Imparare a non essere il mondo

Sto avendo sempre più conferme del fatto che le belle storie vanno bene per tutti, senza limiti d’età. Al di là della conoscenza lessicale, che potrebbe ‘sfavorire’ (ma anche arricchire, giusto?) i lettori più giovani che decidono di affrontare certi autori ormai ‘classici’, scopro e riscopro testi per ragazzi che dovrebbero essere letti anche dagli adulti. Perché c’è qualcosa pure per loro, senza tuttavia dimenticarsi del vero pubblico di riferimento.

L’ultimo esempio è Non sei mica il mondo, graphic novel di Raphael Geffray, pubblicata da Tunué.

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Non sei mica il mondo racconta di un ragazzino difficile, di quelli che si porta dietro un carico incalcolabile di problemi, di quelli che, lo sai fin da subito, causerà una serie infinita di guai in classe. Un ragazzino che è già stato espulso da svariate scuole, che ha una madre che è quel che è, e non è certo colpa sua, che non ha un padre o ce l’ha ma non si vede, e non è certo colpa sua, che vede tutto a scarabocchi e che costruisce maschere per nascondersi e ricrearsi e reinventarsi. Un ragazzino che non sa capire e nemmeno trattenere una rabbia che gli sgorga da dentro e che non riesce a mandar via.

Non sei mica il mondo racconta anche di un’insegnante che ha capito, che vorrebbe affrontare questa sfida perché sa (spera?) di poterla vincere, non tanto per il bene suo, ma per quello di uno studente che non sta imparando niente, che non riesce a capire niente, nemmeno la bellezza dell’amicizia, della condivisione. Perché alcune cose scontate per la maggior parte delle persone, per lui non lo sono. Perché nemmeno la quotidianità, le piccole cose, sono scontate.

Non sei mica il mondo racconta infine di una scuola che deve piegarsi a esigenze non prettamente educative e che rischia così di smarrire il senso di quello che dovrebbe fare. Rischia, proprio come il protagonista Bené, di perdersi, solo che perdendosi farà smarrire molti ragazzi.

È una storia apparentemente semplice, quella raccontata da Geffray, fatta di poche svolte. Eppure c’è qualcosa di veramente duro in quello che si legge. Anche grazie a dei disegni che passano dagli scarabocchi confusi a illustrazioni che potrebbero passare per fotografie grottesche in bianco e nero. Tutto è cupo e si sente la pesantezza di una storia che potremmo aver sentito dai nostri figli, dai nostri amici, dagli altri genitori. Perché è una storia in qualche triste modo piuttosto comune, ossia quello di un ragazzo ‘difficile’ che viene un po’ lasciato in balia di se stesso.

Ci si dimentica che non è colpa sua. Ci si dimentica che altri hanno responsabilità. Ci si dimentica che anche noi ne abbiamo, in qualche modo.

Ma a mio avviso non è solamente la storia di un ragazzo difficile che viene abbandonato da una cattiva scuola. È anche la storia di ogni ragazzo che riesce a trovare un momento di serenità in una scuola (in una vita?) che a volte può essere dura, e che questa serenità se la vede strappar via perché non c’è abbastanza personale, o perché ci sono esigenze diverse d’orario, o chissà cos’altro.

Crescere è sempre una sorta di incubo disegnato male. Uno scarabocchio. Difficile da districare, da comprendere. Eppure in qualche modo, in qualche momento… chiaro. E crescere è proprio il trovare questa chiarezza in mezzo alla confusione, il comprendere di non essere il mondo, di non essere il centro di niente. Ma è anche prendere consapevolezza che nemmeno gli altri lo sono.

E crescere è pure il riuscire a chiedersi: ma io non mi merito qualcuno che mi capisca? Qualcuno che mi stia vicino?

 

Non sei mica il mondo
di Raphael Geffray
Traduzione di S. A. Cresti
188 pagine, 16,90 €, Tunué

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Fino alla morte

C’è una cosa che, nella foga di trattare le mille tematiche che si possono trovare nella trilogia di Queste Oscure Materie, ho forse dimenticato di sottolineare a dovere: sono tre libri bellissimi.

Non si tratta semplicemente dell’enorme capacità di Pullman nel trattare argomenti complessi, ma anche del suo saper raccontare un’avventura.

La storia raccontata è un crescendo continuo, si fa di pagina in pagina più appassionante, più intensa, più ricca! È la prima saga in cui ritengo che il secondo volume, di solito quello di transito e quindi un po’ più sciapo, superi in bellezza il primo, ma probabilmente non il terzo. E ad ogni romanzo si aggiungono elementi, creature, mitologie, che rendono quanto visto prima quasi ‘banale’, sebbene non ci sia assolutamente nulla di banale, prima.
Non c’è nulla che venga buttato lì giusto per dar mole al libro, tutto è invece studiato per rendere più intensa e profonda la lettura.

Mi vien da pensare a una sorta di grotta sotterranea, dalla quale si entra per un piccolo buco dove ci si deve anche abbassare e si arriva a una caverna gigantesca.
La Bussola d’Oro è il buco piccolo, la lettura più semplice e immediata, se vogliamo, quella che offre un’avventura dai richiami più classici: c’è una bambina che va alla ricerca di qualcosa, o meglio qualcuno, e nel farlo affronta pericoli e creature ‘magiche’.
La Lama Sottile diventa un tunnel piuttosto ampio, dove la carne sul fuoco inizia a diventare abbondante e anche poco conosciuta. Si aggiungono tematiche ancora più complesse e la stessa avventura dei due protagonisti si fa sempre meno sicura, più solitaria e, perché no, più sanguinolenta. Pur rimanendo una sorta di Cerca, il tutto assume qui sfumature meno precise e si contamina di molte cose.
E poi si arriva alla caverna, Il Cannocchiale d’Ambra, dove il mondo costruito da Pullman raggiunge dimensioni grandiose, epiche, che richiamano davvero molte mitologie e letterature, per creare argomentazioni complesse e avventure oltre ogni immaginazione.
Se si pensa di aver visto tutto con Daimon e Orsi Corazzati e coltelli che aprono mondi, beh, ci si sbaglia di grosso.

Poi anche i personaggi. Lyra e Will in primis, ma non solo. Sono tutti caratterizzati con grande cura. Non ci sono mai personaggi davvero odiosi e, allo stesso tempo, tutti lo possono essere, a tratti. Lyra sa essere odiosa ma anche altruista. Will sa essere sociopatico ma anche coraggioso. Perfino la perfida signora Coulter, alla fine, è un personaggio che ti entra nel cuore perché ha talmente tante sfaccettature che è difficile non rimanerne abbagliati, proprio come i bambini che va a catturare nel primo romanzo. Ma così anche tutti gli altri personaggi! Dalla strega Serafina, che non mi ricordo se nel primo o secondo volume fa un discorso bellissimo sulla perdita del figlio, all’orso Iorek che parla della verità, agli angeli che accompagneranno Will e che si amano e che sono fragilissimi.

È, in somma, una lettura di quelle belle, appassionanti, che sanno regalarti quel desiderio di non smettere mai di voltare pagina, di non dormire o di non mangiare per scoprire quello che succede al tal personaggio piuttosto che all’altro. Cosa potrà mai capitare nel prossimo capitolo? E ora, cosa succederà a Pantalaimon? E vedremo mai il Daimon di Will? E suo padre? E come finirà il tutto?

Ah! Il finale! Quanta roba in questo finale!
Non ne parlerò. Sarebbe rovinare troppo la lettura. Di certo non è una conclusione ‘facile’.

Ma il fatto è che Pullman ha questo grande pregio, nei confronti dei giovani lettori: non li sottovaluta mai e anzi tende a portarli oltre. Non ha paura di metterli di fronte a cose terribili, così come non teme di metterli di fronte a cose bellissime.
Ogni cosa ha un senso e un suo scopo che sta a chi legge interpretare, trovare, intravedere o, volendo, ignorare.

Ho per esempio trovato bellissimo che i Daimon delle persone siano di sesso opposto alla persona stessa. A un certo punto un personaggio sottolineerà questa cosa, così come, ad un certo punto, viene specificato che alcune persone hanno il Daimon dello stesso sesso. Che cosa tutto questo voglia dire, sta a ognuno di noi capirlo. O magari non vuol dire niente, ma il bello è proprio questo.

Il bello di Pullman è che sa essere semplice e complicato allo stesso tempo. Nella stessa frase ci si può leggere solo una descrizione oppure un pensiero filosofico. Ma forse non è tanto il bello di Pullman, quanto piuttosto della buona letteratura in generale.

Ma focalizziamoci ora su Il Cannocchiale d’Ambra.

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Non ho ancora capito se sia più bello questo o La Lama Sottile. Sono sempre molto indeciso perché qui Lyra e Will vanno nel regno dei morti, Lord Asriel combatte finalmente contro l’Autorità e poi ci sono i Mulefa, creature bizzarre e intelligenti che viaggiano su ruote.

Come per gli altri volumi, anche in questo ho trovato il tema dell’accettazione come condizione per crescere. L’accettazione che viene trattata in questo caso è quella della morte. Non è la sola accettazione che i protagonisti dovranno capire e digerire, ma è forse quella più preponderante e facile da scovare.
Non è un caso che Lyra si senta in obbligo di andare fino al regno dei morti per vedere un’ultima volta l’amico Roger che, in qualche modo, aveva contribuito a far finire lì. Se c’è infatti un momento di passaggio piuttosto chiaro tra la fanciullezza e l’età adulta, questo è proprio il comprendere la morte. O meglio, il capire che la morte non si arresta mai, che non basta non volere che qualcuno muoia per non farlo morire, che tu puoi fare di tutto, ma che se è la sua ora…
La mortalità è tra i mattoni più pesanti che servono per costruire un nuovo adulto. Alcuni la comprendono meglio di altri, alcuni la affrontano prima di altri, di certo però, si diventa adulti quando, in qualche modo, si inizia a temere di poter davvero perdere qualcuno per sempre.

“Ma non vi spaventa avere la Morte accanto, sempre?” domandò Lyra.
“E perché dovrebbe? Se è qui, possiamo tenerla sott’occhio. Mi preoccuperebbe molto di più non sapere che c’è.”

Ma oltre alla morte c’è l’accettazione delle conseguenze delle nostre azioni.
Lyra va nel regno dei morti per parlare con Roger, dicevamo, perché è colpa sua se lui è morto. Non può riportarlo in vita, ma può affrontarlo. E parlarci. E alla fine si riuscirà anche a fare qualcosa, perché accettando quanto abbiamo fatto, sebbene sia stato qualcosa di cattivo, magari si riesce anche a riparare ai torti fatti.
Ecco allora che accettazione diventa anche un modo per poter risolvere le cose, in un modo o nell’altro.

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Illustrazione di Katrina Young.

Ma Il Cannocchiale d’Ambra è anche un inno alla vita. Uno splendido inno alla vita, che diventa ancor più ‘pimpante’ proprio perché si è potuto vedere quanto la morte fosse grigia. Ed è un inno alla vita fortissimo quando ci si rende conto che, in fondo, le sconfitte dell’Autorità e di Metatron non sono battaglie poi così lunghe, in numero di pagine, quanto quelle dedicate a Lyra e Will e al loro giungere (Raccogliere? Accogliere? Affrontare?? al peccato originale, prova che devono affrontare per poter cambiare il mondo. Il peccato originale che qui diventa salvezza e non caduta. Ed è la loro storyline che avrà maggiori conseguenze, non quella di Asriel e Metatron. La salvezza viene dalle loro azioni, non dalla fine del Regno dei cieli.

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Illustrazione di John Howe.

Trovo poi stupendo che Pullman sottolinei più volte che la vita va vissuta sì amando e ascoltando, sì vivendo in comunità e aiutandosi (in questo i Mulefa sono un esempio perfetto: non possono fare tutto da soli per via della loro fisicità, quindi sono obbligati ad aiutarsi, se vogliono sopravvivere), ma anche imparando! Perché imparando e capendo, ecco che si diventa se stessi.

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Illustrazione di Katie Thierolf.

Sono  così numerose le volte in qui questo viene esplicitato…
Per esempio quando le Arpie dicono:

Se vivono nel mondo devono vedere e toccare e ascoltare e amare e imparare.

Oppure quando si parla dello studio che Lyra dovrà affrontare per poter leggere di nuovo l’Aletiometro:

“Ma allora potrai leggerlo assai meglio, dopo una vita di riflessione e di sforzi, perché le risposte verranno da una comprensione consapevole. La grazia conseguita in questo modo è più profonda e più piena di quella che ti arriva gratuitamente; inoltre, quando l’avrai raggiunta, non ti abbandonerà più.”

Quindi, una volta ancora, l’innocenza è diversa dall’esperienza, la giovinezza diversa dall’età adulta.
E anche:

“E se aiuti gli altri nel tuo mondo, se li aiuti a capire se stessi e gli altri, a capire come ci si deve comportare, a essere buoni anziché crudeli, e pazienti anziché avventati, e cordiali anziché scontrosi, e soprattutto ad avere una mente aperta e libera e curiosa… Allora la Polvere si rinnoverà quanto basta per sostituire quella dispersa da una finestra.”

E poi:

“[…] Pensate che per ottenere un dono basti schioccare le dita? Ciò che merita d’essere posseduto, merita anche un grande lavoro.”

Vivi! Ma vivi bene, sembra dire Pullman. Vivi senza riserve, senza lasciarti imbottigliare in convinzioni altrui, in dogmi restrittivi! (Ed ecco quindi perché la chiesa era diventata il nemico.)
Sperimenta e sii cordiale, non limitarti.
Impara. Scopri. Ama.
Vivi!

Non credo ci siano auguri migliori.

“[…] Intendeva dire che il Regno è finito, il Regno dei cieli, finito per sempre. Non dovremo vivere come se quello contasse più della vita in questo mondo, perché il luogo in cui siamo è sempre il più importante.”

 

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Il Cannocchiale d’Ambra
di Philip Pullman
Traduzione di F. Bruno
447 pagine, 10,00 €, Salani

Armi per aprire mondi

C’è una bellissima sensazione di straniamento, all’inizio de La Lama Sottile, il secondo libro della trilogia di Queste Oscure Materie.

Alla fine del volume precedente avevamo lasciato Lyra e il suo Daimon Pantalaimon intenti a varcare il ponte che collegava il suo mondo ad altri.
All’inizio di questa nuova avventura non c’è traccia di Lyra, non c’è traccia di Daimon, non c’è traccia di cose che potremmo definire sovrannaturali. Siamo infatti in compagnia di Will e, lo capiamo in fretta, ci troviamo nel nostro mondo, quello reale, quello dove sembra quasi certo che la magia non possa esistere.

È un’operazione davvero efficace perché il lettore, sebbene sappia che nell’universo di Lyra esistono altri mondi, non si aspetta di trovarci anche il proprio. E mi piace questa sensazione di incomprensione, di iniziale smarrimento che si prova e che potrebbe essere tipico, se vogliamo, di quella fase della vita che è l’adolescenza.

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Will è tra un personaggio che rappresenta l’opposto dell’eroina che abbiamo già imparato a conoscere.
Lyra è una tipa appariscente, una persona a cui piace stare al centro, comandare, farsi vedere. Will è tutto l’opposto, ha una madre con dei problemi e questo l’ha portato a essere diffidente e a voler rimanere nell’ombra, nascosto, strisciante.
Sono due modi completamente diversi di pensare che anche sulla carta si affronteranno: ci sarà proprio un battibecco tra i due in cui Will vuole sembrare il più ‘insulso’ possibile per passare inosservato, mentre Lyra opta per una messa in scena quasi tetarale che, ne è convinta, li aiuterà a passare inosservati. Lyra è una narratrice, racconta storie, bugie, per creare una verità diversa da dare in pasto alla gente che vuole in qualche modo fregare. Will è invece un lettore, ‘legge’ quello che gli succede attorno per rimanerne fuori, sullo sfondo.

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Illustrazione di Ben Chuang

Nello scorso post avevo parlato di come ogni libro della trilogia declinasse, tra le altre cose, il tema della comprensione e dell’accettazione di sé. Ecco, in La Lama Sottile si tratta di comprendere e accettare quello che ci capita, perché in fondo non siamo fatti soltanto del nostro corpo e delle nostre idee, ma siamo anche frutto e conseguenza e reazione del contesto in cui ci troviamo, delle azioni che altri compiono durante la nostra vita e di tutte quelle cose che capitano per caso, se il caso esiste.
È un discorso molto complesso e interessante che trovo qui trattato con grande sincerità.

Sebbene Lyra sia una vittima degli eventi, ed è infatti la protagonista di una profezia, è anche vero che tutto quello che le è successo è frutto della sua volontà. È stata lei a volersi nascondere in quell’armadio al Jordan College, quando hanno tentato di avvelenare Lord Asriel. Lei ha deciso di salvarlo e poi di andare con la Signora Coulter, di tenerle nascosto l’aletiometro e di fuggire e di andare alla ricerca dell’amico perduto. Lo dirà, ad un certo punto, che forse tutto sarebbe stato diverso se non si fosse messa in quell’armadio.

Per Will però è diverso. Lui si ritrova dentro questa storia per colpa d’altri.
Ha una mamma con qualche problema mentale, ma l’ha compreso e accettato. È orfano di padre, forse, e ha accettato pure quello, in qualche modo. Quando delle persone indubbiamente cattive si intrufolano nella sua vita, lui ha compreso la situazione e ha deciso di accettarla e tentare di risolverla, sebbene non sia affatto facile. Perfino quando diventerà il portatore di quel magico coltello che da il titolo al romanzo, e succederà quel che succederà nel momento esatto in cui lo prenderà in mano, sebbene preso dallo sconforto, Will accetterà la situazione e si comporterà di conseguenza per poter sfruttare al meglio quel doloroso potere capitatogli.

In un certo senso, pure il padre di Will è una metafora dell’accettazione. Si è ritrovato in un altro mondo e non s’è perso d’animo ma, anzi, è riuscito a crearsi una nuova, fortissima identità.

Sia ben chiaro, quelle di Will e suo padre non sono rassegnazioni e il loro accettare  le cose non è privo di dolore. Sono però abbastanza intelligenti da capire che l’unico modo per proseguire è riuscire a trarre il meglio anche da quelle situazioni.
Nel cresce si è, in qualche modo, chiamati a fare la stessa cosa. Un adolescente si ritrova in un mondo diverso da quello di prima e inizia a capire le situazioni (famigliari, scolastiche, sociali, politiche e chi più ne ha più ne metta) in cui si trova. Spesso non vanno bene. Forse non ci vanno mai bene. Ma siamo qui, siamo qui ora, e possiamo disperarci e basta, o soffrire ma capire che si può (si deve?) andare avanti.
Ecco quindi che per diventare grandi bisogna capire chi siamo e accettarci, e poi bisogna capire dove siamo e accettarlo. Non è mai facile, come potrebbe? Ma si tratta di una verità che spesso tentiamo di non imparare, e questo sarà a nostro totale svantaggio.

“Discuti pure su tutto il resto, ma non discutere sulla tua stessa natura.”

Ricollegandoci poi al discorso della crescita, diventa particolarmente interessante il fatto che per poter aprire finestre su altri mondi, Will debba soffrire.
Non specificherò la natura della sofferenza per evitare troppi spoiler, sebbene possano apparire non significativi. C’è però una vera sofferenza, e se il passare fisicamente da un mondo a un altro mi sembra una stupenda metafora del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e se questo continuo passare tra un mondo e l’altro si offre come immagine piuttosto esplicita dell’adolescente che cerca di capire a quale mondo appartiene davvero, la lama sottile è un po’ una chiave che tutti dobbiamo tenere in mano per varcare la porta della vera età adulta: per diventare grandi dobbiamo soffrire.

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Illustrazione di Peter Bailey.

C’è poi la questione religiosa che qui inizia ad assumere contorni sempre più nitidi e… epici.
Si scopre infatti quali sono le reali intenzioni di Lord Asriel, lo zio di Lyra, ovvero (ATTENZIONE SPOILER) uccidere nientemeno che dio, l’Autorità, come viene chiamata nella trilogia, l’essere supremo che ha assoggettato il mondo, anzi i mondi, alla sua idea, alla sua obbedienza, ai suoi precetti.
Uccidere dio è uccidere un assolutismo, un estremismo. Uccidere dio è mettere fine alla paura delle cose belle, del piacere, del godimento.

Se c’è una cosa che diventa sempre più chiara mano a mano che si procede con la lettura, è che la vita la si può godere solo attraverso l’anima, o attraverso il proprio Daimon, che poi sono sostanzialmente la stessa cosa. E questo punto diventa chiarissimo con gli Spettri di Cittàgazze, che quando ‘mangiano’ l’anima degli adulti lasciano quest’ultimi come morti, privi di vita, anzi, privi di voglia di vivere.
È l’anima che ci salva, anima che non è lo spirito, ma una sorta di nostra parte vitale. Ed è ancor più interessante scoprire che, nel mondo di Pullman, l’anima/Daimon si stabilizza nel momento in cui si diventa adulti, o almeno proto-adulti, e che prima di diventarlo la nostra vera essenza non interessi né agli Spettri né alla chiesa, che è tanto preoccupata dal fatto che la Polvere si posi sugli adulti, che questo peccato originali si vada a insinuare proprio quando non si è più bambini.

“Gli Spettri fanno qualcosa di molto simile a quello che i vampiri fanno con il sangue; solo che il loro cibo è l’attenzione. Un interesse consapevole e informato verso il mondo. L’immaturità dei bambini è per loro assai meno attraente.”
“Proprio l’opposto di quei diavoli di Bolvangar, quindi.”
“Al contrario. L’Intendenza per l’Oblazione e gli Spettri dell’Indifferenza sono entrambi ammaliati da questa grande verità a proposito degli esseri umani: che l’innocenza è diversa dall’esperienza.”

C’è qualcos’altro da aggiungere? Si può aggiungere qualcosa dopo questa citazione?
Collegare l’esperienza con l’anima e il piacere e l’idea che questo sia peccato.
Ecco, quindi, perché Asriel vuole uccidere dio, proprio lui che ama fare esperienze. La dottrina ideata dall’Autorità è un qualcosa che va contro il piacere della crescita e dell’esperienza e del godimento che ne possiamo trarre. E il peccato originale non è infatti quel momento in cui Eva decide di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza?
L’Autorità ci vuole non innocenti, ma stupidi, mi verrebbe da dire.

Ci sarebbe poi da discutere sull’Autorità stessa e sul fatto che, in pratica, non è più lei a governare ma l’angelo Metatron, il reggente. Sarebbe ancor più interessante far notare che nella mitologia ebraica Metatron non è un angelo fin dall’inizio, ma un uomo diventato angelo in seguito. Ma credo sarà meglio parlarne la settimana prossima, quando affronteremo lo scontro tra Asriel e dio narrato ne Il Cannocchiale d’Ambra.

Di certo, Pullman ha saputo creare una storia audace e terribile che parla di molte cose ma che ne ha nel cuore una solo: la crescita. Ed è la stessa signora Coulter a esplicitarlo proprio ne La Lama Sottile:

“È proprio il cuore di tutto, questa differenza tra bambini e adulti!”

 

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La Lama Sottile
di Philip Pullman
Traduzione di A. Tutino
292 pagine, 10,00 €, Salani

Una bussola per trovarci

Qualche tempo fa, sul profilo Twitter di Salani, leggevo il ‘cinguettio’ di una persona che consigliava la trilogia di Queste Oscure Materie a chi, e cito, “ha voglia di viaggiare con la fantasia”.
Ho subito pensato che fosse una motivazione… interessante, per un libro come questo.

Certo, è indubbio che Philip Pullman sia stato capace di creare una grandissima avventura, un mondo fantastico complesso e ben gestito, intrigante al punto giusto. Basti pensare che già nelle prime pagine riesce a inserire alcuni elementi come la Polvere, i daimon e i Panserbjørne con grande scioltezza, senza però spiegare nulla se non il giusto, e facendoti quindi salire una curiosità che non può essere frenata con qualche informazione presa da Wikipedia.
Dico questo giusto per far capire che è vero che chi vuole viaggiare con la fantasia, in questa saga riuscirà a trovare cose molto buone.

Però è anche vero che se penso a Queste Oscure Materie, la prima cosa che mi viene in mente non è certo di consigliarla a questo tipo di persone, perché non è la fantasia la chiave più importante per accedere al mondo di Lyra Belacqua.
La Bussola D’oro, La Lama Sottile e Il Cannocchiale d’Ambra formano un terzetto di grande ispirazione e capace di affrontare tematiche molto forti, di quelle che condizionano tutt’ora gran parte delle nostre vite, e lo fa in maniera decisa e sicuramente unica, tanto che la bellezza del mondo fantastico potrebbe tranquillamente essere messa in secondo piano rispetto a quanto raccontato davvero.

In vista della pubblicazione del primo volume de Il Libro della Polvere, La Belle Sauvage, una nuova trilogia che racconta vicende in qualche modo parallele a quanto raccontato in Queste Oscure Materie, dedicherò tre post a questa grande saga. Uno per ogni volume, sebbene sia difficile dividere il tutto.

Oggi ci soffermiamo su La Bussola d’Oro (per la trama vi rimando al sito Salani).

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Queste Oscure Materie nasce dal desiderio del suo autore di scrivere una sorta di versione moderna del Paradise Lost di Milton, il poema epico che narra di Adamo ed Eva e della caduta di Lucifero.
Anche il titolo della trilogia deriva dal poema, e precisamente dal libro due, versi 910-920:

Into this wilde Abyss,
The Womb of nature and perhaps her Grave,
Of neither Sea, nor Shore, nor Air, nor Fire,
But all these in their pregnant causes mixt
Confus’dly, and which thus must ever fight,
Unless th’ Almighty Maker them ordain
His dark materials to create more Worlds,
Into this wilde Abyss the warie fiend
Stood on the brink of Hell and look’d a while,
Pondering his Voyage; for no narrow frith
He had to cross.

Da notare, tra l’altro, che il primo volume della trilogia, La Bussola D’oro, in originale si intitola Northen Lights. È nella versione americana che viene adottato il nome usato poi anche per il mercato italiano, e sembra che questo sia successo per un fraintendimento tra editore e autore. Pullman, infatti, in un primo momento aveva supposto di chiamare la trilogia The Golden Compasses, ovvero LE bussole d’oro, sempre da un verso del Paradise Lost, libro sette, versi 224-229:

Then staid the fervid wheels, and in his hand
He took the golden compasses, prepared
In God’s eternal store, to circumscribe
This universe, and all created things:
One foot he centered, and the other turned
Round through the vast profundity obscure.

È interessante notarlo perché, UK a parte, il titolo di ogni libro corrisponde così a un artefatto che, effettivamente, serve ai protagonisti dei libri per circoscrivere, in qualche modo, l’universo in cui vivono. Bussole speciali per orientarsi e capire e quindi accettare. Se c’è infatti un messaggio che più di tutti incontra le mie corde, e le corde di A Long Tail, questo è la comprensione e l’accettazione di sé.

Ci si sofferma spesso a parlare del tema religioso di questi libri (e ci arriverò anch’io, ovviamente) ma, ancora una volta, è riduttivo relegare la trilogia a questa singola tematica.
Il bello e il difficile della storia di Pullman è che in verità non si può raccontare del tutto con un post su un blog, nemmeno con tre. Ci servirebbero almeno un paio di saggi. Perché si tratta di materia complessa. Materia Oscura, mi verrebbe da dire. Perché questa saga è davvero multistrato, capace di offrire più interpretazioni, più significati, e alcuni strati sono davvero profondi.

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Rileggendo i libri mi ha colpito questo tema dell’accettazione, dicevo. Un discorso che non ero riuscito a cogliere alla prima lettura.
È un ‘percorso’ che viene declinato ad ogni volume in maniera diversa. A mio modo di vedere, nella Bussola d’Oro si tratta in particolar modo l’accettazione di sé nel senso di comprendere chi si è e di accettarlo. È una comprensione che non finisce nel primo volume e che diventa tale solo dopo aver accettato ‘altre cose’ in momenti successivi. Ma qui, in questa prima parte della storia, Lyra deve accettare di essere Lyra in quanto persona, deve capire chi è e accettarlo se vuole continuare la sua avventura.

Lyra viene subito descritta come una bambina piuttosto ribelle. Non è la classica eroina con cui ti viene da empatizzare subito. Devo anzi dire che, probabilmente, se l’avessi incontrata a scuola mi sarebbe pure stata antipatica, almeno all’inizio. Perché è terribile. Disordinata, sporca, crudele in qualche modo. Non è un maschiaccio, è anzi piuttosto femminile a mio modo di vedere, ma ama la guerra, la sfida, infrangere le regole. Ruba barche e reliquie dalle tombe, sale sui tetti, spia. È una che ti prende in giro, che ha poco rispetto. Non è, insomma, una persona facile. È fin troppo sicura di sé, tenace, caparbia e coraggiosa. Anzi, no, forse più che coraggiosa, almeno all’inizio, è spavalda e spregiudicata.

Pian piano, però, mano a mano che la storia avanza, Lyra scoprirà innanzitutto di non essere esattamente quello che credeva, e questo in molti sensi. Dovrà per esempio riuscire ad accettare chi sono i suoi genitori, quindi comprendere e ‘abbracciare’ una vera identità anagrafica che non è quella che avrebbe sognato. Ma dovrà poi riuscire a capire che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che ad ogni sua decisione seguiranno azioni e che le sue, di decisioni, non saranno sempre le migliori. Dovrà capire quanto è forte e quali sono le sue debolezze. Dovrà accettare di poter sbagliare, di non essere invincibile, di poter soffrire e rischiare grosso. Dovrà anche capire che non può esattamente essere chiunque lei voglia.

Solo di rado si era messa a pensare a se stessa, prima di allora, e trovò la cosa interessante ma scomoda: proprio come cavalcare l’orso, in effetti.

È un tema complesso, quello dell’accettazione. Un tema che viene sminuzzato in mille parti e sparso lungo il sentiero; solo una volta ricomposto dona una visione più ampia.
Già il fatto che i daimon assumano una forma definitiva una volta diventati adulti racchiude un po’ l’idea di scoprire e capire chi si è. Anche Lyra lo dirà, nei volumi successivi, che è più facile capire una persona con un daimon rispetto a una che non ce l’ha, tipo noi.
E sempre a è proposito dei daimon, ad un certo punto si dirà che in molti sperano che il loro daimon si stabilizzi in un animale forte, come un leone, o una tigre, ma che raramente succede. Ecco, anche in questo caso, si tratta di saper capire chi si è davvero e accettarlo senza troppe riserve, come quel marinaio che non può mettere piede a terra perché il suo daimon è un pesce, o un delfino.
Ma c’è anche la figura di Ioufur Raknison, il re degli Orsi Corazzati, che serve a capire questa tematica. Ioufur vuole essere un umano. Vuole essere altro. E questo suo concentrarsi a essere altro lo porta a diventare più debole, meno attento.

Ma non si può mutare quel che si è; solo ciò che si fa.

E in quest’ottica Lord Asriel diventa simbolo del raggiungimento di un’autocoscienza piuttosto forte. Lui ha accettato di essere se stesso e infatti riesce a far grandi cose. Terribili, a volte, certo, ma grandi. Come direbbe Silente.

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Illustrazione di Rory Phillips.

Lyra è alla ricerca di sé senza neanche saperlo.
Del resto, come dice Silvia Costantino nel suo saggio Sulla soglia. Adolescenze e riti di passaggio, presente all’interno di Di tutti i mondi possibili, e che potete leggere qui:

La bravura di Pullman, e di molti altri autori del genere, non sta nel raccontare l’adolescenza come un momento di passaggio, di crescita positiva in cui il mondo adulto è la meta felice, ma di mostrarne il lato oscuro, la zona d’ombra: quella che impedisce al mondo di dispiegarsi nella sua magica interezza, perché le sovrastrutture dell’età adulta creano una cortina dalla quale è sempre più difficile districarsi. Certe ‘oscure materie’ non sono solo le arti magiche contro cui la giovane Lyra Belacqua è costretta a combattere, sono anche la sostanza di cui è fatta l’adolescenza, quel rimestare torbido e ignoto in cui un po’ per volta bisogna immergersi, senza la certezza di ritornare in superficie.

E ancora:

C’è una componente di elaborazione del lutto, nel momento in cui si diventa giovani adulti. È il momento in cui si sceglie di reagire al caos e alla paura e si fa una scelta, lasciandosi dietro le certezze felici dell’infanzia.

Lyra imparerà a conoscersi, o a conoscere una nuova sé. Imparerà ad affondare nel torbido della vita, sua e altrui, per scoprire cosa si nasconde dentro di lei. E accettandola andrà avanti. Solo accettandola potrà procedere.
Del resto, come ci ricorda pure la Costantino e Wikipedia, Belacqua è il nome di uno spirito nell’Ante-Purgatorio di Dante. Belacqua e le altre anime dell’Ante-Purgatorio sono intrappolate tra due mondi e non hanno piena comprensione di se stessi. Sebbene su Wikipedia sia scritto che non si sa se questo fatto abbia qualche connessione con Lyra, può apparire piuttosto logico pensare che Lyra è, proprio come il Belacqua dantesco, intrappolata tra due mondi in almeno due modi: tra il suo mondo e gli altri che esplorerà, e tra l’infanzia e la vita adulta.

Tra l’altro, tornando al discorso dei titoli, ammetto di preferire quelli della versione italiana perché mi piace la continuità creata dalla presenza di uno strumento. Ma ammetto che Northen Lights è particolarmente azzeccato per il primo volume perché le luci del nord, per Lyra, sono prima di tutto una sorta di mito, poi un sogno, poi la destinazione di un viaggio importante che vuole intraprendere e successivamente la meta che sente di dover raggiungere, e in fine luogo di tormento e di rivelazione. Riassumono perfettamente l’idea del diventare adulti, che si vuole raggiungere ma allo stesso tempo no, perché offre cose belle ma è anche misteriosa.

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C’è poi la tanto discussa parte religiosa.

In America, in alcune scuole, è perfino stata bannata la lettura di questi libri per via della loro componente religiosa. O sarebbe meglio dire anti-religiosa?

È facile capirne i motivi. Il mondo di Lyra è governato dal Magisterium, una chiesa che si rifà al credo cattolico con tanto di mitologia affine. Ovviamente, avendo il Magisterium molto potere politico, c’è una sorta di ‘libertà d’oppressione’ che porterà perfino a esperimenti sui bambini. Tutto in nome di dio, ça va sans dire.

È facile pensare che Pullman sia antireligioso, ma non sarebbe corretto. O, almeno, non dovremmo vedere il libro esclusivamente in quest’ottica.
La storia di Pullman racconta di come l’estremismo religioso, o se vogliamo il fanatismo in genere, porti alla rovina della vita. E se non è attuale questo…
Ma è importante non soffermarsi sul puro aspetto religioso della questione, perché si tratta di qualcosa di ben più ampio. Pullman si schiera contro tutto quello che vuole limitare il piacere che sa donarci la vita. E se quest’aspetto viene maggiormente approfondito nei volumi seguenti della trilogia (dove verranno esplicitati certi scopi), risulta difficile, per esempio, non mettere in relazione l’Intercisione con l’infibulazione, perché l’idea dietro l’Intercisione è proprio quella di mantenere le persone ‘pure’, qualsiasi cosa questo significhi, di togliere certi ‘peccati’ originari.

Indubbiamente la religione, qualunque essa sia, è la prima promotrice di questo tipo di propaganda contro il piacere, e la strega Ruta Skadi sarà piuttosto diretta, al riguardo, ma qui non si tratta di dio o non dio, si tratta di saper vedere e quindi accettare (di nuovo) e apprezzare i piaceri della vita. Piaceri che vengono venduti come dolori, da questi estremismi.

Vedi, il tuo daimon è un amico e un compagno meraviglioso fino a che sei giovane, ma nell’età che noi chiamiamo pubertà, l’età alla quale tu arriverai fra molto poco, cara, i daimon ti portano ogni sorta di pensieri e sentimenti dolorosi, ed è questo che da spazio alla Polvere.

E forse il dolore e il piacere sono le due facce della stessa medaglia. Forse non può esserci l’uno senza l’altra, e allo stesso tempo un piacere non è capace di oscurare un dolore?

Solo che Lyra è intelligente. Ha seguito degli adulti che vedevano nella Polvere qualcosa di negativo, ma ha scoperto che facevano cose orribili. Se ci fosse quindi la possibilità che la Polvere sia una cosa… buona?
È questo che lei e il suo daimon Pantalaimon si chiedono alla fine de La Bussola d’Oro, ed è questo che li porterà in un altro mondo a scoprire cose nuove, cose che dovranno essere acc

ettate, cose che la faranno crescere, evolvere, cambiare. A scoprire che, forse, nel piacere si nasconde sempre un po’ di dolore, e che il bello è pure questo.

 

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La Bussola d’Oro
di Philip Pullman
Traduzione di M. Astrologo e A. Tutino
357 pagine, 10,00 €, Salani

Può bastare l’intento?

Sono in difficoltà. Ho paura di risultare insensibile, e questo per colpa di un libro. Perché, diciamocelo, come altro potrei sentirmi se mi trovassi a dubitare di un romanzo che tenta di parlare ai ragazzi, in maniera delicata ma coinvolgente, del bullismo e del suicidio giovanile? E se questo romanzo è pure sostenuto da Amnesty International e ha vinto svariati premi?
Mi viene da pensare che sia io quello con qualche problema.
Eppure non riesco a togliermi un tarlo dalla testa che dice: c’è una carenza in questo testo.

Il libro in questione è Da quanto ho incontrato Jessica e, vorrei precisarlo subito, l’ho trovato piacevole e sicuramente in grado di poter far nascere pensieri e dibattiti attorno al bullismo e alla solitudine che si prova se si è ragazzini, e soprattutto se si è ragazzini ‘diversi’. Però…

Però c’è un però, e uno di quelli che per me non può essere ignorato.

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La trama del romanzo ruota attorno a Francis, un ragazzino solitario perché ‘diverso’. Ha infatti la passione per la moda e questo gli ha creato qualche problema con i suoi coetanei, facendogli preferire la solitudine alla compagnia.
Un giorno, però, Francis incontra Jessica e ci si trova benissimo. Solo che Jessica è un fantasma. Nel tentativo di scoprire cosa sia accaduto a Jessica e perché proprio lui (più altri due che si aggiungeranno durante la storia) sia il solo in grado di vederla, Francis incontrerà nuovi amici.

Come dicevo, in maniera delicata ma anche piuttosto diretta, l’autore affronta quei temi spinosi che sono il bullismo e il sentimento di solitudine che ti può assalire e distruggere durante gli anni scolastici, con conseguenze anche molto ‘estreme’. Un argomento sempre più caldo anche da noi, visti i sempre più numerosi casi di suicidio giovanile che sono finiti sui giornali negli ultimi tempi.
L’intento è lodevole e direi anche riuscito, almeno in parte e soprattutto per quanto riguarda la ‘squadra’ dei diversi. Sarà difficile, per un ragazzo nelle stesse condizioni, fare a meno di sentirsi coinvolto e capito e scoprire quindi di non essere il solo a sentirsi così. Mi è inoltre piaciuto che Francis, sebbene scoraggiato, sia un personaggio molto positivo, che non smette mai di perseguire i suoi obiettivi e, anzi, sia capace di concretizzarli in qualche modo.

Tutto molto carino, insomma, delicato e attento, capace di poter essere un buon punto di partenza per parlarne nelle scuole, o comunque in gruppo, come dicevo prima.

Il vero problema, per me, è però il modo in cui la ‘solitudine’ dei personaggi si risolve, che dovrebbe poi costituire il messaggio di speranza del testo.

Il romanzo ruota attorno all’idea che i tre protagonisti, Francis, Andi e Roland, attraverso il fantasma Jessica, scoprano di non essere soli, riuscendo a instaurare una bella amicizia che li farà sentire protetti e allo stesso tempo amati e parte di qualcosa. Il fatto, però, è che questa amicizia secondo me non esiste.
Se da una parte si può infatti dire che la relazione tra Francis, o gli altri due umani, e Jessica funziona perfettamente, dall’altra mi sembra che il rapporto tra i tre ragazzi ancora vivi sia inesistente. Quando questi sono assieme si divertono con Jessica, guardando Jessica, studiando Jessica. Quando Jessica non c’è, insieme studiano come scoprire qualcosa su Jessica, si chiedono dove sia Jessica. Insomma, il gruppo esiste in funzione di Jessica stessa. Inoltre non hanno niente in comune: Francis ama la moda, Andi adora lo sport, Roland passerebbe la sua intera vita attaccato allo schermo di un videogioco. Cos’hanno, quindi, che li lega, oltre al fantasma? Di cosa potrebbero parlare quando Jessica non ci sarà più? Cosa li unirà? Perché non ci può essere solo la resistenza al bullismo a tenerli insieme, non può funzionare per sempre. Magari per un anno sembrerà loro di essere contenti, ma poi si renderanno conto di essere ancora soli come prima.

Le storia, insomma, pur partendo bene, alla fine risulta un po’ semplificata ed edulcorata. Risulta un po’ fasulla, ai miei occhi, nel momento in cui dona a questi ragazzi una felicità che può essere solo momentanea, ma che viene spacciata per ideale.

Era, in qualche modo, lo stesso problema che affliggeva Trevor di James Lecesne.
Anche in quel caso, l’intento era ottimo e sicuramente poteva offrire grandi spunti di riflessione, la storia era però piuttosto semplicistica e, in parte, offriva poco al lettore.

La questione dunque è: devo premiare l’intento? È sufficiente quello?
E secondo me la risposta è no.

Non basta essere riusciti a creare un testo in grado di far parlare i ragazzi in una classe.
Intendiamoci, scatenare il dibattito a scuola va benissimo e lo trovo necessario, ma poi quei ragazzi torneranno a casa e si ritroveranno, di nuovo, da soli nella loro camera, senza fantasmi se non i propri.
È giusto parlare di questi temi, è giusto far capire che il sentirsi soli e diversi è molto più comune di quello che si pensa, ma non trovo giusto risolvere la situazione in maniera così semplice e poco veritiera.

Nel mio piccolo anche io sono stato vittima di bullismo. Anche io mi sono sentito diverso (e qui devo pure chiedermi se esiste un ragazzino che possa non sentirsi diverso, a quell’età). Ma ammetto anche di aver sempre cercato, per esempio, amicizie che in qualche modo mi fossero affini. Ovvio che ne ho trovate poche, nel tempo, ma se non altro sapevo di aver qualcuno con cui potessi chiacchierare spensieratamente senza tirare in ballo i morti e senza fare a meno di essere me stesso, senza smettere di parlare di qualcosa che mi appassionasse.

Allo stesso tempo, essere presi in giro in gruppo piuttosto che singolarmente cambia le cose di poco. Forse non sarò portato a pensare al suicidio, perché so di non essere solo, di non essere il solo, ma continuerò a sentirmi diverso, e continuerò ad essere preso in giro, e quando alla sera andrò a dormire continuerò a pensare che pure quella mattina in classe mi hanno chiamato frocio, o ciccione, o qualsiasi altra cosa vogliate, e se non ho con me una Andi che minaccia pestaggi sanguinolenti, quella cosa non finirà mai.
Dire il contrario sarebbe mentire.

Mi sono anche chiesto se un libro del genere potesse essere d’aiuto ai bulli, ma credo che la risposta sia ancora una volta no. Potrebbe forse far capire che certi atteggiamenti portano a conseguenze devastanti, ma fino a quando nella loro testa ci sarà l’idea che un ragazzo che si occupa di creare vestiti per delle bambole sia quantomeno bizzarro, quel ragazzo ai loro occhi rimarrà bizzarro anche dopo la lettura del libro. E sappiamo tutti che bizzarro non è la parola giusta. E queste idee sicuramente non cambieranno di certo finché ci si ostinerà a ritenere certi libri, certe storie, come poco consone. Vedasi i recentissimi fatti al Tocatì di Verona.

Per questo ritengo che l’intento sia bello e che in una scuola possa fungere da base per una discussione.
Ma non basta.
Non basta se si vuole creare un romanzo più concreto. Un romanzo che possa davvero essere un aiuto per i ragazzi come Francis, o le ragazze come Andi.
E in un certo senso, e proprio per queste ragioni, mi viene da ‘assolvere’ un libro come Trevor, che vuole ‘sponsorizzare’ un progetto concreto di aiuto ai ragazzi LGBT, ed essere un po’ più esigente con Andrew Norriss, che vuole fare narrativa.

Mi viene anche da azzardare che romanzi come It di Stephen King o A casa di Dio di David Mitchell, siano narrazioni migliori per quanto riguarda i ragazzini bullizzati che devono anche affrontare le proprie paure. E sì, forse il paragone non c’entra niente, o forse c’entra tutto, perché magari ci scordiamo che per dire qualcosa non è sempre necessario affrontare direttamente la faccenda.

Il problema di libri come Da quando ho incontrato Jessica è che rischia di diventare, per tutto quello detto sopra, un messaggio e non una storia, perdendo quindi di efficacia, perché se c’è una cosa di cui sono abbastanza sicuro, è che spesso è più ‘edificante’ un racconto che sembra parlare d’altro, piuttosto che il tentativo di inquadrare una problematica direttamente, magari mancando il bersaglio.

 

Da quando ho incontrato Jessica
di Andrew Norris
Tradotto da Claudia Valentini
192 pagine, 14,90 €, Il Castoro

Oltre il muro

Amo molto i disegni di Tony Sandoval. Sono bellissimi e grotteschi allo stesso tempo, in grado di suscitare fascino e desiderio, ma anche una sensazione simile alla paura, proprio come l’età che questo artista preferisce raccontare, ossia tutto quel periodo di intersezione/cambiamento/evoluzione che è la pre-adolescenza e l’adolescenza stessa.

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Oltre il muro è una collaborazione di Sandoval con Pierre Paquet, che qui scrive la sceneggiatura, e che ha come protagonista un ragazzino in fase di ‘transizione’, appunto.
A dire il vero, l’adolescenza non è il perno centrale su cui ruota tutta la storia (si scoprirà solo alla fine la causa del tutto), ma è indubbio che questa avventura, vissuta in questo modo, è frutto di un’adolescenza imminente.

Se Pepe, il protagonista, fosse stato più piccolo, o più grande, avrebbe affrontato tutto alla stessa maniera? Io non credo. Ed è questa la differenza con altre narrazioni che potrebbero essere simili: l’età. E ovviamente la capacità di tratteggiarla a dovere, quest’età.

In questo mondo-soglia tra fanciullezza ed età adulta si mescolano sentimenti e pensieri appartenenti ad entrambe, ed ecco quindi che una situazione dolorosa da il via non a un’avventura vera e propria, ma a un incubo popolato da mostri che inseguono, che vogliono divorare, sbranare, ma anche a prati pieni di fiori e belle ragazze,  amore ma anche dolore.

Devi arrenderti all’evidenza… sei solo al mondo.

È l’età, questa, in cui si scoprono cose: la solitudine, la responsabilità, le conseguenze delle proprie azioni che, per la prima volta, devono essere affrontate da te.
E ogni volta che si abbatte un muro e lo si supera, ecco una nuova sensazione! Qualcosa che prima non si era provato e che ci fa sempre più male. Ma anche più bene.

Quando sei bambino, c’è una specie di magia che ti da l’illusione di sapere tutto… ma questa arroganza può presto trasformarsi in un colpo di pugnale al cuore.

La grande avventura di crescere è una sorta di apprendistato, uno stage, dove tutto quello che ti è stato detto prende forma. Ora puoi toccare la realtà con mano. E ti scotti. Inevitabilmente.
Ma l’importante è capire che, a vole, quello che sembra un male magari non lo è. Non del tutto.
A questo proposito trovo meravigliose le pagine dedicate all’uomo che vive in un prato fiorito, circondato da fate dei fiori: quando è triste piange, e le sue lacrime fanno crescere i fiori. Ma se è felice non c’è più acqua, i fiori muoiono e le fate, unica compagnia dell’uomo, scompaiono. Credo sia una visione estremamente forte e importante.

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E poi, con l’adolescenza si incomincia a capire che il tempo avanza inesorabile, senza mai fermarsi, senza concederti una pausa. Quello che è successo… è successo. Bisogna solo capire come affrontarlo al meglio, e per capirlo bisogna riuscire ad affrontare i propri incubi.

Sono diventato un uomo senza volerlo.

Oltre il muro
di Pierre Paquet e Tony Sandoval
Traduzione di Stefano Andrea Cresti
Tunué, 96 pagine, 14,90 €

La bambina dimenticata dal tempo

Leggo meno libri per ragazzi di quelli che vorrei. E questo per mille motivi: la mancanza di tempo, la mancanza di soldi, il desiderio di leggere altro, la necessità di leggere altro…
Eppure, in verità credo che ci sia un problema di fondo coi testi confinati in quella parte delle librerie dove si tende a mettere anche peluche e seggioline colorate: gli adulti credono, erroneamente, che siano letture di serie B. In fondo sono storie volte a formare nuovi adulti, nuove persone… quindi sono più facili, meno impegnate. O no? No! Assolutissimamente no! Proprio perché devono in qualche modo contribuire a creare una persona, questi testi sono la cosa più impegnata che esiste, la più densa, la più ponderata! E sicuramente tra le più preziose.

Certo. Quello del romanzo per ragazzi e bambini è un campo un po’ maltrattato. Del resto è il settore editoriale che mostra sempre estrema vivacità a livello di vendite, e quindi è forse quello dove si tenta di fare più soldi possibili, magari scadendo con la qualità. Eppure mi rendo sempre più conto che proprio in queste categorie si nascondono alcuni dei testi più sorprendenti della letteratura in generale. Pensiamo anche solo a Harry Potter o alla trilogia Queste oscure materie! Due saghe che hanno anche goduto di grande successo, ma che sono innanzi tutto romanzi capaci ben fatti, capaci di coinvolgere lettori di ogni età, romanzi che sviscerano la vita e la morte e l’amore e la religione in maniera più che sorprendente. Sono opere che ti fanno guardare in modo diverso quello che ti circonda. E quello che sei.
Ma anche gli albi illustrati per i bambini più piccoli, o le storielle che trovano spesso spazio in collane come gli Istrici di Salani… storie, racconti dalla forza immensa. Letteratura altissima.

E invece no. Noi adulti continuiamo a non voler andare in quel reparto della libreria. Continuiamo a imbarazzarci e a far finta di dover prendere qualcosa per il figlio o la nipote. Non riusciamo ad avere il coraggio di volerci leggere qualcosa. E quindi rischiamo di perderci delle piccole perle come La bambina dimenticata dal tempo di Siobhan Dowd.

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Siobhan Dowd è un’autrice per ragazzi praticamente snobbata da noi. È inglese e ha purtroppo scritto molto poco, poiché morta piuttosto improvvisamente di cancro all’età di quarantasette anni. Forse i più l’avranno sentita nominare in relazione a quel gioiello che è Sette minuti dopo la mezzanotte, libro per ragazzi scritto da Patrick Ness (altro autore di una certa capacità) ma nato proprio sulle idee della Dowd.
Il resto della sua produzione è per fortuna giunto da noi di recente grazie ai tipi di Uovonero, che hanno ben pensato di colmare una tremenda lacuna.

Con La bambina dimenticata dal tempo ( vincitore di una Carnegie Medal nel 2009) siamo nel 1981, in Irlanda. Anzi, siamo proprio lungo il confine fra le due Irlande, in un momento di fortissima tensione, e proprio qui vive Fergus, un diciottenne che ritrova praticamente per caso il cadavere mummificato di una bambina dell’età del ferro.
Da qui iniziano a snodarsi alcune vicende che ci porteranno dentro la vita di Fergus e dentro l’esperienza quotidiana di un mondo sempre sul chi va là, sempre in bilico tra un momento di quiete e lunghi momenti di paura.

Il risultato è una storia che parla in maniera incredibilmente vivida di libertà. Della libertà di essere se stessi e di poter vivere la vita che si desidera, senza dover tener presenti i pensieri degli altri, di quegli altri che non necessariamente sono estranei, ma potrebbero benissimo essere i propri genitori. Una libertà che richiede il coraggio di guardarsi dentro, di accettarsi. Di sfidare anche la propria nazione, a volte, di superare il contesto che ci circonda.

Ma è anche un romanzo sull’uguaglianza. Sull’uguaglianza nel tempo, perché come ci può dimostrare quella bambina sepolta nella torba, per certe cose l’animo umano non cambia mai. Non si sa evolvere. E poi l’uguaglianza tra persone. O meglio, un’uguaglianza che è un’assenza di differenze. Siamo tutte creature fatte di sogni. E di desideri. Però bisogna avere il coraggio di capirli e accettarli e perseguirli.

La bambina dimenticata dal tempo è un romanzo bello. Ma bello bello! Toccante e straziante ma anche molto positivo. Un racconto che dovrebbero leggere in molti, forse tutti, perché le lotte più grandi sono forse dentro di noi, e se non lo capiamo non potremo mai vincere.

Grazie, quindi, alla Uovonero per averci portato questa grande autrice. Vedrò di recuperarne la bibliografia quanto prima.
E… un appello. Librai. Librai! Prendeteli questi libri. Prendeteli ed esponeteli! Che ne vedo troppo pochi in giro.

La bambina dimenticata dal tempo
di Siobhan Dowd
Traduzione di S. Bandirali
320 pagine, 14,00 e, Uovonero