Adolescenti negli anni Venti

Libba Bray è una a cui non piace star ferma. O almeno, a me da l’idea di una persona che si annoia facilmente e che quindi deve continuamente cambiare e rinnovarsi. Del resto, ha esordito con una trilogia ambientata in epoca vittoriana (la saga di Gemma Doyle), poi ha scritto un romanzo su un adolescente che sta per morire al quale appare una sorta di angelo mezzo pazzoide che lo fa partire per un viaggio “di formazione”. Subito dopo c’è stato Beauty Queens, un romanzo su di un gruppo di reginette di bellezza scampate ad un incidente aereo e approdate su un’isola deserta con poco cibo, poca acqua e zero eyeliner.
E infine arriva La stella nera di New York (aka The Diviners), il primo volume di una tetralogia thriller-sovrannaturale ambientata nella New York degli anni venti, ossia del proibizionismo e del jazz.

Parrebbe naturale pensare quindi che la Bray, con questi continui cambi di ambientazione e registro, non possa essere effettivamente in grado di creare progetti coerenti e validi. Poi, figuriamoci, sono solo degli sciocchi YA, quindi un autore manco ci mette la volontà per fare un bel lavoro.

E invece no! Libba Bray è una di quelle autrici che prende seriamente i suoi pargoli di carta (sì, dovrebbe essere scontato, ma così non è) e che sa essere curiosa, e quindi in grado di arricchire un testo.
Il risultato è veramente buono. La saga di Gemma Doyle era un’ottima serie, creata stupendamente e con la giusta dose di originalità, ma questa nuova serie lo è altrettanto e forse di più.

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La stella nera di New York offre al lettore una stupenda ricostruzione storica. Gli anni venti non sono qui inseriti a casaccio, con giusto qualche riferimento a Gatsby ben piazzato per ingannare ragazzini sciocchi. No! Ogni pagina ti sa riportare davvero a quegli anni: i vestiti, i tagli dei capelli, il senso di libertà e ribellione ma anche il proibizionismo e la gestione degli affari clandestini. E poi i riferimenti alla guerra appena passata, alle comunità religiose, ai sindacati… Tutto è stato inserito con cognizione di causa, con capacità, aggiungendo fascino e novità a una storia che rende protagonista anche il mondo, e l’epoca, in cui si svolge.

Già, la storia vera e propria è questa:
Evie è una ragazzina un po’ troppo esuberante a cui piace bere e ficcarsi nei guai. Possiede un potere speciale, ossia quello di poter leggere i segreti di qualcuno esclusivamente toccando un oggetto che gli appartiene. E proprio a causa di questo potere e delle conseguenze di un gioco, Evie viene mandata ‘in punizione’ dallo zio, direttore del Museo americano del Folclore, della Superstizione e dell’Occulto, a New York.
Qui la vita di Evie prende una piega festaiola e alla moda, e tutto sembra così bello da farla sentire un stella del cinema (rigorosamente muto, che all’idea che possa essere parlato la pelle le si accappona). Se non fosse per una serie di omicidi a sfondo sovrannaturale sulla quale si ritroverà a dover indagare.

Libba Bray è molto abile nel riuscire a creare questa unione tra vita glamour e thriller, e più di una volta superando un capitolo mi sono ritrovato a dover passare da una festa piena di brindisi e bollicine a una scena dell’orrore che mi faceva tremare dalla testa ai piedi (non vi dico quanti giri della casa ho fatto prima di andare a dormire).
La Bray sa creare l’atmosfera. Sembra un’affermazione sciocca da fare, visto che ogni autore dovrebbe esserne capace, ma così non è. Lei invece sa dare la giusta importanza a quegli elementi secondari all’azione vera e propria, come il luogo, oppure i suoni, i rumori, e riesce quindi a catapultarti in quel momento esatto. Poche volte si ‘parteciperà’ davvero a un’azione cruenta (in genere l’autrice preferisce farci assistere alla ‘caccia’ dell’assassino, mai alla brutale uccisione che ne consegue, rimandando i dettagli del macabro ‘rituale’ alle rivelazioni della polizia), eppure c’è un senso di paura che davvero ti attanaglia e ti lascia senza fiato.

I protagonisti, poi, sono un vero spettacolo. E non solo nel senso che sono così belli, coi loro tagli alla maschietta, coi loro numeri di ballo, con le loro feste, le cuffiette, i cinema muti… ma anche perché sono costruiti a puntino.
Evie, la vera protagonista, è un tipo spavaldo, spiritoso, che ha sempre la risposta pronta. Ricorda un po’ la generazione di aspiranti veline che potremmo vedere per strada oggi, carica di sogni e trucco. Ama l’apparire, l’essere ammirata. Vuole essere in un film. Vuole un palco. Ma in lei c’è anche un’altra luce, un coraggio, un’intensità che non appare subito ma che, se non oscurati dalla sua irruenza, la rendono una protagonista interessante e sveglia che non si scorda di presentarsi sempre al meglio.
Ma anche Jericho, dal passato misterioso e che introduce elementi di riflessione sull’uso della vita umana. Theta, che rappresenta la perfetta Ziegler Girl, affascinante e irraggiungibile ma triste dentro. E Sam, che è sfacciato tanto quanto Evie. E ci sarebbero ancora così tanti nomi da elencare che è meglio mi fermi qui.

Il fatto è che niente viene dato per scontato. Tutto viene costruito con cura e le seicento pagine sono fatte apposta per avanzare piano piano in modo da svelare lentamente quello che c’è da scoprire.

Certo, non è esente da difetti La stella nera di New York. Ci sono infatti alcuni passaggi, come alcune azioni della stessa Evie o anche il finale, che a mio avviso avrebbero dovuto trovare uno svolgimento diverso, forse più ‘lungo’. Mi rendo conto che possa sembrare un’assurdità, vista la mole del romanzo, però forse è proprio per questo. Il tutto è così ben congegnato che alcune uscite della protagonista, un po’ a rischio cliché, e la conclusione non dico affrettata ma piuttosto rapida, ti smorzano leggermente il sorriso che ti si era dipinto sul volto.
C’è da dire che il romanzo è il primo di quattro, e quindi questi elementi potrebbero essere voluti dalla stessa Libba in vista di un qualcosa futuro, e non siano frutto del caso. Bisognerà leggere Lair of dreams per tentare di capirlo.

La scrittura della Bray è così vivida e ironica che pure tu ti senti carico. E l’ambientazione fuori dagli standard, e un gruppetto di protagoniste femminili ben cazzute, e misteri ancora irrisolti, e i lati horror… tutto va a rendere questo un buonissimo romanzo, godibile non solo dagli adolescenti a cui si rivolge, ma anche da lettori più maturi che vogliano leggere una storia in grado di tenerli svegli di notte, a magari fargli provare qualche brivido lungo la schiena.
L’unico lato davvero negativo è, forse, il fatto che i seguiti non siano ancora stati tradotti in italiano, e chissà se lo saranno mai. Ma più che un lato negativo, potrebbe essere la spinta giusta per avvicinarsi alla lettura in lingua originale.

Questo articolo era originariamente apparso sul blog Galassia Cartacea.
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