Può bastare l’intento?

Sono in difficoltà. Ho paura di risultare insensibile, e questo per colpa di un libro. Perché, diciamocelo, come altro potrei sentirmi se mi trovassi a dubitare di un romanzo che tenta di parlare ai ragazzi, in maniera delicata ma coinvolgente, del bullismo e del suicidio giovanile? E se questo romanzo è pure sostenuto da Amnesty International e ha vinto svariati premi?
Mi viene da pensare che sia io quello con qualche problema.
Eppure non riesco a togliermi un tarlo dalla testa che dice: c’è una carenza in questo testo.

Il libro in questione è Da quanto ho incontrato Jessica e, vorrei precisarlo subito, l’ho trovato piacevole e sicuramente in grado di poter far nascere pensieri e dibattiti attorno al bullismo e alla solitudine che si prova se si è ragazzini, e soprattutto se si è ragazzini ‘diversi’. Però…

Però c’è un però, e uno di quelli che per me non può essere ignorato.

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La trama del romanzo ruota attorno a Francis, un ragazzino solitario perché ‘diverso’. Ha infatti la passione per la moda e questo gli ha creato qualche problema con i suoi coetanei, facendogli preferire la solitudine alla compagnia.
Un giorno, però, Francis incontra Jessica e ci si trova benissimo. Solo che Jessica è un fantasma. Nel tentativo di scoprire cosa sia accaduto a Jessica e perché proprio lui (più altri due che si aggiungeranno durante la storia) sia il solo in grado di vederla, Francis incontrerà nuovi amici.

Come dicevo, in maniera delicata ma anche piuttosto diretta, l’autore affronta quei temi spinosi che sono il bullismo e il sentimento di solitudine che ti può assalire e distruggere durante gli anni scolastici, con conseguenze anche molto ‘estreme’. Un argomento sempre più caldo anche da noi, visti i sempre più numerosi casi di suicidio giovanile che sono finiti sui giornali negli ultimi tempi.
L’intento è lodevole e direi anche riuscito, almeno in parte e soprattutto per quanto riguarda la ‘squadra’ dei diversi. Sarà difficile, per un ragazzo nelle stesse condizioni, fare a meno di sentirsi coinvolto e capito e scoprire quindi di non essere il solo a sentirsi così. Mi è inoltre piaciuto che Francis, sebbene scoraggiato, sia un personaggio molto positivo, che non smette mai di perseguire i suoi obiettivi e, anzi, sia capace di concretizzarli in qualche modo.

Tutto molto carino, insomma, delicato e attento, capace di poter essere un buon punto di partenza per parlarne nelle scuole, o comunque in gruppo, come dicevo prima.

Il vero problema, per me, è però il modo in cui la ‘solitudine’ dei personaggi si risolve, che dovrebbe poi costituire il messaggio di speranza del testo.

Il romanzo ruota attorno all’idea che i tre protagonisti, Francis, Andi e Roland, attraverso il fantasma Jessica, scoprano di non essere soli, riuscendo a instaurare una bella amicizia che li farà sentire protetti e allo stesso tempo amati e parte di qualcosa. Il fatto, però, è che questa amicizia secondo me non esiste.
Se da una parte si può infatti dire che la relazione tra Francis, o gli altri due umani, e Jessica funziona perfettamente, dall’altra mi sembra che il rapporto tra i tre ragazzi ancora vivi sia inesistente. Quando questi sono assieme si divertono con Jessica, guardando Jessica, studiando Jessica. Quando Jessica non c’è, insieme studiano come scoprire qualcosa su Jessica, si chiedono dove sia Jessica. Insomma, il gruppo esiste in funzione di Jessica stessa. Inoltre non hanno niente in comune: Francis ama la moda, Andi adora lo sport, Roland passerebbe la sua intera vita attaccato allo schermo di un videogioco. Cos’hanno, quindi, che li lega, oltre al fantasma? Di cosa potrebbero parlare quando Jessica non ci sarà più? Cosa li unirà? Perché non ci può essere solo la resistenza al bullismo a tenerli insieme, non può funzionare per sempre. Magari per un anno sembrerà loro di essere contenti, ma poi si renderanno conto di essere ancora soli come prima.

Le storia, insomma, pur partendo bene, alla fine risulta un po’ semplificata ed edulcorata. Risulta un po’ fasulla, ai miei occhi, nel momento in cui dona a questi ragazzi una felicità che può essere solo momentanea, ma che viene spacciata per ideale.

Era, in qualche modo, lo stesso problema che affliggeva Trevor di James Lecesne.
Anche in quel caso, l’intento era ottimo e sicuramente poteva offrire grandi spunti di riflessione, la storia era però piuttosto semplicistica e, in parte, offriva poco al lettore.

La questione dunque è: devo premiare l’intento? È sufficiente quello?
E secondo me la risposta è no.

Non basta essere riusciti a creare un testo in grado di far parlare i ragazzi in una classe.
Intendiamoci, scatenare il dibattito a scuola va benissimo e lo trovo necessario, ma poi quei ragazzi torneranno a casa e si ritroveranno, di nuovo, da soli nella loro camera, senza fantasmi se non i propri.
È giusto parlare di questi temi, è giusto far capire che il sentirsi soli e diversi è molto più comune di quello che si pensa, ma non trovo giusto risolvere la situazione in maniera così semplice e poco veritiera.

Nel mio piccolo anche io sono stato vittima di bullismo. Anche io mi sono sentito diverso (e qui devo pure chiedermi se esiste un ragazzino che possa non sentirsi diverso, a quell’età). Ma ammetto anche di aver sempre cercato, per esempio, amicizie che in qualche modo mi fossero affini. Ovvio che ne ho trovate poche, nel tempo, ma se non altro sapevo di aver qualcuno con cui potessi chiacchierare spensieratamente senza tirare in ballo i morti e senza fare a meno di essere me stesso, senza smettere di parlare di qualcosa che mi appassionasse.

Allo stesso tempo, essere presi in giro in gruppo piuttosto che singolarmente cambia le cose di poco. Forse non sarò portato a pensare al suicidio, perché so di non essere solo, di non essere il solo, ma continuerò a sentirmi diverso, e continuerò ad essere preso in giro, e quando alla sera andrò a dormire continuerò a pensare che pure quella mattina in classe mi hanno chiamato frocio, o ciccione, o qualsiasi altra cosa vogliate, e se non ho con me una Andi che minaccia pestaggi sanguinolenti, quella cosa non finirà mai.
Dire il contrario sarebbe mentire.

Mi sono anche chiesto se un libro del genere potesse essere d’aiuto ai bulli, ma credo che la risposta sia ancora una volta no. Potrebbe forse far capire che certi atteggiamenti portano a conseguenze devastanti, ma fino a quando nella loro testa ci sarà l’idea che un ragazzo che si occupa di creare vestiti per delle bambole sia quantomeno bizzarro, quel ragazzo ai loro occhi rimarrà bizzarro anche dopo la lettura del libro. E sappiamo tutti che bizzarro non è la parola giusta. E queste idee sicuramente non cambieranno di certo finché ci si ostinerà a ritenere certi libri, certe storie, come poco consone. Vedasi i recentissimi fatti al Tocatì di Verona.

Per questo ritengo che l’intento sia bello e che in una scuola possa fungere da base per una discussione.
Ma non basta.
Non basta se si vuole creare un romanzo più concreto. Un romanzo che possa davvero essere un aiuto per i ragazzi come Francis, o le ragazze come Andi.
E in un certo senso, e proprio per queste ragioni, mi viene da ‘assolvere’ un libro come Trevor, che vuole ‘sponsorizzare’ un progetto concreto di aiuto ai ragazzi LGBT, ed essere un po’ più esigente con Andrew Norriss, che vuole fare narrativa.

Mi viene anche da azzardare che romanzi come It di Stephen King o A casa di Dio di David Mitchell, siano narrazioni migliori per quanto riguarda i ragazzini bullizzati che devono anche affrontare le proprie paure. E sì, forse il paragone non c’entra niente, o forse c’entra tutto, perché magari ci scordiamo che per dire qualcosa non è sempre necessario affrontare direttamente la faccenda.

Il problema di libri come Da quando ho incontrato Jessica è che rischia di diventare, per tutto quello detto sopra, un messaggio e non una storia, perdendo quindi di efficacia, perché se c’è una cosa di cui sono abbastanza sicuro, è che spesso è più ‘edificante’ un racconto che sembra parlare d’altro, piuttosto che il tentativo di inquadrare una problematica direttamente, magari mancando il bersaglio.

 

Da quando ho incontrato Jessica
di Andrew Norris
Tradotto da Claudia Valentini
192 pagine, 14,90 €, Il Castoro

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#ATailOfTales: Virginia Woolf

Leggere Virginia Woolf a dodici anni.
Mi sembra quasi impossibile.

La prima volta che affrontai Virginia fu dopo la visione di The Hours, il film tratto dal romanzo di Michael Cunningham che valse un oscar a Nicole Kidman.
Stiamo parlando di almeno tredici anni fa, quindi io avevo circa diciott’anni.
Avevo adorato alla follia quella trasposizione e mi misi in testa di leggere La Signora Dalloway.
Si rivelò un’esperienza frustrante. Quella scrittura così densa, così descrittiva, in qualche modo, così poco parlata… dovetti abbandonarlo, ma ci rimasi malissimo. Avevo amato la Woolf che avevo conosciuto tramite la Kidman. Me l’ero sentita vicina. Ma non ero riuscito a riscontrare la stessa affinità mentre la stavo leggendo.
Poi scoprii il Diario di una scrittrice, mi si aprì un mondo, l’amore tornò, e ora credo che Mrs. Dalloway sia uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Tutto questo per dire che no, probabilmente Virginia non è una lettura di quelle da consigliare a un ragazzino. E questo perché Virginia è una grande osservatrice e riesce a scrivere i pensieri e le sensazioni di un suo personaggio con una vividezza impressionante. Ma forse bisogna pure avere la giusta età per poter condividere, o comunque capire, almeno in parte, quei pensieri, altrimenti si rischia di non trovarci nulla se non uno sproloquio infinito.
Virginia è una scrittrice di persone. O almeno io la vedo così. Molto sottile. Tagliente. Anche spiritosa, certo, ma acuta. E forse a dodici anni non si è ‘acuti’ abbastanza per comprendere del tutto i propri sentimenti, figurarsi quelli degli altri!
Forse non lo si è mai…
Ma proprio per tutto quello che ho detto fino ad ora, Virginia può e deve essere una ‘cosa di tutti’, perché lei, appunto, parla delle persone. Non parla di situazioni, parla della gente. E la gente siamo noi.

Solo che un conto è leggere Woolf a vent’anni, un altro a dodici.
Fortunatamente per me, e per voi, Virginia c’è venuta incontro e tra i suoi scritti ce n’è almeno uno che potrebbe essere indirizzato proprio ai ragazzini. (Ce ne sarebbe pure un altro, a onor del vero, ma magari ci ritorneremo).

Siamo nel 1923. Virginia Woolf ha 41 anni e ha già pubblicato tre romanzi. Inizia insomma a essere conosciuta, sebbene i suoi titoli più famosi debbano ancora arrivare.
Julian e Quentin Bell, i figli dell’amata sorella Vanessa, hanno rispettivamente 15 e 13 anni e chiedono alla zia di scrivere un racconto da inserire nel giornalino di famiglia, The Charleston Bullettin (evidentemente si trattava di un vizio di famiglia, visto che anche Virginia, da giovane, aveva curato un giornalino domestico: l’Hyde Park Gate News). La loro aspettativa venne in parte delusa quando la scrittrice diede loro La vedova e il pappagallo. Julian e Quentin speravano in qualcosa di più divertente e ciarliero, mentre quello che ricevettero era una sorta di fiaba moraleggiante.

We had hoped vaguely for something as funny, as subversive, and as frivolous as Virginia’s conversation. Knowing this, she sent us an ‘improving’ story with a moral, based on the very worst Victorian examples.

Conclusione: la storia col tempo andò dimenticata e venne ripescata solo nel centenario della nascita di Virginia.

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Edizione di “The Widow and the Parrot” illustrata da Julian Bell, figlio di Quentin Bell, nipote di Virginia.

Se oggi vi metteste a cercare online La vedova e il pappagallo, trovereste molti commenti che la descrivono come ‘niente di che’, una storiella quasi inutile.
Ebbene, è indubbio che non si tratti della migliore produzione della Woolf, ma allo stesso tempo è un racconto interessante e capace di condurre il lettore a una Virginia diversa da quello che si è abituati pensare.

La storia racconta di una vedova molto povera che riceve la notizia di un’eredità lasciatole dal fratello appena morto. Lei si affaccenderà per poter andare a ritirare personalmente questa eredità, ma rimarrà spiacevolmente sorpresa nello scoprire, invece della bella somma di denaro promessa, una vecchia catapecchia con dentro un pappagallo chiacchierone.
Tutto sembra perduto, perfino gli ultimi risparmi, ma il lieto fine è dietro l’angolo e viene portato proprio dal becco del pennuto, che si rivelerà un ottimo ‘complice’ dell’anziana signora.

La struttura è quindi quella di una vera e propria fiaba con tanto di happy ending e insegnamento finale: tratta bene gli animali e ne riceverai qualcosa in cambio.
Ma non possiamo limitarci a questo.
Certo, Virginia amava gli animali. Ha addirittura scritto Flush, la biografia-romanzo del cane di Elizabeth Barrett Browning, e alcune sue foto coi cani sono piuttosto famose. Risulta quindi possibile che questo messaggio fosse effettivamente condiviso.
È però una limitazione volersi fermare a ciò.

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Virginia Woolf con Pinka

La vedova e il pappagallo è anche altre cose.
È innanzi tutto una sorta di presa in giro di un cliché, quello della storiella moralista che poteva andar di moda in epoca precedente. Ed è, soprattutto, una storia che racchiude momenti irriverenti e ironici, con una vedova poco docile ma sfortunata, che si rammarica di non avere l’abito giusto per il momento, che esulta della morte del fratello,

“Perdinci” disse Mrs. Cage, “Il vecchio Joseph se ne è andato finalmente!”

e che si rallegra per un incendio che, propizio, arriva a illuminarle la via.

“Dio benedetto abbi pietà di noi!” esclamò poi. “C’è una casa in fiamme – Signore ti ringrazio.”

Non si tratta, come dicevo, di uno dei capolavori firmati Woolf, ma potrebbe davvero essere la porta giusta per accedere al suo mondo, specialmente se si è molto giovani.
La fiaba è appunto leggibile anche per i ragazzi di prima media che, comunque, potranno trovarci alcuni tratti tipici dell’autrice inglese, sebbene in fasi che potrebbero risultare ancora acerbe.
Nel leggerla, tra l’altro, troverebbero pure dei riferimenti alla vita stessa dell’autrice, infatti la maggior parte del racconto si svolge a Rodmell, dove i Woolf avevano la casa ‘di campagna’: Monk’s House, tanto che Leonard viene pure citato nel testo:

… non ci sono cascine né case su quella riva del fiume fino ad Asheham House, sede attuale di Mr. Leonard Woolf.

Woolf - Widow and Parrot - Redbook 001
Manoscritto de “The Widow and the Parrot” con illustrazioni della stessa Virginia Woolf.

Ma allo stesso tempo, poi, si troverebbero dinanzi a una Virginia poco conosciuta.
In genere, infatti, se si parla con qualcuno di Virginia Woolf si tenderà a ricevere impressioni come: difficile, triste, suicida, ecc. C’è questa idea che Virginia fosse una donna, e quindi una scrittrice, sofferente, sempre sull’orlo del baratro. Ma non è così. Virginia era anche una persona piena di vita, estremamente ironica e intelligente, e ne La vedova e il pappagallo un po’ di questa sua ironia la si riesce appunto a percepire.
Mi chiedo quale dono potrebbe quindi essere entrare nel suo mondo, passando però per una porta apparentemente secondaria, con uno scritto che richiama le fiabe e le prese in giro, per poi ritrovarsi in mondi molto più complessi.
Come sarebbe far conoscere Virginia ai ragazzi, tralasciando delle idee sbagliate che ci si porta dietro da anni e passando per una visione più ‘facile’, felice e distesa. E credo sia importantissimo scardinare delle paura che possono nascere nei confronti dei mostri sacri, perché a volte è proprio questo che può frenare un lettore: la sacralità che aleggia attorno a una determinata figura.
Ma se si mostra che non è così? Che Virginia e altro?

La vedova e il pappagallo è un sentiero perfetto: una fiaba semplice per i più pigri, un racconto dai tratti spigolosi e divertiti per chi ha l’occhio più lungo.
E quale gioia poter dire: ho letto la Woolf a dodici anni senza rimanerne traumatizzato! Perché può anche essere un modo per dare fiducia a dei lettori in divenire.

 

La vedova e il pappagallo lo trovate in Oggetti Solidi, raccolta di tutti i arcconti curata da Liliana Rampello e pubblicata da Racconti Edizioni. Tra l’altro, la copertina di questo volume, illustrata da Franco Matticchio, deriva proprio dalla versione illustrata de La vedova e il pappagallo.

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Oggetti Solidi, di Virginia Woolf
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti
468 pagine, 19,00 €, Racconti Edizioni

Balene bianche

A maggio, alla fine di uno dei miei ultimi incontri nelle scuole, un ragazzino mi si è avvicinato e mi ha chiesto un consiglio. Forse pure lui aveva capito che la sua non era una domanda ‘tradizionale’, non da parte di un ragazzo della sua età almeno, perché ha aspettato che i suoi compagni uscissero prima di parlare.

Mi fa: “Ho appena finito di leggere tutti i libri di Harry Potter. Secondo te, ora è meglio che legga Il diario di Anna Frank o Moby Dick?”

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Moby Dick, di Daniele Gay

Confesso di essere rimasto piuttosto sorpreso da quella domanda.
Lui era un lettore, uno di quelli che legge per piacere e di sua spontanea volontà, e la cosa era stata chiara già durante la mia presentazione, però ammetto che quei due titoli mi hanno piuttosto impressionato perché, diciamocelo, non sono esattamente i titoli che ci aspetteremmo di trovare nel tempo libero di un ragazzo di 11/12 anni.

Poi però ho pensato che a quell’età pure io avevo voluto affrontare la balena bianca, e io odiavo leggere!
Avevo fatto una scommessa con mia madre e dovevo leggere tre romanzi per ‘vincere’ un criceto, e tra quei tre avevo scelto proprio il mattone di Melville.
Non lo finii. Arrivai a metà, con molto, moltissimo sforzo, e poi abbandonai.
Però era indubbio che quel romanzo mi affascinava, era una sorta di leggenda che chiamava.
Forse quel ragazzo, che a differenza mia leggeva già parecchio, poteva farcela…

Quest’estate, poi, è apparso online un articolo in cui un genitore ‘condannava’ la scelta di un insegnante di prima media di dar da leggere Moby Dick alla sua classe, per le vacanze.

Tra l’altro, il caso ha voluto che Moby Dick io sia riuscito a finirlo proprio quest’estate. Dopo quell’incontro. Prima di leggere quell’articolo.
Una traversata letteraria che per me è stata molto faticosa e che, lo ammetto, farei fatica a consigliare a un dodicenne.

Tutte queste cose messe insieme mi hanno dato da pensare.

Io non darei mai Moby Dick come lettura obbligatoria alle medie. Probabilmente non la darei come lettura obbligatoria in generale, a nessuna età.
Attenzione! Questo non significa che non sia possibile che un ragazzino riesca a finire, e anche ad apprezzare, il romanzo in questione, ma… siamo sinceri, in quanti potrebbero, realisticamente, riuscirci? A 11-12 anni? E cosa ne sarà di tutti gli altri? Di quelli che troveranno ulteriore conferma al fatto che la letteratura è noiosa, lunga, poco divertente?
Allo stesso tempo, se io ho un alunno particolarmente dotato, o comunque un gran lettore, che vuole tentare l’impresa, perché non lasciarlo fare? O perché non consigliarglielo noi stessi, quel titolo?

Sempre a proposito di liste di letture per le vacanze, online, nei mesi scorsi, ne è girata anche una particolarmente sconcertante perché consigliava, a ragazzi delle superiori, libri come After, o Wonder.
Anche qui mi trovo perfettamente in disaccordo.
Se nel precedente caso l’insegnante aveva riversato troppe speranze sui ragazzi, in questo caso si può notare una forte disperazione. È palese che, qui, il professore ha cercato dei titoli che fossero accattivanti per i suoi alunni, titoli che magari potessero pure essere letti per intero! Però in questo caso ci sono forti problemi di qualità (After) e problemi legati al target (Wonder è per ragazzini delle medie).

Ho scritto tutto questo non certo per dire la mia sulle liste di letture per le vacanze, sarei tremendamente fuori tempo.
Ho scritto tutte queste premesse per parlare di limiti. I nostri limiti. Di noi adulti in primis.

È un nostro limite credere che solo i classici possano essere valevoli. La narrativa di qualità esiste anche tra i romanzi contemporanei. E non sempre il classico potrebbe risultare vincente, anzi. E questo per tutta una serie di ragioni.
È un nostro limite non andare a cercare in libri più contemporanei il prodotto buono. Questo punto è indubbiamente collegato al primo. C’è il rischio di fossilizzarsi su dei testi che reputiamo valevoli a priori o su testi che abbiamo amato noi, senza andare a cercare qualcosa che sia di valore, ma nuovo.
È un  nostro limite credere che vada bene tutto pur di far leggere qualcuno. Io sono di quelli che pensano che per iniziare vada grossomodo bene tutto. Cioè, io ho iniziato coi Piccoli Brividi e il Ramses di Christian Jacq, non con Moby Dick. Però, pian piano, alla balena bianca ci sono arrivato. Solo che ci sono modi e luoghi pure nel dover assegnare le letture, assegnazioni che non dovrebbero mai essere dettate dal ‘vale tutto’, ma piuttosto da un pensiero ben dedicato. E, forse, se a scuola non mi avessero fatto leggere cose come Huckleberry Finn, ora non sarei qui.
È un nostro limite non capire che ogni persona ha esigenze e gusti e capacità diverse, e che quindi andrebbero consigliati diversamente. Non si può infatti pensare che a tutti debba per forza piacere la stessa cosa. Ci sono sensibilità diverse che dovrebbero essere incoraggiate, non scansate.
È un nostro limite sottovalutare chi ci sta di fronte, pensare che perché ha solo dodici anni non possa essere capace di.

Ma tutti questi limiti mi hanno portato a una domanda che, effettivamente, mi risulta inevitabile e cruciale: cos’è la letteratura per ragazzi?

La mia risposta è: non esiste nessuna letteratura per ragazzi.

Quello delle etichette è, appunto, un problema di etichette. Si tratta di una questione puramente commerciale e logistica. Commerciale perché un editore deve vendere un prodotto, logistico perché un libraio deve essere in grado di mettere un certo titolo in un certo reparto, in modo che per un possibile cliente sia più facile cercare il prodotto che desidera.

Con questo non voglio dire che non esistono titoli pensati per un pubblico più giovane o più adulto, a seconda dei casi, o più romantico o più avventuroso, a seconda di altri casi. Voglio invece dire che tutti possono leggere tutto, che un’etichetta deve, forse, inquadrare un libro ma NON un lettore.

Facendo una breve indagine su twitter ho scoperto che all’epoca delle scuole medie c’era chi non leggeva nulla, come me, chi leggeva Topolino, chi leggeva Il conte di Montecristo e chi leggeva Topolino E Lo Hobbit. Questo per dire che un lettore sceglie, o dovrebbe scegliere, in base alle sue preferenze e non a un numero scritto sullo scaffale di una libreria.

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Ho anche riscontrato, anche in prima persona, che effettivamente c’è stata una sorta di semplificazione della lettura, negli anni. Se una volta era più scontato riuscire a leggere e apprezzare titoli ‘importanti’ in giovane età, ora è più frequente trovare testi più semplici e lineari. Ma questa è una colpa da imputare ai ragazzi o al nostro modo di gestire le loro passioni? In pratica: quando io ho strabuzzato gli occhi una volta sentita la domanda di quel ragazzino, lo stavo facendo perché era lui ad essere effettivamente ‘diverso’ dai suoi compagni, o perché IO stavo sottovalutando il mio interlocutore?

In uno degli ultimi post ho parlato della questione legata a Macchine Mortali, dove appunto si accennava al cambio di target operato dall’editore. Una vera e propria semplificazione. Ma ci sono anche altri casi, non ultimo il fatto della lista di letture contenente After e Wonder.
La colpa non può essere data solo ai ragazzi. Noi li stiamo incoraggiando nel verso sbagliato, invece di porre delle sfide, noi gettiamo le armi.

Abbiamo la tendenza di classificare eccessivamente le cose. E di non liberarle più da quelle classificazioni. Etichettiamo come ‘semplici’ i libri per ragazzi senza sapere di cosa parlino realmente. Etichettiamo come difficili romanzi che spaventano noi, ma non un dodicenne.

In questi giorni sto rileggendo la saga di Queste Oscure Materie. Se la cercate la troverete nel reparto per ragazzi. Eppure è un libro maestoso e bellissimo e difficile che in molti dovrebbero leggere. Solo che la maggior parte degli adulti nemmeno entra nel reparto ragazzi.

A ottobre esce la nuova trasposizione cinematografica di It. Non potrebbe essere una lettura interessante per un ragazzo? È vero che ci sono delle scene scabrose, ma non si tratta di un grandissimo racconto di formazione?
Ma si trova nella sezione horror, e magari molti genitori nemmeno li fanno entrare, i loro figli, lì.

Mi sento poi di precisare un’altra cosa. Queste mie ciance portano indubbiamente alla conclusione: ognuno deve leggere quello che vuole. E in parte è proprio per questo che il blog, pur trattando di letteratura per ragazzi delle medie, ‘parte’ in verità dai libri per bambini di dieci anni, ossia leggermente sotto target. Perché ci sono indubbiamente dei ragazzi che hanno predisposizioni diverse, bisogni diversi. Così come ci sono libri dedicati principalmente a bambini di dieci anni che hanno tanto da insegnare pure dopo.
Però vorrei dire questo: se da un lato auspico un ritorno senza riserve alla lettura libera, credo pure che sia di estrema importanza riuscire a fornire a questi giovani lettori i mezzi per poter distinguere i diversi tipi di prodotti editoriali che trovano in una libreria o in una biblioteca, in modo che riescano a capire perché After e La Bussola d’Oro non sono sullo stesso livello.
Credo, in somma, che la scuola (ma anche, e in primis, i genitori, e le biblioteche, ecc.) abbia sì il compito di promuovere la lettura (e un giorno, forse, riuscirò anche a dirvi perché è importante, secondo me, che a leggere siano in molti), ma non deve dimenticarsi che deve pure istruire, deve cioè portare gli alunni al livello dei professori, non il contrario. Esistono libri bellissimi e leggibilissimi anche senza scadere troppo, e la lettura da spiaggia ci sta eccome (guai a chi volesse dedicarsi solo ed esclusivamente a cose complicatissime da accademici), però bisogna pur essere in grado di capire perché un testo potrebbe, oppure no, rientrare in tale categoria.

Tutto ciò per arrivare a una conclusione che è: su A Long Tail non mi porrò molti limiti. Non rimarrò ancorato a titoli che si trovano esclusivamente nello scaffale 11-13 delle librerie. A volte mi spingerò un po’ oltre. A volte molto oltre. A volte anche un poco indietro. Perché credo che la buona letteratura non abbia dei confini anagrafici.
Quello che davvero mi interessa sono le storie belle, che possano donare qualcosa. E che ovviamente possano essere apprezzate dai ragazzini della scuola media.
E, indubbiamente legato a ciò, a partire dalla settimana prossima partirà una rubrica chiamata #ATailOfTales, dove si consiglierà un racconto di un autore considerato ‘per adulti’, ma che potrebbe essere tranquillamente affrontato da un ragazzo. Così come nel prossimo futuro si affronteranno titoli che non ci aspetteremmo, forse, di vedere affrontati qui.
Perché certe barriere sono solo mentali.

Intervista a Lorenza Ghinelli

Se c’è una cosa che apprezzo particolarmente dei libri che potremmo definire ‘per ragazzi’ di Lorenza Ghinelli, è sicuramente il fatto che tutti i personaggi hanno problemi. Potrebbe apparire come una cosa sciocca da dire, ma il fatte è che nella realtà è davvero così. Spesso siamo abituati a trovare protagonisti con problemi, magari qualche comprimario che ci si ritrova invischiato dentro, ma mai tutti quelli che incontriamo.
Però nessuno vive in una bolla di serenità eterna.
C’è, indubbiamente, chi sta meglio e chi sta peggio, ma tutti hanno le loro tristezze, le loro lotte, le loro paure, e a volte non è possibile dare un valore a queste paure, metterle in ordine di importanza, perché, semplicemente, sono problemi che affliggono qualcuno.

Questi problemi, però, grandi o piccoli che siano, aiutano i protagonisti a crescere. Sono indispensabili. È un tratto tipico della narrazione in generale e in particolar modo di quella per ragazzi, e è una caratteristica anche dell’ultimo romanzo della Ghinelli, Anche gli alberi bruciano. La differenza, forse, sta nel fatto che qui tutte le persone devono fare i conti con un problema, (spesso condiviso ma non necessariamente). E tutti ne usciranno cambiati, stravolti, sconvolti. C’è poi il fatto che, per tornare su questioni che mi stanno particolarmente a cuore, non ci sono risoluzioni edulcorate. Certo, il finale è indubbiamente positivo, ma lascia un certo amaro in bocca, come se ci fosse qualcosa di ingiusto che sta scavando sotto la superficie. Come se non tutto fosse davvero a posto. Ma il fatto è che purtroppo, o per fortuna, le nostre vite non sono ambientate in una favola Disney, bensì in una realtà che non consente il positivo assoluto, al massimo un buon compromesso.

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Volevo poi esprimere il mio entusiasmo per il titolo del libro.
Anche gli alberi bruciano.
È un titolo in parte interpretabile, perché potrebbe semplicemente voler dire che anche le cose belle finiscono. Una sorta di esclamazione che si potrebbe fare per sottolineare un’ovvietà: “Anche gli alberi bruciano! Perché quindi questa cosa dovrebbe andare diversamente?”
Ma potrebbe anche lasciare intendere che c’è qualcos’altro che brucia, da qualche parte, nel romanzo. Che c’è una cosa che arde, e che anche gli alberi finiranno col farlo. Ma cosa? Cos’è quest’altra cosa che brucia? Cosa può infiammarsi tanto da uscirne distrutto?
Bisognerà leggere il libro per scoprire cosa brucia e cosa no.

Anche gli alberi bruciano è un libro sulla crescita. Ma non solo della crescita di un ragazzi, ma pure dei suoi genitori, per esempio. È infatti un romanzo che si presta ad essere letto da più generazioni senza smettere di poter donare qualcosa, perché non si smette mai davvero di diventare grandi.

Ora lascio spazio alle risposte di Lorenza che ringrazio ancora una volta per l’incredibile gentilezza.
Buona lettura.

Buongiorno Lorenza e grazie mille per la disponibilità. Visti i tuoi ‘trascorsi’ letterari vorrei partire con una domanda che, lo so, è un po’ sciocca, perché a volte le storie succedono e basta, però io sono curioso e quindi… mi piacerebbe sapere cosa ti ha spinta ad affrontare un pubblico più giovane rispetto ai tuoi primi romanzi, e se hai notato delle differenze in fase di scrittura.
Buongiorno a te! Come hai detto benissimo tu, a volte le storie succedono e basta. Esiste ottima, mediocre e pessima letteratura, e a determinare questa differenza non è certo il target a cui si rivolge. Credo che le storie scritte con sincerità, mestiere e passione siano destinate a valicare i confini troppo rigidi delle scansie in cui vengono relegate. Anche gli alberi bruciano è il romanzo più trasversale che io abbia mai scritto, non è un romanzo destinato solo ai ragazzi, credo che la storia di Michele, il protagonista, possa parlare a diverse generazioni con grande schiettezza.

Lorenza_GhinelliCredi ci sia qualcuno al mondo che non ha problemi? Perché se c’è una cosa che questi tuoi due libri per ragazzi mostrano è che tutti hanno dei problemi. Tutti. Alcuni magari sono più ‘piccoli’ di altri, ma comunque grandi per chi li sta affrontando. È una rappresentazione voluta o i ‘problemi’ nascevano mano a mano che scrivevi dei personaggi in questione?
I problemi fanno parte del quotidiano di ciascuno, e non credo spetti a nessuno, tantomeno a me, dire se un problema è più o meno grande rispetto a un altro. Quello che mi interessa è la grande occasione che ogni problema porta con sé: mi riferisco alla possibilità di tirare fuori le nostre risorse per fronteggiare le difficoltà, in fondo il nostro carattere e le nostre peculiarità si rivelano a noi solo in momenti davvero decisivi. I periodi di crisi ci costringono ad abbandonare le maschere e a mostrare a noi stessi in primis il nostro vero volto. Il filo rosso che lega i miei romanzi si chiama senz’altro resilienza. Persino i traumi possono rivelarsi una grande occasione. Spetta in gran parte a noi volgerli a nostro vantaggio. Ed è quello che il protagonista di “Anche gli alberi bruciano” cerca di fare.

Una cosa che mi è particolarmente piaciuta di Anche gli alberi bruciano è che il protagonista parte pieno di ottimi propositi, di ideali potremmo dire, relativamente a suo nonno. Ma poi, alla fine, capisce che in verità hanno ragione i suoi, o che comunque non sempre si riesce a fare come si vorrebbe. Credi che voglia dire questo diventare adulti? Capire che non si può vivere solo di cose ideali? Che c’è sempre una mediazione tra l’idea astratta di una cosa e la sua controparte terrena?
Credo che diventare adulti, nell’accezione più alta di questa parola, significhi rendersi conto che esistono molte strade e non una sola per affrontare i problemi. Michele scopre che i suoi avevano molte ragioni, ma anche tanti torti. Su come gestire la malattia del nonno si sbagliavano tutti, e l’unica modo per trovare una strada opportuna è quello di dialogare senza arroccarsi sulle proprie posizioni. Sognare serve sempre, diventare adulti non dovrebbe comportare mai la rimozione del sogno e degli ideali, occorre però capire che per realizzarli occorre lottare, e che più importante del risultato è il percorso.

Mi è molto piaciuto il tuo modo schietto di raccontare la storia. Non ti fai scrupoli sulle parole da usare o sui fatti. Credi che ci sia un po’ il rischio di banalizzare troppo la realtà, nei libri per ragazzi? A volte ho come l’impressione che ci sia paura nel raccontare la verità, come se bisognasse proteggerli da qualcosa…
È un timore che molti adulti hanno, ma non colgono il punto. E il punto, a mio avviso, è che sono i tabù a distruggere le relazioni minandone la fiducia, e mai gli argomenti scomodi. I ragazzi chiedono di potere parlare di tutto, e se non ci rendiamo disponibili a un confronto aperto semplicemente li perderemo, perché andranno a cerarsi altrove le loro risposte, magari facendosi malissimo. Ho trovato molto più coraggio in tanta narrativa Young Adult che in quella considerata “per adulti”. In Italia c’è ancora molta reticenza a considerare la narrativa per ragazzi vera letteratura. È un problema tutto nostro, all’estero non è così. Nemmeno ci rendiamo conto che questo pensiero comune riduce i ragazzi. Certi pregiudizi rendono molti adulti i primi detrattori dei giovanissimi. A questi adulti consiglio vivamente di leggere i romanzi di Aidan Chambers, Patrick Ness, Marie-Aude Murail e tantissimi altri. Li aiuterebbe a capire meglio i ragazzi e a scalzare via molti pregiudizi velenosi.

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Sempre legato alla domanda sopra, spesso c’è quest’idea che i ragazzi siano creature perdute, scapestrati, ignoranti e chi più ne ha più ne metta. Tu che, presumo, li vedi per presentare i tuoi libri e a eventi come Mare di Libri, che pensiero ti sei fatta su di loro?
Penso che i ragazzi siano persone, e come tali diversi gli uni dagli altri. Generalizzare non è possibile. Generalizzare riduce la visuale, restringe il terreno di confronto. Ci riconosciamo forse tutti uguali sotto l’etichetta di “adulti”? Penso che tutti abbiamo bisogno di stimoli, e di porti sicuri in cui riposarci tra un’esperienza e l’altra. A noi adulti spetta il compito di essere referenti degni di fiducia, di saperci rendere all’occorrenza porto, e in altri casi dobbiamo saperci mettere da parte.

Credi sia importante leggere? E se sì, perché? Lo so, non è esattamente una domanda facile, ma ultimamente mi è capitato di riflettere sulle campagne pro-lettura fatte veramente male e il pensiero di alcuni che fa più o meno: “Perché non la smettiamo di far voler leggere tutti?”
Credi ci siano dei vantaggi, dei regali, che la lettura sa dare?
Leggere ci permette di sperimentare infiniti punti di vista. Credo sia lo strumento più efficace per contrastare xenofobia e pregiudizi di ogni tipo. Possiamo, attraverso la lettura, vivere infinite esistenze, e questo ci fortifica, ci insegna a rifuggire facili e inutili semplificazioni. Sviluppa l’empatia e il pensiero divergente. Credo che tutti dovremmo leggere, e tanto. Credo allo stesso tempo che forzare un ragazzo a leggere un libro che non ama possa essere deleterio. Meglio proporgliene altri, anche educare alla pluralità è importante.

Tu sei stata lettrice fin da piccola? Ti ricordi di qualche libro che hai letto da ragazza e che ti sentiresti di consigliare?
Ho sempre letto molto, e conosco molti ragazzi davvero giovanissimi che leggono molto più di quanto leggessi io alla loro età. A sedici anni amai follemente le poesie di Cesare Pavese, IT di Stephen King, Cime tempestose di Emily Brontë, e Frankenstein di Mary Shelley. Nessun adulto mi educò alla lettura, non ebbi la fortuna di incontrare scrittori Young Adult, ma avevo fame di stimoli e ho cercato da sola voci che sapessero parlarmi. I libri che ho citato furono importanti per me, ma ogni ragazzo deve trovare i suoi maestri, non spetta a me attribuirli. Da anni giro per le scuole parlando dei miei romanzi, e conosco tanti bravi colleghi che fanno lo stesso. Credo sia prezioso poter parlare di narrativa contemporanea insieme ai ragazzi, e non soltanto di classici. È importante che sappiano che possono scegliere tra tanti, tantissimi titoli. E che ci sono libri capaci di affrontare i problemi che stanno loro a cuore.

E concludo con una sorta di classico: credi scriverai ancora per adulti? E per ragazzi? Hai già progetti in cantiere?
Di progetti ne ho tanti, e tante storie mi abitano. Continuerò a scrivere romanzi che se ne infischiano del genere e dell’età, destinati a chi vorrà leggere storie sincere e un po’ folli.

Grazie davvero per la gentilezza e le risposte.
Grazie a te!

 

Macchine mortali e città affamate

Strano il percorso di Macchine Mortali, il romanzo, primo di una tetralogia, di Philip Reeve, pubblicato nel 2001 in terra anglofona.
Viene pubblicato in Italia, da Mondadori, nel 2004 con la copertina originale e indirizzato a lettori a partire dagli undici anni. Evidentemente il titolo non vende a sufficienza perché l’anno seguente viene dato alle stampe il seguito, Freya delle lande di ghiaccio, ma poi basta. Silenzio. Almeno fino al 2012, anno in cui arriva nei cinema il primo film tratto dalla trilogia di Hunger Games. In quest’occasione Mondadori pensa bene di ripubblicare il libro di Reeve cambiandone il titolo in The Hungry City e dandogli una cover tutta nuova che, in qualche modo, richiama le atmosfere di Hunger Games. Ciliegina sulla torta: il rating proposto non è più dagli unidici anni, ma diventa improvvisamente uno Young Adult.
Malitia, di Dusty Pages in Wonderland, da questa vicenda ha tratto un bellissimo articolo legato alla sottovalutazione del pubblico adolescente e alla semplificazione che gli editori, o almeno alcuni, ha fatto e forse sta ancora facendo nella letteratura per ragazzi.
Il discorso è davvero interessante e complesso e mi sento di osservare che questa semplificazione non avviene solo da parte degli editori, secondo me. Pensiamo per esempio alla famosa lista di testi per le vacanze data in una scuola superiore, e circolata online nei giorni passati, dove, tra i titoli consigliati compaiono libri quali After (scrittura non certo di alto livello) o Wonder (pensato per un pubblico più piccolo). Mi pare però che Malitia abbia già fatto un bellissimo discorso e quindi non credo valga la pena ripetere altre cose.

Ci tengo solo a dire che Peter Jackson (il regista de Il Signore degli Anelli) sta producendo un film basato su questa saga e che quindi, probabilmente, nel tardo 2018 arriverà in libreria l’intera saga (l’uscita del film è fissata, al momento, per dicembre 2018). Sarà interessante vedere a che età sarà destinata.
Perché c’è una cosa che va subito chiarita se si parla di questo titolo: per quanto la vicenda possa avere momenti cupi, Macchine Mortali è indubbiamente un libro per undicenni, e non per giovani adulti.

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Macchine Mortali, dunque.
Io l’ho letto con questo titolo, che tra l’altro preferisco.
Il titolo originale del primo volume (che è in qualche modo godibile in solitaria), e della saga, è Mortal Engines. The Hungry City, bisogna specificarlo, non è un titolo inventato da Mondadori ma il nome americano.
Personalmente ritengo Mortal Engines un titolo più azzeccato perché pone un dubbio: le macchine, o i motori, sono mortali nel senso che uccidono, o sono mortali nel senso che possono morire? E siccome la risposta è sì a entrambe le opzioni, mi sembra una scelta migliore e in linea con quello che il libro effettivamente racconta.
The Hungry City, invece, dona alla città la caratteristica di essere affamata, cosa che è solo parzialmente vera, visto che forse ad essere affamati sono più gli abitanti che le città stesse…

Ad ogni modo, il libro racconta di un futuro piuttosto lontano dove il mondo, dopo quella che viene chiamata la Guerra dei Sessanta Minuti, è diviso tra Città Stazioniste e Città in movimento (dette Trazioniste) che vagano per la terra cercando di ‘mangiare’ altre città per sopravvivere.
Tom, un orfano apprendista storico che abita in una Londra imponente e ambulante, si ritroverà, inseguendo una ragazzina che ha appena tentato di uccidere un uomo, catapultato fuori da questa grande città e dovrà affrontare numerose avventure per tentare di ritornare a Londra, prima, e sventare un piano malvagio poi.

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Il romanzo che ne risulta è qualcosa di molto interessante.
Ha la struttura di un libro d’avventura piuttosto comune, con l’eroe che si ritrova inconsapevolmente in una situazione ‘estranea’ che lo porterà a rivalutare tutto quello che conosce. Inoltre la scrittura di Reeve è molto cinematografica, con trovate che fanno subito pensare a una scena da film, con tanto di duelli coreografati.

Allo stesso tempo, però, l’autore ha infuso molti elementi che meritano attenzione.
Già a livello di trama ho molto apprezzato l’inserimento di elementi steampunk come appunto queste città in movimento, che avanzano e ingoiano realtà più piccole per sopravvivere, oppure mongolfiere e dirigibili e altre macchine volanti che mescolano concetti quasi leonardeschi a momenti più tecnologici.
Troviamo poi una comprimaria un po’ atipica: una ragazza bruttissima che presenta una vistosa cicatrice sul volto che la deturpa cui si aggiunge un carattere parecchio scontroso e modi piuttosto guerriglieri. E c’è poi spazio, anche se in maniera più accennata, almeno in questo primo volume, per diversità etniche.

Ma quello che mi ha colpito più di tutto è stata l’idea del Darwinismo Urbano. Questa sorta di legge del più forte applicata al concetto di città in movimento e cacciatrici, predatrici senza freni e senza scrupoli, il cui inseguimento e il cibarsi di una nuova preda costituisce uno spettacolo per gli abitanti della città stessa.
Le città della Lega Stazionista, quelle che hanno deciso di non muoversi, sono considerate ‘inferiori’ proprio perché hanno deciso di sottrarsi a questa legge di natura.

Per tutto il libro, sebbene con sfumature diverse, si ruota attorno al concetto del più forte che vince sul più debole.
Al di là delle città stesse, c’è infatti la scoperta da parte dei protagonisti che la ricchezza di Londra, per esempio, e di chi la governa, si basa sullo sfruttamento di chi è più povero e costretto a lavori pesantissimi. Una sorta di studio sul funzionamento crudele di una società di questo tipo, dove la ricchezza e il benessere viene accentrato nelle mani di pochi e che quindi, per forza di cosa, deve sfruttare i più deboli.

Legato a questo c’è poi il concetto di Barbaro.
Per le città Trazioniste, i barbari sono gli abitanti delle città Stazioniste. Per gli
Stazionisti è, ovviamente, il contrario. E Tom si stupirà, e non poco, nello scoprire dietro le mura di una città ‘ferma’ una civiltà pari a quella londinese.
C’è insomma un ragionare sul concetto di diversità, di altro, di diverso da noi. A Londra viene insegnato che chi non si muove non è evoluto, è un selvaggio, così come nelle città Stazioniste si racconta che a essere poco evoluti sono gli abitanti delle città in movimento.
Sono sempre gli altri, i barbari. Mai noi.
Ma la verità è, non c’è bisogno di dirlo, diversa. Eppure sarà difficile accettarla. Il protagonista si sentirà per tutto il romanzo incredibilmente legato a Londra e a quello che gli è stato insegnato. Farà fatica a scrollarsi di dosso queste nozioni, proprio come farà fatica a credere che Londra non è portatrice di luce e verità.

E poi si parla di morte. Di come la percepiamo. Di quanto cambia, ai nostri occhi, la morte nel caso ci tocchi da vicino oppure sia lontana.
Reeve non si risparmia in questo senso, non risparmia il sangue e le vittime, e non risparmia nemmeno la gioia degli abitanti di Londra quando una città rivale verrà devastata. Perché sono altri. Perché non sono noi, quindi la loro fine ci tocca poco. E mi vien da pensare a quanto questo pensiero potrebbe essere applicato agli avvenimenti attuali e al fatto che siamo tutti francesi se c’è un attentato a Parigi, ma non siamo siriani se succede qualcosa in quelle terre apparentemente lontane.

Non si può, infine, tralasciare il fatto che questo libro è indubbiamente un inno al viaggio, al viaggiare come mezzo di conoscenza. Tom scoprirà la meraviglia delle città Stazioniste solo visitandole, capirà che non sono barbari solo parlando con quelle persone…
Ma la conoscenza non arriva solo attraverso il viaggio, ma anche attraverso la storia.
Nel libro viene ben mostrato l’attrito che c’è tra due delle quattro classi ‘dirigenti’ di Londra: gli Ingegneri e gli Storici. L’eterna lotta tra il progresso e la storia, tra la tecnologia e il passato. I primi non capiscono che i secondi possono aiutarli a comprendere le cose, perché tutto ciò che è già successo ci ha lasciato degli insegnamenti. Siamo pronti ad accoglierli? Studiare il passato non significa non guardare al futuro, ma la conoscenza ci fornisce delle lenti attraverso cui mettere più a fuoco la strada che vogliamo davvero percorrere. Le materie scientifiche servono alle materie umanistiche proprio come le umanistiche servono alle scientifiche. E anche questo mi pare tremendamente attuale.

Macchine Mortali è, insomma, un libro che mi fa un po’ soffrire. Perché sarebbe una lettura meritevole, una lettura che un undicenne potrebbe trovare appassionante e avventurosa e per niente noiosa, e allo stesso tempo sarebbe qualcosa di prezioso. Quindi mi spiace non sia stato un successo. Ma se l’arrivo del film permetterà di cambiare le cose, io son già pronto coi soldi del biglietto.

***

Un piccolo post scriptum.

I libri possono essere come anelli di una lunga catena. Un titolo ne richiama un altro, che ne richiama un altro, che ne richiama un altro.
Così, dopo aver letto la prima parte di Macchine Mortali, dove si vede Tom lavorare in un museo pieno di oggetti antichi e dove si scopre quanto certi manufatti potrebbero tornare utili (anche se in maniera sbagliata, in questo caso), ho subito pensato a un altro libro: La storia del mondo in 100 oggetti, di Neil MacGregor, pubblicato in Italia da Adelphi.
MacGregor, ex direttore del British Museum, ha scelto cento oggetti attraverso i quali poter osservare la storia del nostro mondo. E questo mi ha incredibilmente ricordato Tom e la sua Londra in movimento. È un librone, ma è diviso in brevi capitoli dedicati ai singoli oggetti, e quindi lo si può consultare ogni tanto, quando abbiamo due minuti liberi. E sì, credo possano, e debbano, consultarlo pure i ragazzi. Perché, come ci insegna Macchine Mortali, la storia ci aiuta a capire.
Inoltre, come dice MacGregor stesso nella sua introduzione:

Un titolo più appropriato per questo libro sarebbe forse Storia degli oggetti attraverso mondi diversi, perché spesso le cose cambiano – o vengono cambiate – parecchio tempo dopo la loro creazione, assumendo significati inimmaginabili all’inizio.

In pratica, gli oggetti raccolti in un museo ci raccontano sì la storia degli oggetti e delle civiltà che li hanno creati, ma anche del pensiero, e degli uomini.

E ancora:

Una storia attraverso gli oggetti sarebbe impossibile senza i poeti.

Perché la letteratura è comprimaria. Perché la letteratura ci mostra alcune altre cose (nel testo si fa l’esempio di Shelley e di come i componimenti suoi e di altri ci facciano intuire l’amore per gli oggetti antichi che riaffiorò in quel periodo storico). E perché la letteratura, a volte, ha chiave diverse per aprire porte che pensavamo di aver già attraversato, ma che evidentemente non avevamo aperto del tutto.

***

Macchine Mortali
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
327 pagine, 15,00 €, Mondadori

che trovate anche come

The Hungry City
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
326 pagine, 14,90 €, Mondadori

La Storia del Mondo in 100 Oggetti
di Neil MacGregor
Traduzione di M. Sartori
705 pagine, 25,00 €, Adelphi

Del non aver paura di raccontare

Un paio di settimane fa, su facebook, mi sono imbattuto in un video dove Nadia Terranova tentava di rispondere a una domanda che faceva circa così: “Si possono spiegare gli attentati ai bambini?”
La risposta si è poi molto articolata arrivando a parlare di come negli anni si sia finiti con lo smettere di raccontare le fiabe reali ai nostri figli, preferendo quelle edulcorate e più disneyane.

Ci sarebbe un discorso lungo e interessante da fare, ma questo non è il posto adatto. Solo che a volte ho come la sensazione che la letteratura per ragazzi rischia di fare la fine delle fiabe, e cioè di raccontare cose troppo addolcite, di non raccontare la verità. Un discorso che in parte si collega al mio post sull’inclusività.
Si ha paura di spaventare i lettori, e questo è un problema.

Le storie dovrebbero aiutare chi le legge o le ascolta a capire se stesso e il mondo, non dovrebbero far credere a qualcosa che non esiste. E non sto parlando di mondi immaginari, ovviamente.
I libri, ma non solo loro, dovrebbero divertire, ma anche essere schietti perché è grazie alle vicende dei protagonisti che io imparo cose che, forse, non conosco ancora. Ed è sempre grazie alle storie che conosciamo meglio noi stessi. L’ha detto pure Aidan Chambers in una bellissima intervista fattagli da Marco Locatelli:

Penso anche che, in particolare nell’adolescenza, possiamo avere molte difficoltà nel pensare a noi stessi (chi siamo? a cosa facciamo attenzione?). E quando troviamo la nostra esperienza riflessa in un romanzo, quello è il momento in cui diventiamo dei veri lettori.

Sarebbe pure interessante capire da dove nasca questo desiderio, del tutto adulto, di non voler raccontare le verità della vita a chi è più giovane. Perché non vogliamo dire che nel bosco ci sono i lupi cattivi? Perché non vogliamo dire che ci sono persone disposte a tagliare pezzi di piedi pur di riuscire a infilare una scomodissima scarpetta di cristallo? Perché abbiamo paura di raccontare la realtà anche a chi la realtà è pronto a sentirla e, anzi, vorrebbe disperatamente conoscerla?

È per questo che libri come Spazio Aperto sono importanti. Perché non risparmiano la verità.

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Spazio aperto è un libro particolare. Ha una narrazione che cattura, quasi fosse una sorta di thriller, e in parte potrebbe pure essere considerato tale, ma nella realtà è una storia profondamente intimista che ruota attorno ai pensieri e ai sentimenti che tentiamo di tenere nascosti, sopiti, ma che scalciano per uscire. È un po’ un libro sullo sfogarsi, perché il protagonista cerca per tutta la durata della storia un modo per incanalare un dolore.

La storia racconta di Lewis, diciassette anni, orfano di padre per motivi che scopriremo, e del suo tentativo di portare a compimento un piano che non ci è chiaro, almeno inizialmente, e che ci farà sempre più paura fino a quando non verrà esplicitato. Un piano che nasce appunto dal voler sfogare un dolore, una rabbia che si porta dietro. Proprio come suo padre era giunto alla sua tragica fine per la necessità di trovare uno sfogo a qualcosa che lo tormentava.

È una sorta di romanzo speculare, questo, dove attraverso due sequenze temporali si scopre cosa Lewis e suo padre hanno fatto, o vogliono fare. Mostra le somiglianze e le differenze dei due ‘piani’, riuscendo così ad avvicinare, e allo stesso tempo distanziare, le due figure.

In un’intervista rilasciata ad Andersen, l’autore Christophe Léon dice:

In generale, mi piace mostrare il meno possibile, raccontando attraverso le azioni, affinché chi legge possa immaginare. E anche perché possa riflettere, senza ricevere risposte preconfezionate.

E in effetti è proprio così, Spazio Aperto è un libro che procede per mancanza di informazioni, che ci vengono fornite a piccoli bocconi man mano che la storia procede. È un libro che lascia poco spazio alle motivazioni, preferendo lasciar intuire quello che sta passando per la testa dei personaggi. È un romanzo in qualche modo straziante, perché carico di rabbia, di impotenza, di dolore.

Allo stesso tempo, però, la storia di Lewis è la storia di ogni ragazzo. I sentimenti del diciassettenne vengono qui in qualche modo estremizzati per via della vicenda in cui è coinvolto, ma allo stesso tempo i suoi sono sentimenti che potrebbero albergare nel cuore di ogni adolescente: una rabbia a tratti incomprensibile, lo scontro coi genitori, l’assenza di spiegazioni…

E questo è un altro punto forte di Spazio Aperto. I genitori tacciono troppo. Con l’idea di proteggere i propri figli, i genitori non dicono cose, tengono segreti che però rischiano di fare peggio della verità. E se i figli lo sanno bene, gli adulti non tanto. Ecco perché questo romanzo potrebbe essere una lettura adatta pure ai ‘grandi’. Mostra infatti, molto schiettamente, che tacendo ci si comporta da idioti. Arriva un momento in cui i figli sono abbastanza grandi da poter capire tutto quello che sta succedendo in casa, e non raccontando si rischia di far passare messaggi non corretti e di escludere i ragazzi da vicende che li riguardano da vicino.
Dobbiamo affrontare una terribile verità: siamo noi adulti ad aver paura della realtà, non i nostri figli. Siamo noi che abbiamo paura di dire le cose come stanno, perché in qualche modo le concretizziamo. Ma se non le concretizziamo rischiamo di scatenare una catastrofe.

Spazio Aperto si conclude con un finale aperto e una domanda:

Che cosa sono io?

È una domanda che ci poniamo tutti. Più volte nella vita. E nell’adolescenza, con tutti i cambiamenti che ci travolgono, ce lo chiediamo ancora di più.
Che cosa sono io? Chi sono io? Cosa voglio diventre?

Spazio Aperto è una storia che ruota attorno al concetto di definizione di sé.
Che cosa ci definisce come persona? Come individuo? Quello che pensiamo o quello che facciamo? Se io penso ad una cosa ma non la faccio nella realtà, sono quello che penso o sono quello che non faccio? Se io penso che una determinata persona in difficoltà sia degna di aiuto, ma io non le do l’aiuto di cui so avrebbe bisogno, sono davvero una brava persona?

E il bello di un libro come questo è che la ‘vittima’ di questa domanda non è solo Lewis, ma anche gli adulti che lo circondano, il padre in primis, ma anche la madre.

Cosa siamo noi?
Siamo i nostri sentimenti? Siamo i nostri pensieri? Siamo le nostre disgrazie?
O siamo forse come decidiamo di comportarci? Perché malgrado tutto quello che ci può succedere, alla fine siamo noi a decidere. Ma siamo pronti ad accettare le conseguenze delle nostre azioni?

Spazio Aperto è un libro bello perché è sincero. E la sincerità può essere spietata, ma anche liberatoria. Spazio Aperto è un libro per tutti, perché siamo tutti persone in cerca di noi stessi e di cosa è più giusto fare. E sarà bello, alla fine del romanzo, scoprire noi cosa decideremo di fare delle nostre vite.