Può bastare l’intento?

Sono in difficoltà. Ho paura di risultare insensibile, e questo per colpa di un libro. Perché, diciamocelo, come altro potrei sentirmi se mi trovassi a dubitare di un romanzo che tenta di parlare ai ragazzi, in maniera delicata ma coinvolgente, del bullismo e del suicidio giovanile? E se questo romanzo è pure sostenuto da Amnesty International e ha vinto svariati premi?
Mi viene da pensare che sia io quello con qualche problema.
Eppure non riesco a togliermi un tarlo dalla testa che dice: c’è una carenza in questo testo.

Il libro in questione è Da quanto ho incontrato Jessica e, vorrei precisarlo subito, l’ho trovato piacevole e sicuramente in grado di poter far nascere pensieri e dibattiti attorno al bullismo e alla solitudine che si prova se si è ragazzini, e soprattutto se si è ragazzini ‘diversi’. Però…

Però c’è un però, e uno di quelli che per me non può essere ignorato.

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La trama del romanzo ruota attorno a Francis, un ragazzino solitario perché ‘diverso’. Ha infatti la passione per la moda e questo gli ha creato qualche problema con i suoi coetanei, facendogli preferire la solitudine alla compagnia.
Un giorno, però, Francis incontra Jessica e ci si trova benissimo. Solo che Jessica è un fantasma. Nel tentativo di scoprire cosa sia accaduto a Jessica e perché proprio lui (più altri due che si aggiungeranno durante la storia) sia il solo in grado di vederla, Francis incontrerà nuovi amici.

Come dicevo, in maniera delicata ma anche piuttosto diretta, l’autore affronta quei temi spinosi che sono il bullismo e il sentimento di solitudine che ti può assalire e distruggere durante gli anni scolastici, con conseguenze anche molto ‘estreme’. Un argomento sempre più caldo anche da noi, visti i sempre più numerosi casi di suicidio giovanile che sono finiti sui giornali negli ultimi tempi.
L’intento è lodevole e direi anche riuscito, almeno in parte e soprattutto per quanto riguarda la ‘squadra’ dei diversi. Sarà difficile, per un ragazzo nelle stesse condizioni, fare a meno di sentirsi coinvolto e capito e scoprire quindi di non essere il solo a sentirsi così. Mi è inoltre piaciuto che Francis, sebbene scoraggiato, sia un personaggio molto positivo, che non smette mai di perseguire i suoi obiettivi e, anzi, sia capace di concretizzarli in qualche modo.

Tutto molto carino, insomma, delicato e attento, capace di poter essere un buon punto di partenza per parlarne nelle scuole, o comunque in gruppo, come dicevo prima.

Il vero problema, per me, è però il modo in cui la ‘solitudine’ dei personaggi si risolve, che dovrebbe poi costituire il messaggio di speranza del testo.

Il romanzo ruota attorno all’idea che i tre protagonisti, Francis, Andi e Roland, attraverso il fantasma Jessica, scoprano di non essere soli, riuscendo a instaurare una bella amicizia che li farà sentire protetti e allo stesso tempo amati e parte di qualcosa. Il fatto, però, è che questa amicizia secondo me non esiste.
Se da una parte si può infatti dire che la relazione tra Francis, o gli altri due umani, e Jessica funziona perfettamente, dall’altra mi sembra che il rapporto tra i tre ragazzi ancora vivi sia inesistente. Quando questi sono assieme si divertono con Jessica, guardando Jessica, studiando Jessica. Quando Jessica non c’è, insieme studiano come scoprire qualcosa su Jessica, si chiedono dove sia Jessica. Insomma, il gruppo esiste in funzione di Jessica stessa. Inoltre non hanno niente in comune: Francis ama la moda, Andi adora lo sport, Roland passerebbe la sua intera vita attaccato allo schermo di un videogioco. Cos’hanno, quindi, che li lega, oltre al fantasma? Di cosa potrebbero parlare quando Jessica non ci sarà più? Cosa li unirà? Perché non ci può essere solo la resistenza al bullismo a tenerli insieme, non può funzionare per sempre. Magari per un anno sembrerà loro di essere contenti, ma poi si renderanno conto di essere ancora soli come prima.

Le storia, insomma, pur partendo bene, alla fine risulta un po’ semplificata ed edulcorata. Risulta un po’ fasulla, ai miei occhi, nel momento in cui dona a questi ragazzi una felicità che può essere solo momentanea, ma che viene spacciata per ideale.

Era, in qualche modo, lo stesso problema che affliggeva Trevor di James Lecesne.
Anche in quel caso, l’intento era ottimo e sicuramente poteva offrire grandi spunti di riflessione, la storia era però piuttosto semplicistica e, in parte, offriva poco al lettore.

La questione dunque è: devo premiare l’intento? È sufficiente quello?
E secondo me la risposta è no.

Non basta essere riusciti a creare un testo in grado di far parlare i ragazzi in una classe.
Intendiamoci, scatenare il dibattito a scuola va benissimo e lo trovo necessario, ma poi quei ragazzi torneranno a casa e si ritroveranno, di nuovo, da soli nella loro camera, senza fantasmi se non i propri.
È giusto parlare di questi temi, è giusto far capire che il sentirsi soli e diversi è molto più comune di quello che si pensa, ma non trovo giusto risolvere la situazione in maniera così semplice e poco veritiera.

Nel mio piccolo anche io sono stato vittima di bullismo. Anche io mi sono sentito diverso (e qui devo pure chiedermi se esiste un ragazzino che possa non sentirsi diverso, a quell’età). Ma ammetto anche di aver sempre cercato, per esempio, amicizie che in qualche modo mi fossero affini. Ovvio che ne ho trovate poche, nel tempo, ma se non altro sapevo di aver qualcuno con cui potessi chiacchierare spensieratamente senza tirare in ballo i morti e senza fare a meno di essere me stesso, senza smettere di parlare di qualcosa che mi appassionasse.

Allo stesso tempo, essere presi in giro in gruppo piuttosto che singolarmente cambia le cose di poco. Forse non sarò portato a pensare al suicidio, perché so di non essere solo, di non essere il solo, ma continuerò a sentirmi diverso, e continuerò ad essere preso in giro, e quando alla sera andrò a dormire continuerò a pensare che pure quella mattina in classe mi hanno chiamato frocio, o ciccione, o qualsiasi altra cosa vogliate, e se non ho con me una Andi che minaccia pestaggi sanguinolenti, quella cosa non finirà mai.
Dire il contrario sarebbe mentire.

Mi sono anche chiesto se un libro del genere potesse essere d’aiuto ai bulli, ma credo che la risposta sia ancora una volta no. Potrebbe forse far capire che certi atteggiamenti portano a conseguenze devastanti, ma fino a quando nella loro testa ci sarà l’idea che un ragazzo che si occupa di creare vestiti per delle bambole sia quantomeno bizzarro, quel ragazzo ai loro occhi rimarrà bizzarro anche dopo la lettura del libro. E sappiamo tutti che bizzarro non è la parola giusta. E queste idee sicuramente non cambieranno di certo finché ci si ostinerà a ritenere certi libri, certe storie, come poco consone. Vedasi i recentissimi fatti al Tocatì di Verona.

Per questo ritengo che l’intento sia bello e che in una scuola possa fungere da base per una discussione.
Ma non basta.
Non basta se si vuole creare un romanzo più concreto. Un romanzo che possa davvero essere un aiuto per i ragazzi come Francis, o le ragazze come Andi.
E in un certo senso, e proprio per queste ragioni, mi viene da ‘assolvere’ un libro come Trevor, che vuole ‘sponsorizzare’ un progetto concreto di aiuto ai ragazzi LGBT, ed essere un po’ più esigente con Andrew Norriss, che vuole fare narrativa.

Mi viene anche da azzardare che romanzi come It di Stephen King o A casa di Dio di David Mitchell, siano narrazioni migliori per quanto riguarda i ragazzini bullizzati che devono anche affrontare le proprie paure. E sì, forse il paragone non c’entra niente, o forse c’entra tutto, perché magari ci scordiamo che per dire qualcosa non è sempre necessario affrontare direttamente la faccenda.

Il problema di libri come Da quando ho incontrato Jessica è che rischia di diventare, per tutto quello detto sopra, un messaggio e non una storia, perdendo quindi di efficacia, perché se c’è una cosa di cui sono abbastanza sicuro, è che spesso è più ‘edificante’ un racconto che sembra parlare d’altro, piuttosto che il tentativo di inquadrare una problematica direttamente, magari mancando il bersaglio.

 

Da quando ho incontrato Jessica
di Andrew Norris
Tradotto da Claudia Valentini
192 pagine, 14,90 €, Il Castoro

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Oltre il muro

Amo molto i disegni di Tony Sandoval. Sono bellissimi e grotteschi allo stesso tempo, in grado di suscitare fascino e desiderio, ma anche una sensazione simile alla paura, proprio come l’età che questo artista preferisce raccontare, ossia tutto quel periodo di intersezione/cambiamento/evoluzione che è la pre-adolescenza e l’adolescenza stessa.

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Oltre il muro è una collaborazione di Sandoval con Pierre Paquet, che qui scrive la sceneggiatura, e che ha come protagonista un ragazzino in fase di ‘transizione’, appunto.
A dire il vero, l’adolescenza non è il perno centrale su cui ruota tutta la storia (si scoprirà solo alla fine la causa del tutto), ma è indubbio che questa avventura, vissuta in questo modo, è frutto di un’adolescenza imminente.

Se Pepe, il protagonista, fosse stato più piccolo, o più grande, avrebbe affrontato tutto alla stessa maniera? Io non credo. Ed è questa la differenza con altre narrazioni che potrebbero essere simili: l’età. E ovviamente la capacità di tratteggiarla a dovere, quest’età.

In questo mondo-soglia tra fanciullezza ed età adulta si mescolano sentimenti e pensieri appartenenti ad entrambe, ed ecco quindi che una situazione dolorosa da il via non a un’avventura vera e propria, ma a un incubo popolato da mostri che inseguono, che vogliono divorare, sbranare, ma anche a prati pieni di fiori e belle ragazze,  amore ma anche dolore.

Devi arrenderti all’evidenza… sei solo al mondo.

È l’età, questa, in cui si scoprono cose: la solitudine, la responsabilità, le conseguenze delle proprie azioni che, per la prima volta, devono essere affrontate da te.
E ogni volta che si abbatte un muro e lo si supera, ecco una nuova sensazione! Qualcosa che prima non si era provato e che ci fa sempre più male. Ma anche più bene.

Quando sei bambino, c’è una specie di magia che ti da l’illusione di sapere tutto… ma questa arroganza può presto trasformarsi in un colpo di pugnale al cuore.

La grande avventura di crescere è una sorta di apprendistato, uno stage, dove tutto quello che ti è stato detto prende forma. Ora puoi toccare la realtà con mano. E ti scotti. Inevitabilmente.
Ma l’importante è capire che, a vole, quello che sembra un male magari non lo è. Non del tutto.
A questo proposito trovo meravigliose le pagine dedicate all’uomo che vive in un prato fiorito, circondato da fate dei fiori: quando è triste piange, e le sue lacrime fanno crescere i fiori. Ma se è felice non c’è più acqua, i fiori muoiono e le fate, unica compagnia dell’uomo, scompaiono. Credo sia una visione estremamente forte e importante.

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E poi, con l’adolescenza si incomincia a capire che il tempo avanza inesorabile, senza mai fermarsi, senza concederti una pausa. Quello che è successo… è successo. Bisogna solo capire come affrontarlo al meglio, e per capirlo bisogna riuscire ad affrontare i propri incubi.

Sono diventato un uomo senza volerlo.

Oltre il muro
di Pierre Paquet e Tony Sandoval
Traduzione di Stefano Andrea Cresti
Tunué, 96 pagine, 14,90 €

La bambina dimenticata dal tempo

Leggo meno libri per ragazzi di quelli che vorrei. E questo per mille motivi: la mancanza di tempo, la mancanza di soldi, il desiderio di leggere altro, la necessità di leggere altro…
Eppure, in verità credo che ci sia un problema di fondo coi testi confinati in quella parte delle librerie dove si tende a mettere anche peluche e seggioline colorate: gli adulti credono, erroneamente, che siano letture di serie B. In fondo sono storie volte a formare nuovi adulti, nuove persone… quindi sono più facili, meno impegnate. O no? No! Assolutissimamente no! Proprio perché devono in qualche modo contribuire a creare una persona, questi testi sono la cosa più impegnata che esiste, la più densa, la più ponderata! E sicuramente tra le più preziose.

Certo. Quello del romanzo per ragazzi e bambini è un campo un po’ maltrattato. Del resto è il settore editoriale che mostra sempre estrema vivacità a livello di vendite, e quindi è forse quello dove si tenta di fare più soldi possibili, magari scadendo con la qualità. Eppure mi rendo sempre più conto che proprio in queste categorie si nascondono alcuni dei testi più sorprendenti della letteratura in generale. Pensiamo anche solo a Harry Potter o alla trilogia Queste oscure materie! Due saghe che hanno anche goduto di grande successo, ma che sono innanzi tutto romanzi capaci ben fatti, capaci di coinvolgere lettori di ogni età, romanzi che sviscerano la vita e la morte e l’amore e la religione in maniera più che sorprendente. Sono opere che ti fanno guardare in modo diverso quello che ti circonda. E quello che sei.
Ma anche gli albi illustrati per i bambini più piccoli, o le storielle che trovano spesso spazio in collane come gli Istrici di Salani… storie, racconti dalla forza immensa. Letteratura altissima.

E invece no. Noi adulti continuiamo a non voler andare in quel reparto della libreria. Continuiamo a imbarazzarci e a far finta di dover prendere qualcosa per il figlio o la nipote. Non riusciamo ad avere il coraggio di volerci leggere qualcosa. E quindi rischiamo di perderci delle piccole perle come La bambina dimenticata dal tempo di Siobhan Dowd.

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Siobhan Dowd è un’autrice per ragazzi praticamente snobbata da noi. È inglese e ha purtroppo scritto molto poco, poiché morta piuttosto improvvisamente di cancro all’età di quarantasette anni. Forse i più l’avranno sentita nominare in relazione a quel gioiello che è Sette minuti dopo la mezzanotte, libro per ragazzi scritto da Patrick Ness (altro autore di una certa capacità) ma nato proprio sulle idee della Dowd.
Il resto della sua produzione è per fortuna giunto da noi di recente grazie ai tipi di Uovonero, che hanno ben pensato di colmare una tremenda lacuna.

Con La bambina dimenticata dal tempo ( vincitore di una Carnegie Medal nel 2009) siamo nel 1981, in Irlanda. Anzi, siamo proprio lungo il confine fra le due Irlande, in un momento di fortissima tensione, e proprio qui vive Fergus, un diciottenne che ritrova praticamente per caso il cadavere mummificato di una bambina dell’età del ferro.
Da qui iniziano a snodarsi alcune vicende che ci porteranno dentro la vita di Fergus e dentro l’esperienza quotidiana di un mondo sempre sul chi va là, sempre in bilico tra un momento di quiete e lunghi momenti di paura.

Il risultato è una storia che parla in maniera incredibilmente vivida di libertà. Della libertà di essere se stessi e di poter vivere la vita che si desidera, senza dover tener presenti i pensieri degli altri, di quegli altri che non necessariamente sono estranei, ma potrebbero benissimo essere i propri genitori. Una libertà che richiede il coraggio di guardarsi dentro, di accettarsi. Di sfidare anche la propria nazione, a volte, di superare il contesto che ci circonda.

Ma è anche un romanzo sull’uguaglianza. Sull’uguaglianza nel tempo, perché come ci può dimostrare quella bambina sepolta nella torba, per certe cose l’animo umano non cambia mai. Non si sa evolvere. E poi l’uguaglianza tra persone. O meglio, un’uguaglianza che è un’assenza di differenze. Siamo tutte creature fatte di sogni. E di desideri. Però bisogna avere il coraggio di capirli e accettarli e perseguirli.

La bambina dimenticata dal tempo è un romanzo bello. Ma bello bello! Toccante e straziante ma anche molto positivo. Un racconto che dovrebbero leggere in molti, forse tutti, perché le lotte più grandi sono forse dentro di noi, e se non lo capiamo non potremo mai vincere.

Grazie, quindi, alla Uovonero per averci portato questa grande autrice. Vedrò di recuperarne la bibliografia quanto prima.
E… un appello. Librai. Librai! Prendeteli questi libri. Prendeteli ed esponeteli! Che ne vedo troppo pochi in giro.

La bambina dimenticata dal tempo
di Siobhan Dowd
Traduzione di S. Bandirali
320 pagine, 14,00 e, Uovonero