Imparare a non essere il mondo

Sto avendo sempre più conferme del fatto che le belle storie vanno bene per tutti, senza limiti d’età. Al di là della conoscenza lessicale, che potrebbe ‘sfavorire’ (ma anche arricchire, giusto?) i lettori più giovani che decidono di affrontare certi autori ormai ‘classici’, scopro e riscopro testi per ragazzi che dovrebbero essere letti anche dagli adulti. Perché c’è qualcosa pure per loro, senza tuttavia dimenticarsi del vero pubblico di riferimento.

L’ultimo esempio è Non sei mica il mondo, graphic novel di Raphael Geffray, pubblicata da Tunué.

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Non sei mica il mondo racconta di un ragazzino difficile, di quelli che si porta dietro un carico incalcolabile di problemi, di quelli che, lo sai fin da subito, causerà una serie infinita di guai in classe. Un ragazzino che è già stato espulso da svariate scuole, che ha una madre che è quel che è, e non è certo colpa sua, che non ha un padre o ce l’ha ma non si vede, e non è certo colpa sua, che vede tutto a scarabocchi e che costruisce maschere per nascondersi e ricrearsi e reinventarsi. Un ragazzino che non sa capire e nemmeno trattenere una rabbia che gli sgorga da dentro e che non riesce a mandar via.

Non sei mica il mondo racconta anche di un’insegnante che ha capito, che vorrebbe affrontare questa sfida perché sa (spera?) di poterla vincere, non tanto per il bene suo, ma per quello di uno studente che non sta imparando niente, che non riesce a capire niente, nemmeno la bellezza dell’amicizia, della condivisione. Perché alcune cose scontate per la maggior parte delle persone, per lui non lo sono. Perché nemmeno la quotidianità, le piccole cose, sono scontate.

Non sei mica il mondo racconta infine di una scuola che deve piegarsi a esigenze non prettamente educative e che rischia così di smarrire il senso di quello che dovrebbe fare. Rischia, proprio come il protagonista Bené, di perdersi, solo che perdendosi farà smarrire molti ragazzi.

È una storia apparentemente semplice, quella raccontata da Geffray, fatta di poche svolte. Eppure c’è qualcosa di veramente duro in quello che si legge. Anche grazie a dei disegni che passano dagli scarabocchi confusi a illustrazioni che potrebbero passare per fotografie grottesche in bianco e nero. Tutto è cupo e si sente la pesantezza di una storia che potremmo aver sentito dai nostri figli, dai nostri amici, dagli altri genitori. Perché è una storia in qualche triste modo piuttosto comune, ossia quello di un ragazzo ‘difficile’ che viene un po’ lasciato in balia di se stesso.

Ci si dimentica che non è colpa sua. Ci si dimentica che altri hanno responsabilità. Ci si dimentica che anche noi ne abbiamo, in qualche modo.

Ma a mio avviso non è solamente la storia di un ragazzo difficile che viene abbandonato da una cattiva scuola. È anche la storia di ogni ragazzo che riesce a trovare un momento di serenità in una scuola (in una vita?) che a volte può essere dura, e che questa serenità se la vede strappar via perché non c’è abbastanza personale, o perché ci sono esigenze diverse d’orario, o chissà cos’altro.

Crescere è sempre una sorta di incubo disegnato male. Uno scarabocchio. Difficile da districare, da comprendere. Eppure in qualche modo, in qualche momento… chiaro. E crescere è proprio il trovare questa chiarezza in mezzo alla confusione, il comprendere di non essere il mondo, di non essere il centro di niente. Ma è anche prendere consapevolezza che nemmeno gli altri lo sono.

E crescere è pure il riuscire a chiedersi: ma io non mi merito qualcuno che mi capisca? Qualcuno che mi stia vicino?

 

Non sei mica il mondo
di Raphael Geffray
Traduzione di S. A. Cresti
188 pagine, 16,90 €, Tunué

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