#ATailOfTales: Virginia Woolf

Leggere Virginia Woolf a dodici anni.
Mi sembra quasi impossibile.

La prima volta che affrontai Virginia fu dopo la visione di The Hours, il film tratto dal romanzo di Michael Cunningham che valse un oscar a Nicole Kidman.
Stiamo parlando di almeno tredici anni fa, quindi io avevo circa diciott’anni.
Avevo adorato alla follia quella trasposizione e mi misi in testa di leggere La Signora Dalloway.
Si rivelò un’esperienza frustrante. Quella scrittura così densa, così descrittiva, in qualche modo, così poco parlata… dovetti abbandonarlo, ma ci rimasi malissimo. Avevo amato la Woolf che avevo conosciuto tramite la Kidman. Me l’ero sentita vicina. Ma non ero riuscito a riscontrare la stessa affinità mentre la stavo leggendo.
Poi scoprii il Diario di una scrittrice, mi si aprì un mondo, l’amore tornò, e ora credo che Mrs. Dalloway sia uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Tutto questo per dire che no, probabilmente Virginia non è una lettura di quelle da consigliare a un ragazzino. E questo perché Virginia è una grande osservatrice e riesce a scrivere i pensieri e le sensazioni di un suo personaggio con una vividezza impressionante. Ma forse bisogna pure avere la giusta età per poter condividere, o comunque capire, almeno in parte, quei pensieri, altrimenti si rischia di non trovarci nulla se non uno sproloquio infinito.
Virginia è una scrittrice di persone. O almeno io la vedo così. Molto sottile. Tagliente. Anche spiritosa, certo, ma acuta. E forse a dodici anni non si è ‘acuti’ abbastanza per comprendere del tutto i propri sentimenti, figurarsi quelli degli altri!
Forse non lo si è mai…
Ma proprio per tutto quello che ho detto fino ad ora, Virginia può e deve essere una ‘cosa di tutti’, perché lei, appunto, parla delle persone. Non parla di situazioni, parla della gente. E la gente siamo noi.

Solo che un conto è leggere Woolf a vent’anni, un altro a dodici.
Fortunatamente per me, e per voi, Virginia c’è venuta incontro e tra i suoi scritti ce n’è almeno uno che potrebbe essere indirizzato proprio ai ragazzini. (Ce ne sarebbe pure un altro, a onor del vero, ma magari ci ritorneremo).

Siamo nel 1923. Virginia Woolf ha 41 anni e ha già pubblicato tre romanzi. Inizia insomma a essere conosciuta, sebbene i suoi titoli più famosi debbano ancora arrivare.
Julian e Quentin Bell, i figli dell’amata sorella Vanessa, hanno rispettivamente 15 e 13 anni e chiedono alla zia di scrivere un racconto da inserire nel giornalino di famiglia, The Charleston Bullettin (evidentemente si trattava di un vizio di famiglia, visto che anche Virginia, da giovane, aveva curato un giornalino domestico: l’Hyde Park Gate News). La loro aspettativa venne in parte delusa quando la scrittrice diede loro La vedova e il pappagallo. Julian e Quentin speravano in qualcosa di più divertente e ciarliero, mentre quello che ricevettero era una sorta di fiaba moraleggiante.

We had hoped vaguely for something as funny, as subversive, and as frivolous as Virginia’s conversation. Knowing this, she sent us an ‘improving’ story with a moral, based on the very worst Victorian examples.

Conclusione: la storia col tempo andò dimenticata e venne ripescata solo nel centenario della nascita di Virginia.

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Edizione di “The Widow and the Parrot” illustrata da Julian Bell, figlio di Quentin Bell, nipote di Virginia.

Se oggi vi metteste a cercare online La vedova e il pappagallo, trovereste molti commenti che la descrivono come ‘niente di che’, una storiella quasi inutile.
Ebbene, è indubbio che non si tratti della migliore produzione della Woolf, ma allo stesso tempo è un racconto interessante e capace di condurre il lettore a una Virginia diversa da quello che si è abituati pensare.

La storia racconta di una vedova molto povera che riceve la notizia di un’eredità lasciatole dal fratello appena morto. Lei si affaccenderà per poter andare a ritirare personalmente questa eredità, ma rimarrà spiacevolmente sorpresa nello scoprire, invece della bella somma di denaro promessa, una vecchia catapecchia con dentro un pappagallo chiacchierone.
Tutto sembra perduto, perfino gli ultimi risparmi, ma il lieto fine è dietro l’angolo e viene portato proprio dal becco del pennuto, che si rivelerà un ottimo ‘complice’ dell’anziana signora.

La struttura è quindi quella di una vera e propria fiaba con tanto di happy ending e insegnamento finale: tratta bene gli animali e ne riceverai qualcosa in cambio.
Ma non possiamo limitarci a questo.
Certo, Virginia amava gli animali. Ha addirittura scritto Flush, la biografia-romanzo del cane di Elizabeth Barrett Browning, e alcune sue foto coi cani sono piuttosto famose. Risulta quindi possibile che questo messaggio fosse effettivamente condiviso.
È però una limitazione volersi fermare a ciò.

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Virginia Woolf con Pinka

La vedova e il pappagallo è anche altre cose.
È innanzi tutto una sorta di presa in giro di un cliché, quello della storiella moralista che poteva andar di moda in epoca precedente. Ed è, soprattutto, una storia che racchiude momenti irriverenti e ironici, con una vedova poco docile ma sfortunata, che si rammarica di non avere l’abito giusto per il momento, che esulta della morte del fratello,

“Perdinci” disse Mrs. Cage, “Il vecchio Joseph se ne è andato finalmente!”

e che si rallegra per un incendio che, propizio, arriva a illuminarle la via.

“Dio benedetto abbi pietà di noi!” esclamò poi. “C’è una casa in fiamme – Signore ti ringrazio.”

Non si tratta, come dicevo, di uno dei capolavori firmati Woolf, ma potrebbe davvero essere la porta giusta per accedere al suo mondo, specialmente se si è molto giovani.
La fiaba è appunto leggibile anche per i ragazzi di prima media che, comunque, potranno trovarci alcuni tratti tipici dell’autrice inglese, sebbene in fasi che potrebbero risultare ancora acerbe.
Nel leggerla, tra l’altro, troverebbero pure dei riferimenti alla vita stessa dell’autrice, infatti la maggior parte del racconto si svolge a Rodmell, dove i Woolf avevano la casa ‘di campagna’: Monk’s House, tanto che Leonard viene pure citato nel testo:

… non ci sono cascine né case su quella riva del fiume fino ad Asheham House, sede attuale di Mr. Leonard Woolf.

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Manoscritto de “The Widow and the Parrot” con illustrazioni della stessa Virginia Woolf.

Ma allo stesso tempo, poi, si troverebbero dinanzi a una Virginia poco conosciuta.
In genere, infatti, se si parla con qualcuno di Virginia Woolf si tenderà a ricevere impressioni come: difficile, triste, suicida, ecc. C’è questa idea che Virginia fosse una donna, e quindi una scrittrice, sofferente, sempre sull’orlo del baratro. Ma non è così. Virginia era anche una persona piena di vita, estremamente ironica e intelligente, e ne La vedova e il pappagallo un po’ di questa sua ironia la si riesce appunto a percepire.
Mi chiedo quale dono potrebbe quindi essere entrare nel suo mondo, passando però per una porta apparentemente secondaria, con uno scritto che richiama le fiabe e le prese in giro, per poi ritrovarsi in mondi molto più complessi.
Come sarebbe far conoscere Virginia ai ragazzi, tralasciando delle idee sbagliate che ci si porta dietro da anni e passando per una visione più ‘facile’, felice e distesa. E credo sia importantissimo scardinare delle paura che possono nascere nei confronti dei mostri sacri, perché a volte è proprio questo che può frenare un lettore: la sacralità che aleggia attorno a una determinata figura.
Ma se si mostra che non è così? Che Virginia e altro?

La vedova e il pappagallo è un sentiero perfetto: una fiaba semplice per i più pigri, un racconto dai tratti spigolosi e divertiti per chi ha l’occhio più lungo.
E quale gioia poter dire: ho letto la Woolf a dodici anni senza rimanerne traumatizzato! Perché può anche essere un modo per dare fiducia a dei lettori in divenire.

 

La vedova e il pappagallo lo trovate in Oggetti Solidi, raccolta di tutti i arcconti curata da Liliana Rampello e pubblicata da Racconti Edizioni. Tra l’altro, la copertina di questo volume, illustrata da Franco Matticchio, deriva proprio dalla versione illustrata de La vedova e il pappagallo.

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Oggetti Solidi, di Virginia Woolf
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti
468 pagine, 19,00 €, Racconti Edizioni

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Macchine mortali e città affamate

Strano il percorso di Macchine Mortali, il romanzo, primo di una tetralogia, di Philip Reeve, pubblicato nel 2001 in terra anglofona.
Viene pubblicato in Italia, da Mondadori, nel 2004 con la copertina originale e indirizzato a lettori a partire dagli undici anni. Evidentemente il titolo non vende a sufficienza perché l’anno seguente viene dato alle stampe il seguito, Freya delle lande di ghiaccio, ma poi basta. Silenzio. Almeno fino al 2012, anno in cui arriva nei cinema il primo film tratto dalla trilogia di Hunger Games. In quest’occasione Mondadori pensa bene di ripubblicare il libro di Reeve cambiandone il titolo in The Hungry City e dandogli una cover tutta nuova che, in qualche modo, richiama le atmosfere di Hunger Games. Ciliegina sulla torta: il rating proposto non è più dagli unidici anni, ma diventa improvvisamente uno Young Adult.
Malitia, di Dusty Pages in Wonderland, da questa vicenda ha tratto un bellissimo articolo legato alla sottovalutazione del pubblico adolescente e alla semplificazione che gli editori, o almeno alcuni, ha fatto e forse sta ancora facendo nella letteratura per ragazzi.
Il discorso è davvero interessante e complesso e mi sento di osservare che questa semplificazione non avviene solo da parte degli editori, secondo me. Pensiamo per esempio alla famosa lista di testi per le vacanze data in una scuola superiore, e circolata online nei giorni passati, dove, tra i titoli consigliati compaiono libri quali After (scrittura non certo di alto livello) o Wonder (pensato per un pubblico più piccolo). Mi pare però che Malitia abbia già fatto un bellissimo discorso e quindi non credo valga la pena ripetere altre cose.

Ci tengo solo a dire che Peter Jackson (il regista de Il Signore degli Anelli) sta producendo un film basato su questa saga e che quindi, probabilmente, nel tardo 2018 arriverà in libreria l’intera saga (l’uscita del film è fissata, al momento, per dicembre 2018). Sarà interessante vedere a che età sarà destinata.
Perché c’è una cosa che va subito chiarita se si parla di questo titolo: per quanto la vicenda possa avere momenti cupi, Macchine Mortali è indubbiamente un libro per undicenni, e non per giovani adulti.

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Macchine Mortali, dunque.
Io l’ho letto con questo titolo, che tra l’altro preferisco.
Il titolo originale del primo volume (che è in qualche modo godibile in solitaria), e della saga, è Mortal Engines. The Hungry City, bisogna specificarlo, non è un titolo inventato da Mondadori ma il nome americano.
Personalmente ritengo Mortal Engines un titolo più azzeccato perché pone un dubbio: le macchine, o i motori, sono mortali nel senso che uccidono, o sono mortali nel senso che possono morire? E siccome la risposta è sì a entrambe le opzioni, mi sembra una scelta migliore e in linea con quello che il libro effettivamente racconta.
The Hungry City, invece, dona alla città la caratteristica di essere affamata, cosa che è solo parzialmente vera, visto che forse ad essere affamati sono più gli abitanti che le città stesse…

Ad ogni modo, il libro racconta di un futuro piuttosto lontano dove il mondo, dopo quella che viene chiamata la Guerra dei Sessanta Minuti, è diviso tra Città Stazioniste e Città in movimento (dette Trazioniste) che vagano per la terra cercando di ‘mangiare’ altre città per sopravvivere.
Tom, un orfano apprendista storico che abita in una Londra imponente e ambulante, si ritroverà, inseguendo una ragazzina che ha appena tentato di uccidere un uomo, catapultato fuori da questa grande città e dovrà affrontare numerose avventure per tentare di ritornare a Londra, prima, e sventare un piano malvagio poi.

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Il romanzo che ne risulta è qualcosa di molto interessante.
Ha la struttura di un libro d’avventura piuttosto comune, con l’eroe che si ritrova inconsapevolmente in una situazione ‘estranea’ che lo porterà a rivalutare tutto quello che conosce. Inoltre la scrittura di Reeve è molto cinematografica, con trovate che fanno subito pensare a una scena da film, con tanto di duelli coreografati.

Allo stesso tempo, però, l’autore ha infuso molti elementi che meritano attenzione.
Già a livello di trama ho molto apprezzato l’inserimento di elementi steampunk come appunto queste città in movimento, che avanzano e ingoiano realtà più piccole per sopravvivere, oppure mongolfiere e dirigibili e altre macchine volanti che mescolano concetti quasi leonardeschi a momenti più tecnologici.
Troviamo poi una comprimaria un po’ atipica: una ragazza bruttissima che presenta una vistosa cicatrice sul volto che la deturpa cui si aggiunge un carattere parecchio scontroso e modi piuttosto guerriglieri. E c’è poi spazio, anche se in maniera più accennata, almeno in questo primo volume, per diversità etniche.

Ma quello che mi ha colpito più di tutto è stata l’idea del Darwinismo Urbano. Questa sorta di legge del più forte applicata al concetto di città in movimento e cacciatrici, predatrici senza freni e senza scrupoli, il cui inseguimento e il cibarsi di una nuova preda costituisce uno spettacolo per gli abitanti della città stessa.
Le città della Lega Stazionista, quelle che hanno deciso di non muoversi, sono considerate ‘inferiori’ proprio perché hanno deciso di sottrarsi a questa legge di natura.

Per tutto il libro, sebbene con sfumature diverse, si ruota attorno al concetto del più forte che vince sul più debole.
Al di là delle città stesse, c’è infatti la scoperta da parte dei protagonisti che la ricchezza di Londra, per esempio, e di chi la governa, si basa sullo sfruttamento di chi è più povero e costretto a lavori pesantissimi. Una sorta di studio sul funzionamento crudele di una società di questo tipo, dove la ricchezza e il benessere viene accentrato nelle mani di pochi e che quindi, per forza di cosa, deve sfruttare i più deboli.

Legato a questo c’è poi il concetto di Barbaro.
Per le città Trazioniste, i barbari sono gli abitanti delle città Stazioniste. Per gli
Stazionisti è, ovviamente, il contrario. E Tom si stupirà, e non poco, nello scoprire dietro le mura di una città ‘ferma’ una civiltà pari a quella londinese.
C’è insomma un ragionare sul concetto di diversità, di altro, di diverso da noi. A Londra viene insegnato che chi non si muove non è evoluto, è un selvaggio, così come nelle città Stazioniste si racconta che a essere poco evoluti sono gli abitanti delle città in movimento.
Sono sempre gli altri, i barbari. Mai noi.
Ma la verità è, non c’è bisogno di dirlo, diversa. Eppure sarà difficile accettarla. Il protagonista si sentirà per tutto il romanzo incredibilmente legato a Londra e a quello che gli è stato insegnato. Farà fatica a scrollarsi di dosso queste nozioni, proprio come farà fatica a credere che Londra non è portatrice di luce e verità.

E poi si parla di morte. Di come la percepiamo. Di quanto cambia, ai nostri occhi, la morte nel caso ci tocchi da vicino oppure sia lontana.
Reeve non si risparmia in questo senso, non risparmia il sangue e le vittime, e non risparmia nemmeno la gioia degli abitanti di Londra quando una città rivale verrà devastata. Perché sono altri. Perché non sono noi, quindi la loro fine ci tocca poco. E mi vien da pensare a quanto questo pensiero potrebbe essere applicato agli avvenimenti attuali e al fatto che siamo tutti francesi se c’è un attentato a Parigi, ma non siamo siriani se succede qualcosa in quelle terre apparentemente lontane.

Non si può, infine, tralasciare il fatto che questo libro è indubbiamente un inno al viaggio, al viaggiare come mezzo di conoscenza. Tom scoprirà la meraviglia delle città Stazioniste solo visitandole, capirà che non sono barbari solo parlando con quelle persone…
Ma la conoscenza non arriva solo attraverso il viaggio, ma anche attraverso la storia.
Nel libro viene ben mostrato l’attrito che c’è tra due delle quattro classi ‘dirigenti’ di Londra: gli Ingegneri e gli Storici. L’eterna lotta tra il progresso e la storia, tra la tecnologia e il passato. I primi non capiscono che i secondi possono aiutarli a comprendere le cose, perché tutto ciò che è già successo ci ha lasciato degli insegnamenti. Siamo pronti ad accoglierli? Studiare il passato non significa non guardare al futuro, ma la conoscenza ci fornisce delle lenti attraverso cui mettere più a fuoco la strada che vogliamo davvero percorrere. Le materie scientifiche servono alle materie umanistiche proprio come le umanistiche servono alle scientifiche. E anche questo mi pare tremendamente attuale.

Macchine Mortali è, insomma, un libro che mi fa un po’ soffrire. Perché sarebbe una lettura meritevole, una lettura che un undicenne potrebbe trovare appassionante e avventurosa e per niente noiosa, e allo stesso tempo sarebbe qualcosa di prezioso. Quindi mi spiace non sia stato un successo. Ma se l’arrivo del film permetterà di cambiare le cose, io son già pronto coi soldi del biglietto.

***

Un piccolo post scriptum.

I libri possono essere come anelli di una lunga catena. Un titolo ne richiama un altro, che ne richiama un altro, che ne richiama un altro.
Così, dopo aver letto la prima parte di Macchine Mortali, dove si vede Tom lavorare in un museo pieno di oggetti antichi e dove si scopre quanto certi manufatti potrebbero tornare utili (anche se in maniera sbagliata, in questo caso), ho subito pensato a un altro libro: La storia del mondo in 100 oggetti, di Neil MacGregor, pubblicato in Italia da Adelphi.
MacGregor, ex direttore del British Museum, ha scelto cento oggetti attraverso i quali poter osservare la storia del nostro mondo. E questo mi ha incredibilmente ricordato Tom e la sua Londra in movimento. È un librone, ma è diviso in brevi capitoli dedicati ai singoli oggetti, e quindi lo si può consultare ogni tanto, quando abbiamo due minuti liberi. E sì, credo possano, e debbano, consultarlo pure i ragazzi. Perché, come ci insegna Macchine Mortali, la storia ci aiuta a capire.
Inoltre, come dice MacGregor stesso nella sua introduzione:

Un titolo più appropriato per questo libro sarebbe forse Storia degli oggetti attraverso mondi diversi, perché spesso le cose cambiano – o vengono cambiate – parecchio tempo dopo la loro creazione, assumendo significati inimmaginabili all’inizio.

In pratica, gli oggetti raccolti in un museo ci raccontano sì la storia degli oggetti e delle civiltà che li hanno creati, ma anche del pensiero, e degli uomini.

E ancora:

Una storia attraverso gli oggetti sarebbe impossibile senza i poeti.

Perché la letteratura è comprimaria. Perché la letteratura ci mostra alcune altre cose (nel testo si fa l’esempio di Shelley e di come i componimenti suoi e di altri ci facciano intuire l’amore per gli oggetti antichi che riaffiorò in quel periodo storico). E perché la letteratura, a volte, ha chiave diverse per aprire porte che pensavamo di aver già attraversato, ma che evidentemente non avevamo aperto del tutto.

***

Macchine Mortali
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
327 pagine, 15,00 €, Mondadori

che trovate anche come

The Hungry City
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
326 pagine, 14,90 €, Mondadori

La Storia del Mondo in 100 Oggetti
di Neil MacGregor
Traduzione di M. Sartori
705 pagine, 25,00 €, Adelphi

Di Confraternite e cecità

Qualche giorno fa Nate Moore, produttore dei Marvel Studios, durante un’intervista ha dichiarato che la Casa delle Idee non ha intenzione di seguire le richieste di quote di genere che vengono fatte dal pubblico, e che la loro agenda viene decisa esclusivamente in base alla qualità delle storie.
Un’affermazione interessante. Detta così sembra infatti che la qualità di una storia non abbia nulla a che fare con la tipologia di personaggi che andrà a rappresentare al suo interno. La cosa è in parte vera, perché si potrebbero avere in sviluppo, contemporaneamente, due film, uno su di un supereroe caucasico e uno su di un supereroe di colore, e magari la storia con l’eroe bianco potrebbe essere stata sviluppata meglio e quindi si decide di l’ok quella. Ci sta.
Tuttavia non riesco a fare a meno di chiedermi come sia possibile che una storia contemporanea possa risultare convincente con la presenza quasi esclusiva di maschi bianchi, etero e bellissimi, dove la diversità, se così dobbiamo chiamarla, è relegata a ruoli secondari.

E se una storia non è convincente sotto questo aspetto… può davvero essere una buona storia?

Se prendiamo per vere le dichiarazioni di Moore, e per farlo dovremmo riuscire a dimenticarci del fatto che non tutti i film Marvel si caratterizzati da buone storie… Se prendiamo per buone le dichiarazioni di Moore, dicevo, dovremmo concludere che in circa dieci anni di lungometraggi, i Marvel Studios non sono mai stati capaci di scrivere una buona storia inclusiva. In fondo, fino all’anno scorso la quota di genere era in mano alla Vedova Nera di Scarlett Johansson, che ovviamente non è un eroe di punta e alla spalla di Tony Stark, War Machine. Al massimo potremmo aggiungere la Gamora dei Guardiani della Galassia. Possiamo aggiungere, ma solo dal 2016, Scarlett Witch e Pantera Nera. Quest’ultimo, tra l’altro, sarà il primo supereroe di colore ad avere una pellicola tutta sua. Nel 2018. Mentre dovremo aspettare il 2019 per Captain Marvel, la prima avventura incentrata su una donna. E sì che Wonder Woman sta facendo furore ai botteghini di tutto il mondo…

Ma se anche sorvolassimo su queste dichiarazioni, andrei comunque a impantanarmi su alcuni commenti in merito che ho trovato davvero bizzarri, uno su tutti quello che affermava che richieste di questo genere, ovvero di una inclusività maggiore in tali pellicole, siano il frutto della moda femminista post elezione di Trump. Anche qui abbiamo una visione indubbiamente interessante, perché lascia intendere che il rappresentare seriamente eroine donne, o eroi di altre etnie o di altre preferenze sessuali sia inutile. Ci si dimentica quindi che il mondo non è tutto bianco, etero, sano e maschio. Nemmeno quello scintillante di Hollywood.
Eppure i fumetti sono sempre stati inclusivi, e ora più che mai.
Senza contare il già citato Pantera Nera, che comunque è in circolazione dal 1966 e che assieme alla Tempesta degli X-Men (altra figura, donna e di colore, che al cinema ha avuto un’importanza infinitamente minore rispetto ai fumetti) forma una delle coppie più potenti dell’universo supereroistico, possiamo soffermarci su Kamala Khan, la prima supereroina musulmana, che ha debuttato nel 2013 riscuotendo consensi e riconoscimenti importanti. Nel 2015, poi, l’uomo ghiaccio degli X-men ha dichiarato la sua omosessualità. E Miles Morales! L’uomo ragno afro-americano che ha esordito nel 2011 e che, chissà perché, non è stato preso, probabilmente, in considerazione per il secondo reboot della saga, il cui ruolo principale è finito al bianchissimo, e simpatico, Tom Holland. Senza poi contare le ultime, e varie, rivisitazioni di eroi classici.

Tutto questo per dire che magari la presenza o meno di quote di genere diverse non pregiudica la buona riuscita di una storia, ma sicuramente ci stiamo raccontando una storia falsa.
Il nostro mondo è pieno di diversità, e raccontare questo non è questione di storie belle o meno belle, è questione di raccontare la verità, di narrare la realtà. E la realtà non si limita all’uomo etero e bianco, ma a essere sinceri non si limita nemmeno alle donne, agli altri orientamenti sessuali o alle diverse nazionalità. La realtà e raccontare tutte le diversità umane, comprese le difficoltà, le malattie e le patologie. E la realtà è parlare di tutto questo senza cadere nel trabocchetto del buonismo o dell’educazione sociale a ogni costo.

Sembra esserci riuscita (e sì, finalmente arriviamo a parlare del libro di oggi) Marine Carteron col suo Mio fratello è un custode, primo volume della trilogia dedicata alla Lega degli Autodafé.
Travestito da romanzo thriller, con la storia di una vita ordinaria che di colpo si trasforma in straordinaria, questo romanzo racconta ben più di un’avventura à la  Mistero dei Templari, come si potrebbe pensare a una prima lettura della trama.

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La vicenda inizia con la morte del padre di August Mars, detto Gus, un quattordicenne di Parigi che da questo momento in poi, da buon ragazzo ‘speciale’ che si rispetti, vedrà la sua vita stravolgersi nella maniera più assoluta. Per riprendersi dal brutto colpo, infatti, lui, la madre e la sorella autistica Césarine si trasferiscono in campagna dai nonni. Qui, oltre a dover fare i conti con una realtà che non ha nulla a che vedere con quella cittadina, Gus avrà a che fare anche con un segreto di famiglia: i suoi parenti più stretti sono componenti della Confraternita, una sorta di società segreta il cui scopo millenario è quello di proteggere, e divulgare, il sapere, e quindi la forma più antica in cui questo si trova depositato: i libri. Il guaio è che la Confraternita ha un nemico giurato: la Lega degli Autodafé. Sono loro i veri responsabili della morte del padre, e non sembrano intenzionati a volersi fermare qui.

L’autodafé, o auto de fe, significa atto di fede e sta a indicare la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore, e non è un caso che sia stato scelto un nome di questo tipo per una corporazione che vuole cancellare il sapere e i libri. Del resto, è tipico di un estremismo non voler ‘vedere’ le cose ‘scomode’, che non si vogliono vedere. E indubbiamente un credo che si barrica dietro muri di imperativi non accetterà mai altre visioni. E tanto per ricollegarmi a quanto detto prima, qualcuno di convinto che avere solo storie che hanno eroi bianchi e maschi non sia niente di strano, beh, probabilmente etichetterà come “moda femminista post-Trump” una richiesta che non riesce, o non vuole, comprendere.

E non è un che sono rimbambito se mescolo cinecomics e libri con un prolisso discorso sulla diversità e l’inclusività.
Mio fratello è un custode, infatti, è un libro sulla diversità. Non solo, è un libro sulla diversità fatto bene.

Il romanzo viene narrato da due voci: quella di Gus e quella di Césarine, e in nessuna delle due parti la ragazza viene mai trattata diversamente perché, appunto, ragazza o perché autistica. Questo, attenzione, non significa che il disturbo non venga mai nominato, anzi, il suo essere autistica è sempre presente, così come vengono raccontate alcune problematiche e alcuni piccoli atti di bullismo di cui è vittima. Però tutto viene trattato con normalità, sia dalla narratrice che dagli altri personaggi che le sono vicini.
Césarine non è un personaggio problematico, o particolarmente bisognoso, o difficile, o da difendere, o da prendere come modello per insegnare ai lettori che non bisogna prendere in giro chi è diverso. No. Lei è, semplicemente, un altro personaggio. Lei è noramle. Lei è parte della storia tanto quanto Gus. Lei è. E è in funzione di sé, non della sua malattia.
In un certo senso, tra l’altro, quello bizzarro dei due è proprio Gus, che arriva in una scuola di campagna con i modi e le mode parigine, dimostrandosi tremendamente fuori luogo. Ed è sempre Gus che non ne capisce niente di computer e tecnologia. è lui che passa il tempo a leggere e ancora lui che, durante la storia, viene etichettato come pazzo e mandato in un centro di recupero.

Il risultato, poi, è fenomenale. Il romanzo è divertentissimo, ironico e tagliente, sia nei capitoli di lui che in quelli di lei. Entrambi, ma in maniera diversa, riescono a inquadrare il mondo in maniera intelligente e sincera, senza però dimenticarsi mai, e sottolineo mai, di essere ragazzini, con i desideri, le paure e le ‘sparate’ tipiche di quell’età. E sono tutti e due a mandare avanti la storia e a rivelare verità e piani nascosti. Tutti e due.

La Carteron non si dimentica nemmeno che questo deve essere un libro di avventura per ragazzi, e infatti c’è ampio spazio per momenti adrenalinici e di pura azione, con tanto di combattimenti, esplosioni e guida spericolata.

Ecco, se dovessi trovare un punto debole a questo primo volume, quello sarebbe il finale che reputo forse troppo ‘esplosivo’ (nel vero senso della parola) per i miei gusti. Mi rendo conto che un ragazzino di dodici anni potrebbe amarlo alla follia, perché potrebbe sentirsi protagonista di un film tipo Mission: Impossible, ma a me è sembrato un po’… oltre. C’è anche da dire che mancano due volumi e queste scene potrebbero trovarsi inserite in contesti più dettagliati e plausibili.

Per concludere, Mio fratello è un custode è un romanzo molto bello. Il thriller viene usato come pretesto per conoscere bene due protagonisti indimenticabili e inimitabili, e che sicuramente ci faranno entrare in maniera più approfondita nella Confraternita e nei suoi segreti.
Ma Mio fratello è un custode ci dimostra anche che le storie inclusive possono esserci, e possono pure d’azione, di supereroi, basta solo aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà è questa. Perché il succo è che la disparità, sia essa di genere o di qualsiasi altro tipo, non può essere vinta con campagne contro il bullismo. L’unico modo per batterla è rendere normale quello che noi vediamo come diverso.

Grande

Cosa significa diventare grandi?
Quando ci si può considerare grandi?
Quando prendo la patente del motorino? La patente della macchina? Quando ho soldi da spendere? Quando sono libero di fare quello che voglio? Quando gli altri mi rispettano?

Strano come una domanda apparentemente così facile, richieda in verità una risposta piuttosto complicata. Pensateci un attimo. Voi cosa rispondereste?

Per nostra fortuna, Daniele Nicastro ha, tra le altre cose, cercato una risposta a questa domanda scrivendo un bellissimo libro intitolato, appunto, Grande.

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La storia inizia con una promessa infranta e ragazzo imbronciato, Luca. Lui e i suoi genitori sono in viaggio. Hanno lasciato Torino, la città in cui abitano, alle spalle e procedono in direzione Sicilia, loro luogo natale. Solo che Luca non vuole andarci, si sente fuori luogo, fuori contesto. Sebbene le sue origini siano meridionali, lui è indubbiamente un ragazzo del nord e non riesce a concepire una vita come quella dei suoi parenti, coi pranzi troppo lunghi e gli orari sballati e le voci troppo alte e il terzo grado sui parenti.
Poi però conosce un ragazzo di quelli fighi. Di quelli che sono già grandi perché sanno impennare e perché si fanno rispettare pure dagli adulti. Ecco allora che un’estate che pareva rovinata, si trasforma in una nuova avventura, eccitante e intensa. Solo che, senza rendersene conto, Luca non si sta avvicinando all’età adulta, ma alla mafia.

È un romanzo interessantissimo, quello di Nicastro. Con una scrittura estremamente scorrevole e capace di immedesimarsi con i ragazzi delle medie, l’autore crea una storia che riesce a mescolare un argomento complesso come quello della crescita, con un argomento ancora più complesso, che è quello della mafia. E lo fa senza spiegare concetti, rischiando così di diventare un qualcosa di didattico, e senza cadere nella retorica dell’esaltazione di figure celebri che hanno lottato per il bene. (Esaltazione che è giusto fare, ma che in una narrazione di questo tipo rischia sempre di non riuscire a coinvolgere a dovere i lettori). No. Daniele Nicastro sceglie di calare il suo protagonista proprio all’interno di un’organizzazione mafiosa, o aspirante tale. In questo modo, non solo riesce a mostrare la meschinità di certi comportamenti, ma mostra ai lettori quanto siamo ignoranti, quanto ci sia impossibile conoscere davvero qualcosa finché non ci troviamo immischiati dentro. Perché Luca lo dice più volte nel libro: “Io so cos’è la mafia. L’ho studiata a scuola.” Ma non è vero. O meglio, è vero che l’ha studiata e ne ha parlato, ma non è vero che sa cos’è. Non la conosce veramente. E infatti lui non capisce quello che sta succedendo. Non riconosce quello in cui si sta cacciando. Rimane abbagliato da una figura che sembra grande, ma che lo è solo fisicamente. La forza del suo nuovo amico non è la grandezza, ma la paura. E dove c’è paura, non ci possono essere relazioni vere.

E qui entra in gioco il concetto di famiglia, la famiglia naturale, vera, dei sentimenti, contro la famiglia del clan.
La famiglia ‘vera’ di Luca gli ha dato problemi. Ha fatto una promessa che non ha saputo mantenere, l’ha allontanato dai suoi amici, lo tratta come un bambino. La famiglia ‘nuova’ invece gli da incarichi, lo tratta con rispetto, gli fa provare cose che normalmente non potrebbe provare. Ma questa seconda famiglia che sembra migliore della prima non lo è affatto, perché non arriva in tuo aiuto nel momento del bisogno, non ti difende davvero, non ci tiene a te, tiene al potere e ai soldi che tu puoi portare loro, tiene a te come si può tenere a un oggetto che ti serve per raggiungere uno scopo. Chiede ma non da, se non beni materiali e, alla fine, inutili.

Grande è una storia di illusioni.
Gioca sull’apparenza delle cose per mostrarci che non è tutto oro quello che luccica. Anzi, spesso è solo vetro aiutato da un raggio di sole.
E l’illusione assume varie forme. L’illusione di ‘perdere’ qualcosa se non ci si attiene ai programmi iniziali. L’illusione che un posto diverso non possa accoglierci a dovere. L’illusione tipica della crescita, e cioè del cosa voglia dire diventare grandi. L’illusione della famiglia, che non è e non può essere un gruppo di cheerleader il cui unico compito è cantarci inni incoraggianti. L’illusione di sapere, quando in verità non si sa nulla. E quest’ultimo punto credo sia di estrema importanza in un momento storico come questo, dove, anche grazie ai social, siamo abituati a esprimere giudizi su tutto e tutti credendo di sapere… e invece non si sa nulla, finché non ci si ritrova dentro una determinata situazione.

Credo che Grande sia un libro da leggere anche, o forse soprattutto, nelle scuole, perché merita di essere discusso e sviscerato e condiviso. È affrontabile già per i ragazzi di prima media, perché Daniele ha una scrittura piacevolissima e mai pesante, pur non essendo mai banale, e questo gli permette di poter raggiungere un pubblico ampio e ricettivo.

Grande è un libro da leggere perché come tutti i bei libri sa donarti molto senza che tu te ne renda conto.

Caro diario ti scrivo…

Tra i numerosi pregi della letteratura per ragazzi c’è quello di annoverare, tra le proprie fila, delle vere e proprie perle. Perle che risultano spesso più pure e splendenti delle proprie colleghe della narrativa per adulti.
L’originalità che contraddistingue certe trame, la scrittura che caratterizza certe storie, io non sono ancora riuscito a trovarle nella letteratura per grandi.
E tra questi bei libretti che mi commuovono per quanto sono ben fatti mi sento di annoverare questo:
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Non saprei come definirlo, perché non è un romanzo, non è una raccolta di racconti (anche se in un certo senso potrebbe esserlo), non è un vero e proprio diario, perché di diari ce ne sono sei… Diciamo che potrei classificarlo come una raccolta di diari, ecco. E di diari particolari! Sono infatti diari di sei grandi autrici, italiane e straniere, di quando erano dodicenni. Anzi, no. Sono sei diari immaginati, di altrettante autrici reali.
Nadia Terranova e Patrizia Rinaldi hanno coraggiosamente scelto tre scrittrici ciascuna, autrici che stimano in modo particolare, e si sono calate nei loro panni. Si sono immaginate come novelle Ortese, o Dickinson, ma non nelle loro versioni adulte, quelle che hanno scritto i capolavori della letteratura mondiale, no! Ma le Beatrix Potter o le Jane Austen dodicenni, intente a fare le loro prove di scrittura sui loro primi e scrivevano i loro primi diari.
Questo roseo volumetto raccoglie quindi delle pagine ipotetiche, che però riescono a dire molto delle autrici che cercano di ritrarre. È impressionante vedere come la vita di Beatrix Potter traspiri da queste pagine, o come l’intelligenza della Serao ti riesca a colpire in faccia…
È un librino agile e veloce, questo. Che secondo me è ben capace di colpire le giovani lettrici, o i giovani lettori, non solo facendoli appassionare a queste grandi autrici, ma anche facendoli appassionare alla lettura e alla scrittura in genere. E al libero pensiero, soprattutto, perché se c’è un comune denominatore tra queste sei artiste eccezionali, quella è la capacità di saper pensare fuori dagli schemi e seguendo una propria visione delle cose, senza lasciarsi condizionare da chi sta loro intorno.
Ed è anche un libro perfetto per i grandi. Per prima cosa per conoscere alcune grandi donne che magari non si conoscevano. Per esempio, io della Serao non sapevo niente, ma queste righe mi hanno messo addosso una curiosità davvero famelica. Ma anche perché ci sono fili secondari che si potrebbero cogliere e che riguardano l’indipendenza, la curiosità, la creatività… e che, beh, sì, specialmente in questa epoca si tendono a dimenticare. O a tralasciare, che è anche peggio.
Lo consiglio. Lo consiglio a tutte le età.
Tra l’altro, ho trovato ottime pure le pagine legate alle curiosità sulla vita di ogni autrice e anche quelle in cui vengono descritte le motivazioni che hanno portato Patrizia e Nadia a scegliere quella determinata donna.
Son gocce di ispirazione.

Caro diario ti scrivo…
di Patrizia Rinaldi e Nadia Terranova
111 pagine, 10,90 €, Sonda