Armi per aprire mondi

C’è una bellissima sensazione di straniamento, all’inizio de La Lama Sottile, il secondo libro della trilogia di Queste Oscure Materie.

Alla fine del volume precedente avevamo lasciato Lyra e il suo Daimon Pantalaimon intenti a varcare il ponte che collegava il suo mondo ad altri.
All’inizio di questa nuova avventura non c’è traccia di Lyra, non c’è traccia di Daimon, non c’è traccia di cose che potremmo definire sovrannaturali. Siamo infatti in compagnia di Will e, lo capiamo in fretta, ci troviamo nel nostro mondo, quello reale, quello dove sembra quasi certo che la magia non possa esistere.

È un’operazione davvero efficace perché il lettore, sebbene sappia che nell’universo di Lyra esistono altri mondi, non si aspetta di trovarci anche il proprio. E mi piace questa sensazione di incomprensione, di iniziale smarrimento che si prova e che potrebbe essere tipico, se vogliamo, di quella fase della vita che è l’adolescenza.

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Will è tra un personaggio che rappresenta l’opposto dell’eroina che abbiamo già imparato a conoscere.
Lyra è una tipa appariscente, una persona a cui piace stare al centro, comandare, farsi vedere. Will è tutto l’opposto, ha una madre con dei problemi e questo l’ha portato a essere diffidente e a voler rimanere nell’ombra, nascosto, strisciante.
Sono due modi completamente diversi di pensare che anche sulla carta si affronteranno: ci sarà proprio un battibecco tra i due in cui Will vuole sembrare il più ‘insulso’ possibile per passare inosservato, mentre Lyra opta per una messa in scena quasi tetarale che, ne è convinta, li aiuterà a passare inosservati. Lyra è una narratrice, racconta storie, bugie, per creare una verità diversa da dare in pasto alla gente che vuole in qualche modo fregare. Will è invece un lettore, ‘legge’ quello che gli succede attorno per rimanerne fuori, sullo sfondo.

Ben Chuang
Illustrazione di Ben Chuang

Nello scorso post avevo parlato di come ogni libro della trilogia declinasse, tra le altre cose, il tema della comprensione e dell’accettazione di sé. Ecco, in La Lama Sottile si tratta di comprendere e accettare quello che ci capita, perché in fondo non siamo fatti soltanto del nostro corpo e delle nostre idee, ma siamo anche frutto e conseguenza e reazione del contesto in cui ci troviamo, delle azioni che altri compiono durante la nostra vita e di tutte quelle cose che capitano per caso, se il caso esiste.
È un discorso molto complesso e interessante che trovo qui trattato con grande sincerità.

Sebbene Lyra sia una vittima degli eventi, ed è infatti la protagonista di una profezia, è anche vero che tutto quello che le è successo è frutto della sua volontà. È stata lei a volersi nascondere in quell’armadio al Jordan College, quando hanno tentato di avvelenare Lord Asriel. Lei ha deciso di salvarlo e poi di andare con la Signora Coulter, di tenerle nascosto l’aletiometro e di fuggire e di andare alla ricerca dell’amico perduto. Lo dirà, ad un certo punto, che forse tutto sarebbe stato diverso se non si fosse messa in quell’armadio.

Per Will però è diverso. Lui si ritrova dentro questa storia per colpa d’altri.
Ha una mamma con qualche problema mentale, ma l’ha compreso e accettato. È orfano di padre, forse, e ha accettato pure quello, in qualche modo. Quando delle persone indubbiamente cattive si intrufolano nella sua vita, lui ha compreso la situazione e ha deciso di accettarla e tentare di risolverla, sebbene non sia affatto facile. Perfino quando diventerà il portatore di quel magico coltello che da il titolo al romanzo, e succederà quel che succederà nel momento esatto in cui lo prenderà in mano, sebbene preso dallo sconforto, Will accetterà la situazione e si comporterà di conseguenza per poter sfruttare al meglio quel doloroso potere capitatogli.

In un certo senso, pure il padre di Will è una metafora dell’accettazione. Si è ritrovato in un altro mondo e non s’è perso d’animo ma, anzi, è riuscito a crearsi una nuova, fortissima identità.

Sia ben chiaro, quelle di Will e suo padre non sono rassegnazioni e il loro accettare  le cose non è privo di dolore. Sono però abbastanza intelligenti da capire che l’unico modo per proseguire è riuscire a trarre il meglio anche da quelle situazioni.
Nel cresce si è, in qualche modo, chiamati a fare la stessa cosa. Un adolescente si ritrova in un mondo diverso da quello di prima e inizia a capire le situazioni (famigliari, scolastiche, sociali, politiche e chi più ne ha più ne metta) in cui si trova. Spesso non vanno bene. Forse non ci vanno mai bene. Ma siamo qui, siamo qui ora, e possiamo disperarci e basta, o soffrire ma capire che si può (si deve?) andare avanti.
Ecco quindi che per diventare grandi bisogna capire chi siamo e accettarci, e poi bisogna capire dove siamo e accettarlo. Non è mai facile, come potrebbe? Ma si tratta di una verità che spesso tentiamo di non imparare, e questo sarà a nostro totale svantaggio.

“Discuti pure su tutto il resto, ma non discutere sulla tua stessa natura.”

Ricollegandoci poi al discorso della crescita, diventa particolarmente interessante il fatto che per poter aprire finestre su altri mondi, Will debba soffrire.
Non specificherò la natura della sofferenza per evitare troppi spoiler, sebbene possano apparire non significativi. C’è però una vera sofferenza, e se il passare fisicamente da un mondo a un altro mi sembra una stupenda metafora del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e se questo continuo passare tra un mondo e l’altro si offre come immagine piuttosto esplicita dell’adolescente che cerca di capire a quale mondo appartiene davvero, la lama sottile è un po’ una chiave che tutti dobbiamo tenere in mano per varcare la porta della vera età adulta: per diventare grandi dobbiamo soffrire.

Peter Bailey
Illustrazione di Peter Bailey.

C’è poi la questione religiosa che qui inizia ad assumere contorni sempre più nitidi e… epici.
Si scopre infatti quali sono le reali intenzioni di Lord Asriel, lo zio di Lyra, ovvero (ATTENZIONE SPOILER) uccidere nientemeno che dio, l’Autorità, come viene chiamata nella trilogia, l’essere supremo che ha assoggettato il mondo, anzi i mondi, alla sua idea, alla sua obbedienza, ai suoi precetti.
Uccidere dio è uccidere un assolutismo, un estremismo. Uccidere dio è mettere fine alla paura delle cose belle, del piacere, del godimento.

Se c’è una cosa che diventa sempre più chiara mano a mano che si procede con la lettura, è che la vita la si può godere solo attraverso l’anima, o attraverso il proprio Daimon, che poi sono sostanzialmente la stessa cosa. E questo punto diventa chiarissimo con gli Spettri di Cittàgazze, che quando ‘mangiano’ l’anima degli adulti lasciano quest’ultimi come morti, privi di vita, anzi, privi di voglia di vivere.
È l’anima che ci salva, anima che non è lo spirito, ma una sorta di nostra parte vitale. Ed è ancor più interessante scoprire che, nel mondo di Pullman, l’anima/Daimon si stabilizza nel momento in cui si diventa adulti, o almeno proto-adulti, e che prima di diventarlo la nostra vera essenza non interessi né agli Spettri né alla chiesa, che è tanto preoccupata dal fatto che la Polvere si posi sugli adulti, che questo peccato originali si vada a insinuare proprio quando non si è più bambini.

“Gli Spettri fanno qualcosa di molto simile a quello che i vampiri fanno con il sangue; solo che il loro cibo è l’attenzione. Un interesse consapevole e informato verso il mondo. L’immaturità dei bambini è per loro assai meno attraente.”
“Proprio l’opposto di quei diavoli di Bolvangar, quindi.”
“Al contrario. L’Intendenza per l’Oblazione e gli Spettri dell’Indifferenza sono entrambi ammaliati da questa grande verità a proposito degli esseri umani: che l’innocenza è diversa dall’esperienza.”

C’è qualcos’altro da aggiungere? Si può aggiungere qualcosa dopo questa citazione?
Collegare l’esperienza con l’anima e il piacere e l’idea che questo sia peccato.
Ecco, quindi, perché Asriel vuole uccidere dio, proprio lui che ama fare esperienze. La dottrina ideata dall’Autorità è un qualcosa che va contro il piacere della crescita e dell’esperienza e del godimento che ne possiamo trarre. E il peccato originale non è infatti quel momento in cui Eva decide di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza?
L’Autorità ci vuole non innocenti, ma stupidi, mi verrebbe da dire.

Ci sarebbe poi da discutere sull’Autorità stessa e sul fatto che, in pratica, non è più lei a governare ma l’angelo Metatron, il reggente. Sarebbe ancor più interessante far notare che nella mitologia ebraica Metatron non è un angelo fin dall’inizio, ma un uomo diventato angelo in seguito. Ma credo sarà meglio parlarne la settimana prossima, quando affronteremo lo scontro tra Asriel e dio narrato ne Il Cannocchiale d’Ambra.

Di certo, Pullman ha saputo creare una storia audace e terribile che parla di molte cose ma che ne ha nel cuore una solo: la crescita. Ed è la stessa signora Coulter a esplicitarlo proprio ne La Lama Sottile:

“È proprio il cuore di tutto, questa differenza tra bambini e adulti!”

 

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La Lama Sottile
di Philip Pullman
Traduzione di A. Tutino
292 pagine, 10,00 €, Salani

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