Intervista a Lorenza Ghinelli

Se c’è una cosa che apprezzo particolarmente dei libri che potremmo definire ‘per ragazzi’ di Lorenza Ghinelli, è sicuramente il fatto che tutti i personaggi hanno problemi. Potrebbe apparire come una cosa sciocca da dire, ma il fatte è che nella realtà è davvero così. Spesso siamo abituati a trovare protagonisti con problemi, magari qualche comprimario che ci si ritrova invischiato dentro, ma mai tutti quelli che incontriamo.
Però nessuno vive in una bolla di serenità eterna.
C’è, indubbiamente, chi sta meglio e chi sta peggio, ma tutti hanno le loro tristezze, le loro lotte, le loro paure, e a volte non è possibile dare un valore a queste paure, metterle in ordine di importanza, perché, semplicemente, sono problemi che affliggono qualcuno.

Questi problemi, però, grandi o piccoli che siano, aiutano i protagonisti a crescere. Sono indispensabili. È un tratto tipico della narrazione in generale e in particolar modo di quella per ragazzi, e è una caratteristica anche dell’ultimo romanzo della Ghinelli, Anche gli alberi bruciano. La differenza, forse, sta nel fatto che qui tutte le persone devono fare i conti con un problema, (spesso condiviso ma non necessariamente). E tutti ne usciranno cambiati, stravolti, sconvolti. C’è poi il fatto che, per tornare su questioni che mi stanno particolarmente a cuore, non ci sono risoluzioni edulcorate. Certo, il finale è indubbiamente positivo, ma lascia un certo amaro in bocca, come se ci fosse qualcosa di ingiusto che sta scavando sotto la superficie. Come se non tutto fosse davvero a posto. Ma il fatto è che purtroppo, o per fortuna, le nostre vite non sono ambientate in una favola Disney, bensì in una realtà che non consente il positivo assoluto, al massimo un buon compromesso.

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Volevo poi esprimere il mio entusiasmo per il titolo del libro.
Anche gli alberi bruciano.
È un titolo in parte interpretabile, perché potrebbe semplicemente voler dire che anche le cose belle finiscono. Una sorta di esclamazione che si potrebbe fare per sottolineare un’ovvietà: “Anche gli alberi bruciano! Perché quindi questa cosa dovrebbe andare diversamente?”
Ma potrebbe anche lasciare intendere che c’è qualcos’altro che brucia, da qualche parte, nel romanzo. Che c’è una cosa che arde, e che anche gli alberi finiranno col farlo. Ma cosa? Cos’è quest’altra cosa che brucia? Cosa può infiammarsi tanto da uscirne distrutto?
Bisognerà leggere il libro per scoprire cosa brucia e cosa no.

Anche gli alberi bruciano è un libro sulla crescita. Ma non solo della crescita di un ragazzi, ma pure dei suoi genitori, per esempio. È infatti un romanzo che si presta ad essere letto da più generazioni senza smettere di poter donare qualcosa, perché non si smette mai davvero di diventare grandi.

Ora lascio spazio alle risposte di Lorenza che ringrazio ancora una volta per l’incredibile gentilezza.
Buona lettura.

Buongiorno Lorenza e grazie mille per la disponibilità. Visti i tuoi ‘trascorsi’ letterari vorrei partire con una domanda che, lo so, è un po’ sciocca, perché a volte le storie succedono e basta, però io sono curioso e quindi… mi piacerebbe sapere cosa ti ha spinta ad affrontare un pubblico più giovane rispetto ai tuoi primi romanzi, e se hai notato delle differenze in fase di scrittura.
Buongiorno a te! Come hai detto benissimo tu, a volte le storie succedono e basta. Esiste ottima, mediocre e pessima letteratura, e a determinare questa differenza non è certo il target a cui si rivolge. Credo che le storie scritte con sincerità, mestiere e passione siano destinate a valicare i confini troppo rigidi delle scansie in cui vengono relegate. Anche gli alberi bruciano è il romanzo più trasversale che io abbia mai scritto, non è un romanzo destinato solo ai ragazzi, credo che la storia di Michele, il protagonista, possa parlare a diverse generazioni con grande schiettezza.

Lorenza_GhinelliCredi ci sia qualcuno al mondo che non ha problemi? Perché se c’è una cosa che questi tuoi due libri per ragazzi mostrano è che tutti hanno dei problemi. Tutti. Alcuni magari sono più ‘piccoli’ di altri, ma comunque grandi per chi li sta affrontando. È una rappresentazione voluta o i ‘problemi’ nascevano mano a mano che scrivevi dei personaggi in questione?
I problemi fanno parte del quotidiano di ciascuno, e non credo spetti a nessuno, tantomeno a me, dire se un problema è più o meno grande rispetto a un altro. Quello che mi interessa è la grande occasione che ogni problema porta con sé: mi riferisco alla possibilità di tirare fuori le nostre risorse per fronteggiare le difficoltà, in fondo il nostro carattere e le nostre peculiarità si rivelano a noi solo in momenti davvero decisivi. I periodi di crisi ci costringono ad abbandonare le maschere e a mostrare a noi stessi in primis il nostro vero volto. Il filo rosso che lega i miei romanzi si chiama senz’altro resilienza. Persino i traumi possono rivelarsi una grande occasione. Spetta in gran parte a noi volgerli a nostro vantaggio. Ed è quello che il protagonista di “Anche gli alberi bruciano” cerca di fare.

Una cosa che mi è particolarmente piaciuta di Anche gli alberi bruciano è che il protagonista parte pieno di ottimi propositi, di ideali potremmo dire, relativamente a suo nonno. Ma poi, alla fine, capisce che in verità hanno ragione i suoi, o che comunque non sempre si riesce a fare come si vorrebbe. Credi che voglia dire questo diventare adulti? Capire che non si può vivere solo di cose ideali? Che c’è sempre una mediazione tra l’idea astratta di una cosa e la sua controparte terrena?
Credo che diventare adulti, nell’accezione più alta di questa parola, significhi rendersi conto che esistono molte strade e non una sola per affrontare i problemi. Michele scopre che i suoi avevano molte ragioni, ma anche tanti torti. Su come gestire la malattia del nonno si sbagliavano tutti, e l’unica modo per trovare una strada opportuna è quello di dialogare senza arroccarsi sulle proprie posizioni. Sognare serve sempre, diventare adulti non dovrebbe comportare mai la rimozione del sogno e degli ideali, occorre però capire che per realizzarli occorre lottare, e che più importante del risultato è il percorso.

Mi è molto piaciuto il tuo modo schietto di raccontare la storia. Non ti fai scrupoli sulle parole da usare o sui fatti. Credi che ci sia un po’ il rischio di banalizzare troppo la realtà, nei libri per ragazzi? A volte ho come l’impressione che ci sia paura nel raccontare la verità, come se bisognasse proteggerli da qualcosa…
È un timore che molti adulti hanno, ma non colgono il punto. E il punto, a mio avviso, è che sono i tabù a distruggere le relazioni minandone la fiducia, e mai gli argomenti scomodi. I ragazzi chiedono di potere parlare di tutto, e se non ci rendiamo disponibili a un confronto aperto semplicemente li perderemo, perché andranno a cerarsi altrove le loro risposte, magari facendosi malissimo. Ho trovato molto più coraggio in tanta narrativa Young Adult che in quella considerata “per adulti”. In Italia c’è ancora molta reticenza a considerare la narrativa per ragazzi vera letteratura. È un problema tutto nostro, all’estero non è così. Nemmeno ci rendiamo conto che questo pensiero comune riduce i ragazzi. Certi pregiudizi rendono molti adulti i primi detrattori dei giovanissimi. A questi adulti consiglio vivamente di leggere i romanzi di Aidan Chambers, Patrick Ness, Marie-Aude Murail e tantissimi altri. Li aiuterebbe a capire meglio i ragazzi e a scalzare via molti pregiudizi velenosi.

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Sempre legato alla domanda sopra, spesso c’è quest’idea che i ragazzi siano creature perdute, scapestrati, ignoranti e chi più ne ha più ne metta. Tu che, presumo, li vedi per presentare i tuoi libri e a eventi come Mare di Libri, che pensiero ti sei fatta su di loro?
Penso che i ragazzi siano persone, e come tali diversi gli uni dagli altri. Generalizzare non è possibile. Generalizzare riduce la visuale, restringe il terreno di confronto. Ci riconosciamo forse tutti uguali sotto l’etichetta di “adulti”? Penso che tutti abbiamo bisogno di stimoli, e di porti sicuri in cui riposarci tra un’esperienza e l’altra. A noi adulti spetta il compito di essere referenti degni di fiducia, di saperci rendere all’occorrenza porto, e in altri casi dobbiamo saperci mettere da parte.

Credi sia importante leggere? E se sì, perché? Lo so, non è esattamente una domanda facile, ma ultimamente mi è capitato di riflettere sulle campagne pro-lettura fatte veramente male e il pensiero di alcuni che fa più o meno: “Perché non la smettiamo di far voler leggere tutti?”
Credi ci siano dei vantaggi, dei regali, che la lettura sa dare?
Leggere ci permette di sperimentare infiniti punti di vista. Credo sia lo strumento più efficace per contrastare xenofobia e pregiudizi di ogni tipo. Possiamo, attraverso la lettura, vivere infinite esistenze, e questo ci fortifica, ci insegna a rifuggire facili e inutili semplificazioni. Sviluppa l’empatia e il pensiero divergente. Credo che tutti dovremmo leggere, e tanto. Credo allo stesso tempo che forzare un ragazzo a leggere un libro che non ama possa essere deleterio. Meglio proporgliene altri, anche educare alla pluralità è importante.

Tu sei stata lettrice fin da piccola? Ti ricordi di qualche libro che hai letto da ragazza e che ti sentiresti di consigliare?
Ho sempre letto molto, e conosco molti ragazzi davvero giovanissimi che leggono molto più di quanto leggessi io alla loro età. A sedici anni amai follemente le poesie di Cesare Pavese, IT di Stephen King, Cime tempestose di Emily Brontë, e Frankenstein di Mary Shelley. Nessun adulto mi educò alla lettura, non ebbi la fortuna di incontrare scrittori Young Adult, ma avevo fame di stimoli e ho cercato da sola voci che sapessero parlarmi. I libri che ho citato furono importanti per me, ma ogni ragazzo deve trovare i suoi maestri, non spetta a me attribuirli. Da anni giro per le scuole parlando dei miei romanzi, e conosco tanti bravi colleghi che fanno lo stesso. Credo sia prezioso poter parlare di narrativa contemporanea insieme ai ragazzi, e non soltanto di classici. È importante che sappiano che possono scegliere tra tanti, tantissimi titoli. E che ci sono libri capaci di affrontare i problemi che stanno loro a cuore.

E concludo con una sorta di classico: credi scriverai ancora per adulti? E per ragazzi? Hai già progetti in cantiere?
Di progetti ne ho tanti, e tante storie mi abitano. Continuerò a scrivere romanzi che se ne infischiano del genere e dell’età, destinati a chi vorrà leggere storie sincere e un po’ folli.

Grazie davvero per la gentilezza e le risposte.
Grazie a te!

 

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La Biblioteca della Legalità

La lettura non è esclusivamente un’operazione individuale e solitaria.
La lettura può essere anche molte cose diverse e incarnarsi in tanti progetti differenti. Attorno ai libri ruotano infatti moltissime realtà, manifestazioni, idee interessanti che sanno dare sguardi alternativi, nuovi, altri a quello che leggiamo noi. Momenti, in somma, dove la solitudine del lettore abbraccia altre mille solitudini creando esperienze e pensieri nuovi.
Tutto questo è vero anche, e forse soprattutto, per i libri per ragazzi, dove le idee vanno al galoppo e ci si può davvero sbizzarrire.

Una di queste idee interessanti l’ho scoperta da poco e mi ha subito colpito perché si concentra sulle storie per trasmettere alcuni messaggi ben precisi, condividendo così la mia idea che la narrazione sa essere un grande strumento di condivisione e propagazione di alcuni punti di vista che possono interessare la collettività.

Sto parlando di Bill, la Biblioteca della Legalità. Un progetto che vuole diffondere la cultura della legalità, appunto, e della responsabilità tra le nuove generazioni.

Nel mio piccolo, mi piaceva l’idea di far conoscere ad altri questa realtà e quindi ho pensato di intervistare chi ha contribuito alla nascita di Bill, ovvero Michele Altomeni, presidente della Fattoria della Legalità. Io lo ringrazio davvero di cuore perché è stato gentilissimo ed estremamente disponibile. Vi invito a leggere le sue risposte e a spulciare il sito del progetto, dove potrete trovare tutte le informazioni di cui potreste aver bisogno.

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Come e da chi nasce la biblioteca della legalità?
Nasce all’interno della Fattoria della Legalità, che è un centro di educazione e formazione sui temi della cittadinanza e della partecipazione sorto da un bene confiscato alle mafie nel comune di Isola del Piano, nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino. La Fattoria della Legalità, fin dalla sua nascita, è stato un laboratorio in cui si incrociano persone e organizzazioni diverse, interessate ad avviare progetti e iniziative. Nel caso della Bill l’ispirazione è venuta dalla sezione di Pesaro e Urbino dell’Associazione Nazionale Magistrati che è guidata da persone animate da grande senso civico. All’inizio avevamo pensato semplicemente di acquistare dei libri per ragazzi da tenere a disposizione all’interno della nostra sede, ma per fare questa semplice cosa abbiamo messo attorno ad un tavolo diverse realtà interessate, da IbbY Italia al Forum del Libro, dall’ISIA di Urbino all’Associazione Italiana Biblioteche Marche. Si è rivelata una miscela esplosiva perché quella semplice idea si è trasformata un un progetto molto più ampio che adesso gira l’Italia.

Cos’hanno a che fare le storie, e in particolare i libri, con la legalità e la giustizia?
Quando abbiamo iniziato ad occuparci di educazione alla legalità ci siamo subito resi conto che uno degli strumenti più validi che avevamo a disposizione erano le storie. Se si vogliono trasmettere valori, principi e ideali in maniera efficace bisogna passare attraverso la narrazione, intesa come racconto di esperienze e di esempi. Questo vale per i bambini e i ragazzi in età scolastica, ma in realtà vale anche per gli adulti. Le storie ci inducono ad indossare i panni degli altri, a farci coinvolgere, quindi a comprendere a fondo una situazione. Questo è vero sia che si utilizzino storie vere, portando esempi di eroi, vittime, cittadini che hanno fatto scelte positive. Ma anche se si gioca con storie inventate, con racconti di fantasia, da cui però sia possibile trarre ispirazione.
La Bill comunque non è fatta solo di storie, cioè di narrativa, ma anche di saggistica che utilizza un linguaggio accessibile ai lettori più giovani, di fumetti e di libri illustrati adatti anche a bambini molto piccoli. Pensiamo che l’atto di leggere sia già un passo sulla strada della cittadinanza. Comporta di per sé una scelta di profondità rispetto alla superficialità di altre forme culturali o di intrattenimento. Se anche i contenuti della lettura sono formativi i passi sono già due.

Che tipo di progetti offre Bill e come diffonde queste storie di legalità?
Come dicevo, quando abbiamo cominciato a pensare ad una nostra biblioteca per la nostra sede abbiamo subito cominciato a temere che i libri restassero per gran parte del tempo sugli scaffali, senza riuscire a svolgere la loro funzione di arrivare davvero ai ragazzi. Allora abbiamo pensato che questa biblioteca avesse bisogno di gambe, per non restare ferma ad aspettare lettori, ma per correre loro incontro. Le gambe in realtà sono le ruote di alcune valigie trolley che trasportano la biblioteca da una scuola all’altra. Le insegnanti prenotano la biblioteca all’inizio dell’anno scolastico, partecipando ad un corso di formazione e aggiornamento che offre tanti spunti di lavoro. Poi, a turno, ricevono le valigie. Le portano nostri operatori nel corso di un incontro didattico con le classi. La scuola può tenere i libri per due mesi, nell’arco dei quali gli alunni li prendono in prestito, li leggono, li consultano, li discutono, li rielaborano. Al termine dei due mesi andiamo a riprendere la biblioteca e di solito ci portiamo via una valigia in più, piena di lavori fantastici che gli studenti hanno realizzato. E subito consegniamo Bill alla destinazione successiva.

Bill, nel sito è detto più volte, è un progetto replicabile. Come si può fare per portare Bill nelle proprie città?
Quando le valigie hanno cominciato a circolare, subito ci sono arrivate richieste da varie parti d’Italia e ci siamo resi conto che non potevamo gestire la biblioteca da un unico punto. Così abbiamo cominciato a rispondere a queste richieste con l’invito a costituire sul territorio una nuova sede della Biblioteca. L’invito è stato raccolto con entusiasmo e oggi Bill, oltre che in Provincia di Pesaro, è presente a Padova, ad Ancona e ad Alessandria. A settembre, dopo un bellissimo percorso preparatorio attuato dalla Biblioteca Collina della Pace, nascerà quella di Roma, e poi sarà la volta dell’Alta Valle del Reno, della provincia di Latina e tante altre che si stanno organizzando.
Ci siamo dati alcuni semplici criteri per chi vuole aprire una Bill, uno dei quali è fare rete, perché quello è un valore di fondo per noi. La rete è intesa sia come collegamento tra tutte le Bill che nascono in Italia, sia come gruppo promotore su un singolo territorio, che dovrebbe sempre riuscire a comprendere attori diversi, tra associazioni, istituzioni, scuole, biblioteche, magistrati…
Poi ogni realtà ha la sua storia e le sue peculiarità ed è giusto che ogni Bill sia calata nel suo contesto. Ad ogni modo, per chi fosse interessato, invitiamo ad una visita sul sito http://www.biblitoecadellalegalita.it dove ci sono tutte le informazioni e i contatti.

Che tipo di riscontro avete avuto con i vostri progetti? Come venite accolti da realtà come scuole e biblioteche?
Il riscontro è stato superiore ad ogni nostra aspettativa, sia per quanto riguarda le richieste di ospitare la Bill sul nostro territorio, sia per quanto riguarda gruppi interessati a replicarla in altri luoghi. Tant’è che essendo la nostra una struttura piccola, facciamo spesso anche fatica a rispondere a tutte le esigenze. Le scuole che chiedono di ospitare la Bill hanno continuato ad aumentare, e grazie anche all’esperienza che man mano accumuliamo, anche il valore culturale dell’esperienza che se ne ricava sta crescendo. Le biblioteche sono per noi un partner fondamentale. Quasi tutti i gruppi nati in giro per l’Italia per costituire le Bill hanno alle spalle un ruolo trainante delle biblioteche e quasi sempre, di bibliotecari che si appassionano al progetto.

Come dite anche voi, l’Italia è un paese di non lettori, eppure voi avete scelto i libri per trasmettere il concetto di giustizia ai ragazzi. Mi vien quindi da chiedere come, secondo voi, si può invogliare i ragazzi alla lettura?
Per rispondere a questa domanda posso mettere in gioco sia la mia esperienza da educatore che viene in contatto spesso con insegnanti, che quella di padre. Come genitore cerco di far vivere ai miei figli un rapporto molto spontaneo e naturale con la lettura, come un qualunque altro gioco, senza mai forzarlo. I bambini amano le storie e amano sentirsele raccontare. Io ho iniziato a leggere loro storie già quando erano piccoli e sto vedendo che per loro prendere un libro la sera prima di addormentarsi è un gesto normale.
A scuola mi trovo a che fare con insegnanti molto bravi, e mi accorgo che i loro alunni tanto più amano leggere quanto più amano farlo gli insegnanti: la passione per la lettura è contagiosa. Penso che anche a scuola, coma a casa, si possa fare amare la lettura riuscendo a farla percepire non come un “compito”, ma come un momento piacevole. E in questo è fondamentale anche la scelta dei libri e il rispetto delle caratteristiche del ragazzo. Ognuno ha la sua strada per arrivare ad amare i libri, e il ruolo dell’insegnante è aiutare il bambino e il ragazzo a trovare quella strada. Incontro sempre più insegnanti che dedicano tempo a leggere storie ai loro alunni, anche questo è molto importante. Per molti leggere è faticoso, ma molti sono disposti ad affrontare una fatica se possono attendersi qualcosa che li appaga. La lettura da parte dell’insegnante può servire a questo, a capire che dentro i libri ci sono storie piacevoli, che meritano quella fatica.

Sul sito avete una lista di titoli che parlano in qualche modo di legalità. Ce n’è qualcuno che vi sentite di consigliare particolarmente?
La bibliografia è uno dei pilastri del progetto Bill, è uno degli aspetti a cui abbiamo dedicato fin dall’inizio più energie e costantemente c’è chi lavora all’aggiornamento di quella lista. Siamo certi che quella lista è di altissima qualità perché ci hanno lavorato persone che oltre ad essere professionisti del settore, come bibliotecari, editori e autori, sono persone di una grande umanità e passione civile. Per questo, al di là che si sia interessati al progetto Bill, il primo invito che facciamo, ad educatori e genitori, è di sfruttare la nostra bibliografia, che oggi contiene 202 titoli.
Credo sia molto difficile sceglierne qualcuno in particolare, perché come dicevo prima, il percorso che porta alla lettura e alla preferenza di un libro è molto soggettivo, intrecciato col vissuto personale. Per certi versi, il viaggio nella lettura, è una sorta di percorso iniziatico, dove ogni libro genera nuovi interessi che a loro volta ne generano altri, passo dopo passo, trasformandoti.
Però posso dire alcuni titoli che in questi anni gli insegnanti e gli alunni hanno maggiormente sfruttato. Per la narrativa direi “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi Garlando. Per la saggistica “La mafia spiegata ai ragazzi” di Antonio Nicaso, e per i fumetti “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia?, di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Intervista a Rrose Sélavy

Rrose Sélavy è il nome con il quale Marcel Duchamp ha firmato alcune sue opere. E il bello di questo nome d’arte è che può essere letto anche come “Eros c’est la vie”.
La vita è passione.
Ed è proprio la passione il fattore caratterizzante dei libri illustrati pubblicati da una piccola casa editrice che di nome fa, appunto, Rrose Sélavy.

Io l’ho scoperta “grazie” a Loredana Lipperini, che a questa casa editrice ha affidato una storia dal titolo Pupa, e scoprire una realtà come questa, in un mercato librario come quello attuale, beh… è una ventata d’aria fresca.
Libri curatissimi. Belli sia dentro che fuori, sia nelle storie che nelle illustrazioni. Un lavoro non lasciato al caso ma ben pensato, ponderato, e fatto con grande passione e grande amore. Tutto questo traspare a ogni pagina. Lo si sente.

Non potevo non approfondire la conoscenza di questo editore, e così ho intervistato Massimo De Nardo, fondatore di Rrose Sélavy e autore del primo albo pubblicato con questo marchio (che poi è una storia, anzi due, bellissima!).
Qui sotto trovate le mie domande e le sue gentilissime risposte. Io vi invito a leggerle con calma e a scoprire i loro Quaderni, che sono piccole opere d’arte.

DOMANDA: Ciao Massimo e benvenuto nel mio ‘meleto’. È un piacere e un onore ospitarti perché mi sono innamorato del lavoro che sta facendo Rrose Sélavy e vorrei condividere questo innamoramento coi miei lettori, ma anche togliermi qualche curiosità su di voi. Mi sento quindi di partire con una domanda che ti avranno fatto in molti, ma che non mi sento proprio di saltare: come mai hai deciso di fondare una casa editrice? E come mai proprio ora che l’economia va malissimo, che i lettori son sempre meno, che le librerie chiudono, eccetera eccetera? Si è trattato di un gesto folle? O forse… d’amore?
RISPOSTA: C’è voluto qualche anno per arrivare in questo luogo che oggi si chiama Rrose Sélavy (il cui nome duchampiano all’inizio finiva nelle spam dei librai). Strade tortuose e in salita, senza troppi paesaggi attorno. Deve essere così, se non erediti il mestiere di famiglia (mio padre faceva l’orologiaio ed era un fan di Dante), e credi pure che un mondo diverso sia possibile. Quindi, in salita, verso le nuvole. Ho iniziato in internet, con un sito personale (non un blog). Come moltissimi. Una ventina di anni fa. Il sito si chiamava Segnal’etica (l’apostrofo era importante, dal momento che si discuteva di etica e di “segnali”, cioè di comunicazione in senso ampio, dalla moda alla fotografia, dal design alla pubblicità, alla scrittura). Tutto è segno-segnale, e l’etica equivale (ancora oggi) a scegliere, a sottolineare una presa di posizione. Poi c’è stato un quindicinale stampato, Pythagoras, sedici pagine sui luoghi (agorà), intesi come spazi sociali: teatri, strade, musei, piazze. Gratis e con qualche inserzionista. Poi, a dicembre del 2011, il salto “nazionale” con un trimestrale, Rrose, sulla creatività. E da lì, mantenendo il formato e il tipo di carta, la trasformazione (fisica e mentale): libri illustrati per ragazzi (che piacciono anche agli adulti).
Inizi finalmente a fare qualcosa, e, siccome lo vuoi fare per davvero, non pensi al “momento”, e neanche agli anni che ti porti appresso e dentro, che non vanno mai in parallelo. Nessun gesto folle, l’azzardo c’è, ma ci sarebbe comunque, anche se dovessi decidere di aprire un kebab o una libreria. Di sicuro la passione è necessaria. E necessario è anche un piccolo investimento, perché alla fine di ogni percorso c’è sempre una cassa che stampa lo scontrino.

D: Non ti chiederò come mai hai deciso di dedicarti ai libri per bambini e ragazzi. Ti chiedo piuttosto COME si diventa editori per ragazzi? Cioè, cosa serve a un editore per pubblicare questo tipo di testi? E cosa bisogna cercare di fare, secondo te, in quanto editori di volumi per futuri adulti?
R: Se ti piace comunicare con le immagini (nel senso più ampio: illustrazione, fotografia, pittura, grafica, design) e se ti piace la scrittura (specialmente il raccontare con la scrittura), ti ritrovi in modo quasi naturale a fare libri illustrati. Se poi ci aggiungi il piacere per il fantastico, ecco che sei già nel mondo dove l’impossibile diventa possibile, e cioè nel fiabesco, nel surreale, nel gioco. Vale anche per i romanzi. “La metamorfosi” di Kafka a che genere appartiene? E La Divina commedia? Letteratura per adulti, letteratura per ragazzi, forse è il momento di non fare più distinzioni, sebbene le etichette dei “generi” ancora aiutino a identificare lo stile di un libro, di un film, di un fumetto, di una musica, di un quadro. Bisogna cercare di fare un buon libro, dentro e fuori. Bisogna cercare di vivere meglio. Concetto ovvio, ma poco applicabile. Noi ci sforziamo di fare così. Per imparare a conoscere la bellezza di una linea retta e di un affresco del Quattrocento. E poi scambiarsi delle opinioni. Perché non puoi (e chi vorrebbe?) fare a meno degli altri.

D: Avete esordito con i Quaderni quadroni, e ora state per lanciare i Quaderni cartoni. Ci puoi parlare di queste due collane?
R: Si chiama “Quaderno” per il formato (cm 23×27), e “quadrone” perché è l’anagramma di quaderno e perché dentro ci sono molte immagini (il quadrone è un grande quadro). Per lettori dagli otto anni in su (anche l’età è una categoria vaga, ma serve per orientarsi).
Il primo Quaderno è stato un vero e proprio self publishing: due miei racconti, Che mestieri fantastici!, con disegni di Tullio Pericoli e con una introduzione giocosa (anagrammi) di Stefano Bartezzaghi. C’erano già i disegni di Pericoli, e una buona combinazione mi ha portato a chiedergli le sue inconfondibili e magnifiche nuvole e i suoi libri volanti. Probabile che un pizzico di incoscienza abbia avuto un ruolo non secondario quando abbiamo pubblicato il primo Quaderno. Però meglio così. Superato lo stupore (e l’emozione di averlo presentato nella trasmissione Le storie, di Corrado Augias, su Rai 3, ad aprile del 2013), poi razionalizzi (l’incoscienza è però sempre in agguato) e allora dopo alcuni mesi abbiamo fatto il secondo Quaderno (Il topo sognatore e altri animali di paese, brevi racconti di Francio Arminio, con disegni di Simone Massi, introduzione mia) e il terzo Quaderno (Pupa, un racconto di Loredana Lipperini, con illustrazioni di Paolo d’Altan, introduzione di Lidia Ravera) e il quarto Quaderno (Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori?, due racconti ad incastro di Bruno Tognilini, con illustrazioni di Paolo d’Altan).
“Il Quaderno cartone” (che non è un cartonato) è una nuova collana, simile nel formato e nelle pagine al “quadrone”, diverso però nella copertina e nei temi, per lettori e non lettori dai cinque agli otto anni. Ecco perché si chiama cartone (cartonato o animato?). Abbiamo iniziato con Re Micio, scritto da Roberto Piumini e illustrato da Gianluca Folì, con l’introduzione di Beatrice Masini. Altri progetti sono pronti per la tipografia.

D: Se dovessi descrivere i titoli che avete pubblicato fino ad ora in poche righe, cosa diresti?
R: I Mestieri fantastici sono due: Il riparatore di nuvole, Il cercatore di parole. Quando piove troppo o troppo poco, ci pensa Nimbo a ripararle, le nuvole. E riparando una nuvola secca (asciugata) scopre che dentro ci sono… non ve lo racconto, di certo è una metafora contro la guerra. Il cercatore di parole ti aiuta a tirar via le parole che sono rimaste sulla punta della lingua, e a ritrovare le parole che hai dimenticato. Ma anche in questo mestiere accade qualcosa (in un racconto deve esserci comunque una “violazione”), il cercatore – Dizzy – non trova più alcune parole perché altre hanno preso il sopravvento: odio su amore, guerra su pace, prepotenza su dolcezza.
Il Topo sognatore e altri animali di paese descrive, con brevissime storie e con un linguaggio asciutto e poetico insieme (Franco Arminio ne è capace, sappiamo) momenti dell’esistenza (e pure la loro fine) degli animali che vivono nei nostri spazi domestici. È certo un Quaderno particolare (splendidi disegni a “graffio” di Simone Massi), che a scuola viene utilizzato per laboratori sulla scrittura e che piace molto agli adulti per il tipo di grafica.
Pupa di Loredana Lipperini si svolge in un futuro prossimo, nel quale i ragazzi e le ragazze di mestiere fanno “i nipoti sostituti” degli anziani che vivono soli. Tra questi, una signora straordinaria, Pupa, che ti racconta del suo avventuroso passato e delle sue giornate occupate ad inventare oggetti fantastici, come gli acchiappanuvole e i soffiamusica da passeggio. Adele, la nipote sostituta, se ne innamora subito. Pupa, per riprendere le parole di Lidia Ravera, “non è triste, non è noiosa, non è inerte. È una combattente. Combatte una sua lotta personalissima e feroce contro le verità precotte, i costumi bugiardi, gli stereotipi”.
Re Micio di Roberto Piumini è una storia di amicizia e di avventure tra gatti. Che poi siamo noi. Il testo è composto da quaranta quartine che raccontano, come ha scritto Beatrice Masini nell’introduzione, “la gattitudine vagante di Re Micio e dei suoi amici casuali, destinati a diventare, nel tempo e negli incroci, qualcosa di più. Re Micio, che è re di se stesso, è diventato indipendente per forza ma sente che qualcosa gli manca; gli altri gatti che incrocia lo tengono a distanza, ma poi lo ammettono alla loro intimità; si litiga, ci si fraintende, si fa pace, ci si allontana, ci si ritrova”.
Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori? di Bruno Tognolini sono due racconti che si incastrano l’uno all’altro (si può iniziare a leggere dal primo o dal secondo). Cosa c’è la dentro? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella grande valle, guardando in lontananza la città dalle alte mura. Ma è proibito avvicinarsi. Cosa c’è là fuori? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella città dalla quale è proibito uscire. Ma poi, com’è giusto, i ragazzi disobbediscono e vogliono scoprire cosa c’è dentro e fuori. Ma c’è una sorpresa narrativa molto piacevole e interessante.

D: So che, almeno in linea generale, non lavorate su manoscritti che vi arrivano in visione. Il vostro è piuttosto un lavoro di ricerca di testi e di autori dall’indubbio talento. Come mai questa scelta? E cosa cercate in questi autori?
R: Abbiamo iniziato da poco, dobbiamo affidarci a chi il mestiere di scrittore e di illustratore lo conosce bene. E che, di riflesso, è conosciuto da un suo pubblico. Non significa che sia più facile. Abbiamo iniziato con autori che non avevano mai scritto per ragazzi. Un progetto difficile, un po’ elitario, ma che a poco a poco ha trovato il suo spazio, i suoi lettori.
In questi autori cerchiamo quello che sono. Di solito è quello che piace a noi, e che, dal momento che siamo anche dei lettori, potrebbe piacere ad altri. Quando fai delle scelte devi ovviamente lasciare indietro qualcosa. E poi, diciamo la verità, oggi come oggi le regole sono tutte saltate.

D: C’è poi la ricerca dell’illustratore adatto. Quando leggete un testo vi viene subito in mente un nome che potrebbe essere perfetto per il progetto? Oppure cercate in giro?
R: D’istinto (che è il mettere già in movimento quello che uno conosce) pensiamo subito all’illustratore. Poi – ovvio – si valuta con calma, si stabiliscono i tempi di lavoro, si fa confronti con l’ultimo libro che l’illustratore ha realizzato per un’altra casa editrice. Le proposte che ci arrivano le archiviamo, non le cestiniamo. Un giorno, chissà…

D: Avete vinto il Premio Andersen come migliore progetto editoriale. E l’avete vinto, in pratica, a un anno dall’apertura e con soli tre titoli. Cosa significa questo, per voi? È una conferma del lavoro fatto? Uno spronarvi a fare di più?
R: Significa che allora non stai sbagliando del tutto. Che qualcosa l’hai presa dal verso giusto. E che c’è da rimboccarsi le maniche, già rimboccate. Grazie, Andersen.

10349899_721940067874028_5010304928172884810_nD: Tutto sommato, mi pare che i vostri libri siano in generale molto ben accolti. Che nel vostro piccolo siate un successo. Significa che la qualità viene sempre riconosciuta? E siete sorpresi che in un mercato così “strano” e difficile come quello editoriale contemporaneo stiate riuscendo a ritagliarvi un vostro bello spazio?
R: Quello che dici ci fa piacere. Rrose Sélavy, cioè Marcel Duchamp, è stata a suo tempo (1921) una provocazione raffinata, un taglio con gli schemi della tradizione e anche delle avanguardie artistiche di quel periodo (c’era Picasso che aveva scombussolato non poco). I tagli fanno sempre male. Noi non arriviamo a tanto, un libro è un libro è un libro (sto scimmiottando “una rosa è una rosa è una rosa” di Gertrude Stein), e allora abbiamo fatto Quaderni. Che sono anche dei quadroni e dei cartoni. Rrose Sélavy è l’anagramma fonetico di Eros c’est la vie. La vita è passione. Anche altro, ma serve per crederci.

D: Per concludere: cosa ci riserverà, Rrose Sélavy, nel prossimo futuro?
R: Una prossima chiacchierata nella quale parlare di questo. Battuta a parte, qualche anticipazione c’è, tra gennaio e aprile: magnifici scrittori come Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Paolo Di Paolo. E bravissimi illustratori come Gianluca Folì, Mauro Cicarè, Gianni De Conno. E poi altro.

Grazie mille Massimo della disponibilità. E buon lavoro!
Grazie a te per questa bella occasione.