Fino alla morte

C’è una cosa che, nella foga di trattare le mille tematiche che si possono trovare nella trilogia di Queste Oscure Materie, ho forse dimenticato di sottolineare a dovere: sono tre libri bellissimi.

Non si tratta semplicemente dell’enorme capacità di Pullman nel trattare argomenti complessi, ma anche del suo saper raccontare un’avventura.

La storia raccontata è un crescendo continuo, si fa di pagina in pagina più appassionante, più intensa, più ricca! È la prima saga in cui ritengo che il secondo volume, di solito quello di transito e quindi un po’ più sciapo, superi in bellezza il primo, ma probabilmente non il terzo. E ad ogni romanzo si aggiungono elementi, creature, mitologie, che rendono quanto visto prima quasi ‘banale’, sebbene non ci sia assolutamente nulla di banale, prima.
Non c’è nulla che venga buttato lì giusto per dar mole al libro, tutto è invece studiato per rendere più intensa e profonda la lettura.

Mi vien da pensare a una sorta di grotta sotterranea, dalla quale si entra per un piccolo buco dove ci si deve anche abbassare e si arriva a una caverna gigantesca.
La Bussola d’Oro è il buco piccolo, la lettura più semplice e immediata, se vogliamo, quella che offre un’avventura dai richiami più classici: c’è una bambina che va alla ricerca di qualcosa, o meglio qualcuno, e nel farlo affronta pericoli e creature ‘magiche’.
La Lama Sottile diventa un tunnel piuttosto ampio, dove la carne sul fuoco inizia a diventare abbondante e anche poco conosciuta. Si aggiungono tematiche ancora più complesse e la stessa avventura dei due protagonisti si fa sempre meno sicura, più solitaria e, perché no, più sanguinolenta. Pur rimanendo una sorta di Cerca, il tutto assume qui sfumature meno precise e si contamina di molte cose.
E poi si arriva alla caverna, Il Cannocchiale d’Ambra, dove il mondo costruito da Pullman raggiunge dimensioni grandiose, epiche, che richiamano davvero molte mitologie e letterature, per creare argomentazioni complesse e avventure oltre ogni immaginazione.
Se si pensa di aver visto tutto con Daimon e Orsi Corazzati e coltelli che aprono mondi, beh, ci si sbaglia di grosso.

Poi anche i personaggi. Lyra e Will in primis, ma non solo. Sono tutti caratterizzati con grande cura. Non ci sono mai personaggi davvero odiosi e, allo stesso tempo, tutti lo possono essere, a tratti. Lyra sa essere odiosa ma anche altruista. Will sa essere sociopatico ma anche coraggioso. Perfino la perfida signora Coulter, alla fine, è un personaggio che ti entra nel cuore perché ha talmente tante sfaccettature che è difficile non rimanerne abbagliati, proprio come i bambini che va a catturare nel primo romanzo. Ma così anche tutti gli altri personaggi! Dalla strega Serafina, che non mi ricordo se nel primo o secondo volume fa un discorso bellissimo sulla perdita del figlio, all’orso Iorek che parla della verità, agli angeli che accompagneranno Will e che si amano e che sono fragilissimi.

È, in somma, una lettura di quelle belle, appassionanti, che sanno regalarti quel desiderio di non smettere mai di voltare pagina, di non dormire o di non mangiare per scoprire quello che succede al tal personaggio piuttosto che all’altro. Cosa potrà mai capitare nel prossimo capitolo? E ora, cosa succederà a Pantalaimon? E vedremo mai il Daimon di Will? E suo padre? E come finirà il tutto?

Ah! Il finale! Quanta roba in questo finale!
Non ne parlerò. Sarebbe rovinare troppo la lettura. Di certo non è una conclusione ‘facile’.

Ma il fatto è che Pullman ha questo grande pregio, nei confronti dei giovani lettori: non li sottovaluta mai e anzi tende a portarli oltre. Non ha paura di metterli di fronte a cose terribili, così come non teme di metterli di fronte a cose bellissime.
Ogni cosa ha un senso e un suo scopo che sta a chi legge interpretare, trovare, intravedere o, volendo, ignorare.

Ho per esempio trovato bellissimo che i Daimon delle persone siano di sesso opposto alla persona stessa. A un certo punto un personaggio sottolineerà questa cosa, così come, ad un certo punto, viene specificato che alcune persone hanno il Daimon dello stesso sesso. Che cosa tutto questo voglia dire, sta a ognuno di noi capirlo. O magari non vuol dire niente, ma il bello è proprio questo.

Il bello di Pullman è che sa essere semplice e complicato allo stesso tempo. Nella stessa frase ci si può leggere solo una descrizione oppure un pensiero filosofico. Ma forse non è tanto il bello di Pullman, quanto piuttosto della buona letteratura in generale.

Ma focalizziamoci ora su Il Cannocchiale d’Ambra.

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Non ho ancora capito se sia più bello questo o La Lama Sottile. Sono sempre molto indeciso perché qui Lyra e Will vanno nel regno dei morti, Lord Asriel combatte finalmente contro l’Autorità e poi ci sono i Mulefa, creature bizzarre e intelligenti che viaggiano su ruote.

Come per gli altri volumi, anche in questo ho trovato il tema dell’accettazione come condizione per crescere. L’accettazione che viene trattata in questo caso è quella della morte. Non è la sola accettazione che i protagonisti dovranno capire e digerire, ma è forse quella più preponderante e facile da scovare.
Non è un caso che Lyra si senta in obbligo di andare fino al regno dei morti per vedere un’ultima volta l’amico Roger che, in qualche modo, aveva contribuito a far finire lì. Se c’è infatti un momento di passaggio piuttosto chiaro tra la fanciullezza e l’età adulta, questo è proprio il comprendere la morte. O meglio, il capire che la morte non si arresta mai, che non basta non volere che qualcuno muoia per non farlo morire, che tu puoi fare di tutto, ma che se è la sua ora…
La mortalità è tra i mattoni più pesanti che servono per costruire un nuovo adulto. Alcuni la comprendono meglio di altri, alcuni la affrontano prima di altri, di certo però, si diventa adulti quando, in qualche modo, si inizia a temere di poter davvero perdere qualcuno per sempre.

“Ma non vi spaventa avere la Morte accanto, sempre?” domandò Lyra.
“E perché dovrebbe? Se è qui, possiamo tenerla sott’occhio. Mi preoccuperebbe molto di più non sapere che c’è.”

Ma oltre alla morte c’è l’accettazione delle conseguenze delle nostre azioni.
Lyra va nel regno dei morti per parlare con Roger, dicevamo, perché è colpa sua se lui è morto. Non può riportarlo in vita, ma può affrontarlo. E parlarci. E alla fine si riuscirà anche a fare qualcosa, perché accettando quanto abbiamo fatto, sebbene sia stato qualcosa di cattivo, magari si riesce anche a riparare ai torti fatti.
Ecco allora che accettazione diventa anche un modo per poter risolvere le cose, in un modo o nell’altro.

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Illustrazione di Katrina Young.

Ma Il Cannocchiale d’Ambra è anche un inno alla vita. Uno splendido inno alla vita, che diventa ancor più ‘pimpante’ proprio perché si è potuto vedere quanto la morte fosse grigia. Ed è un inno alla vita fortissimo quando ci si rende conto che, in fondo, le sconfitte dell’Autorità e di Metatron non sono battaglie poi così lunghe, in numero di pagine, quanto quelle dedicate a Lyra e Will e al loro giungere (Raccogliere? Accogliere? Affrontare?? al peccato originale, prova che devono affrontare per poter cambiare il mondo. Il peccato originale che qui diventa salvezza e non caduta. Ed è la loro storyline che avrà maggiori conseguenze, non quella di Asriel e Metatron. La salvezza viene dalle loro azioni, non dalla fine del Regno dei cieli.

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Illustrazione di John Howe.

Trovo poi stupendo che Pullman sottolinei più volte che la vita va vissuta sì amando e ascoltando, sì vivendo in comunità e aiutandosi (in questo i Mulefa sono un esempio perfetto: non possono fare tutto da soli per via della loro fisicità, quindi sono obbligati ad aiutarsi, se vogliono sopravvivere), ma anche imparando! Perché imparando e capendo, ecco che si diventa se stessi.

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Illustrazione di Katie Thierolf.

Sono  così numerose le volte in qui questo viene esplicitato…
Per esempio quando le Arpie dicono:

Se vivono nel mondo devono vedere e toccare e ascoltare e amare e imparare.

Oppure quando si parla dello studio che Lyra dovrà affrontare per poter leggere di nuovo l’Aletiometro:

“Ma allora potrai leggerlo assai meglio, dopo una vita di riflessione e di sforzi, perché le risposte verranno da una comprensione consapevole. La grazia conseguita in questo modo è più profonda e più piena di quella che ti arriva gratuitamente; inoltre, quando l’avrai raggiunta, non ti abbandonerà più.”

Quindi, una volta ancora, l’innocenza è diversa dall’esperienza, la giovinezza diversa dall’età adulta.
E anche:

“E se aiuti gli altri nel tuo mondo, se li aiuti a capire se stessi e gli altri, a capire come ci si deve comportare, a essere buoni anziché crudeli, e pazienti anziché avventati, e cordiali anziché scontrosi, e soprattutto ad avere una mente aperta e libera e curiosa… Allora la Polvere si rinnoverà quanto basta per sostituire quella dispersa da una finestra.”

E poi:

“[…] Pensate che per ottenere un dono basti schioccare le dita? Ciò che merita d’essere posseduto, merita anche un grande lavoro.”

Vivi! Ma vivi bene, sembra dire Pullman. Vivi senza riserve, senza lasciarti imbottigliare in convinzioni altrui, in dogmi restrittivi! (Ed ecco quindi perché la chiesa era diventata il nemico.)
Sperimenta e sii cordiale, non limitarti.
Impara. Scopri. Ama.
Vivi!

Non credo ci siano auguri migliori.

“[…] Intendeva dire che il Regno è finito, il Regno dei cieli, finito per sempre. Non dovremo vivere come se quello contasse più della vita in questo mondo, perché il luogo in cui siamo è sempre il più importante.”

 

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Il Cannocchiale d’Ambra
di Philip Pullman
Traduzione di F. Bruno
447 pagine, 10,00 €, Salani

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