo Lewis, ma anche gli adulti che lo circondano, il padre in primis, ma anche la madre.

Cosa siamo noi?
Siamo i nostri sentimenti? Siamo i nostri pensieri? Siamo le nostre disgrazie?
O siamo forse come decidiamo di comportarci? Perché malgrado tutto quello che ci può succedere, alla fine siamo noi a decidere. Ma siamo pronti ad accettare le conseguenze delle nostre azioni?

Spazio Aperto è un libro bello perché è sincero. E la sincerità può essere spietata, ma anche liberatoria. Spazio Aperto è un libro per tutti, perché siamo tutti persone in cerca di noi stessi e di cosa è più giusto fare. E sarà bello, alla fine del romanzo, scoprire noi cosa decideremo di fare delle nostre vite.

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