Una bussola per trovarci

Qualche tempo fa, sul profilo Twitter di Salani, leggevo il ‘cinguettio’ di una persona che consigliava la trilogia di Queste Oscure Materie a chi, e cito, “ha voglia di viaggiare con la fantasia”.
Ho subito pensato che fosse una motivazione… interessante, per un libro come questo.

Certo, è indubbio che Philip Pullman sia stato capace di creare una grandissima avventura, un mondo fantastico complesso e ben gestito, intrigante al punto giusto. Basti pensare che già nelle prime pagine riesce a inserire alcuni elementi come la Polvere, i daimon e i Panserbjørne con grande scioltezza, senza però spiegare nulla se non il giusto, e facendoti quindi salire una curiosità che non può essere frenata con qualche informazione presa da Wikipedia.
Dico questo giusto per far capire che è vero che chi vuole viaggiare con la fantasia, in questa saga riuscirà a trovare cose molto buone.

Però è anche vero che se penso a Queste Oscure Materie, la prima cosa che mi viene in mente non è certo di consigliarla a questo tipo di persone, perché non è la fantasia la chiave più importante per accedere al mondo di Lyra Belacqua.
La Bussola D’oro, La Lama Sottile e Il Cannocchiale d’Ambra formano un terzetto di grande ispirazione e capace di affrontare tematiche molto forti, di quelle che condizionano tutt’ora gran parte delle nostre vite, e lo fa in maniera decisa e sicuramente unica, tanto che la bellezza del mondo fantastico potrebbe tranquillamente essere messa in secondo piano rispetto a quanto raccontato davvero.

In vista della pubblicazione del primo volume de Il Libro della Polvere, La Belle Sauvage, una nuova trilogia che racconta vicende in qualche modo parallele a quanto raccontato in Queste Oscure Materie, dedicherò tre post a questa grande saga. Uno per ogni volume, sebbene sia difficile dividere il tutto.

Oggi ci soffermiamo su La Bussola d’Oro (per la trama vi rimando al sito Salani).

La_bussola_d'oro_copertina

Queste Oscure Materie nasce dal desiderio del suo autore di scrivere una sorta di versione moderna del Paradise Lost di Milton, il poema epico che narra di Adamo ed Eva e della caduta di Lucifero.
Anche il titolo della trilogia deriva dal poema, e precisamente dal libro due, versi 910-920:

Into this wilde Abyss,
The Womb of nature and perhaps her Grave,
Of neither Sea, nor Shore, nor Air, nor Fire,
But all these in their pregnant causes mixt
Confus’dly, and which thus must ever fight,
Unless th’ Almighty Maker them ordain
His dark materials to create more Worlds,
Into this wilde Abyss the warie fiend
Stood on the brink of Hell and look’d a while,
Pondering his Voyage; for no narrow frith
He had to cross.

Da notare, tra l’altro, che il primo volume della trilogia, La Bussola D’oro, in originale si intitola Northen Lights. È nella versione americana che viene adottato il nome usato poi anche per il mercato italiano, e sembra che questo sia successo per un fraintendimento tra editore e autore. Pullman, infatti, in un primo momento aveva supposto di chiamare la trilogia The Golden Compasses, ovvero LE bussole d’oro, sempre da un verso del Paradise Lost, libro sette, versi 224-229:

Then staid the fervid wheels, and in his hand
He took the golden compasses, prepared
In God’s eternal store, to circumscribe
This universe, and all created things:
One foot he centered, and the other turned
Round through the vast profundity obscure.

È interessante notarlo perché, UK a parte, il titolo di ogni libro corrisponde così a un artefatto che, effettivamente, serve ai protagonisti dei libri per circoscrivere, in qualche modo, l’universo in cui vivono. Bussole speciali per orientarsi e capire e quindi accettare. Se c’è infatti un messaggio che più di tutti incontra le mie corde, e le corde di A Long Tail, questo è la comprensione e l’accettazione di sé.

Ci si sofferma spesso a parlare del tema religioso di questi libri (e ci arriverò anch’io, ovviamente) ma, ancora una volta, è riduttivo relegare la trilogia a questa singola tematica.
Il bello e il difficile della storia di Pullman è che in verità non si può raccontare del tutto con un post su un blog, nemmeno con tre. Ci servirebbero almeno un paio di saggi. Perché si tratta di materia complessa. Materia Oscura, mi verrebbe da dire. Perché questa saga è davvero multistrato, capace di offrire più interpretazioni, più significati, e alcuni strati sono davvero profondi.

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Rileggendo i libri mi ha colpito questo tema dell’accettazione, dicevo. Un discorso che non ero riuscito a cogliere alla prima lettura.
È un ‘percorso’ che viene declinato ad ogni volume in maniera diversa. A mio modo di vedere, nella Bussola d’Oro si tratta in particolar modo l’accettazione di sé nel senso di comprendere chi si è e di accettarlo. È una comprensione che non finisce nel primo volume e che diventa tale solo dopo aver accettato ‘altre cose’ in momenti successivi. Ma qui, in questa prima parte della storia, Lyra deve accettare di essere Lyra in quanto persona, deve capire chi è e accettarlo se vuole continuare la sua avventura.

Lyra viene subito descritta come una bambina piuttosto ribelle. Non è la classica eroina con cui ti viene da empatizzare subito. Devo anzi dire che, probabilmente, se l’avessi incontrata a scuola mi sarebbe pure stata antipatica, almeno all’inizio. Perché è terribile. Disordinata, sporca, crudele in qualche modo. Non è un maschiaccio, è anzi piuttosto femminile a mio modo di vedere, ma ama la guerra, la sfida, infrangere le regole. Ruba barche e reliquie dalle tombe, sale sui tetti, spia. È una che ti prende in giro, che ha poco rispetto. Non è, insomma, una persona facile. È fin troppo sicura di sé, tenace, caparbia e coraggiosa. Anzi, no, forse più che coraggiosa, almeno all’inizio, è spavalda e spregiudicata.

Pian piano, però, mano a mano che la storia avanza, Lyra scoprirà innanzitutto di non essere esattamente quello che credeva, e questo in molti sensi. Dovrà per esempio riuscire ad accettare chi sono i suoi genitori, quindi comprendere e ‘abbracciare’ una vera identità anagrafica che non è quella che avrebbe sognato. Ma dovrà poi riuscire a capire che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che ad ogni sua decisione seguiranno azioni e che le sue, di decisioni, non saranno sempre le migliori. Dovrà capire quanto è forte e quali sono le sue debolezze. Dovrà accettare di poter sbagliare, di non essere invincibile, di poter soffrire e rischiare grosso. Dovrà anche capire che non può esattamente essere chiunque lei voglia.

Solo di rado si era messa a pensare a se stessa, prima di allora, e trovò la cosa interessante ma scomoda: proprio come cavalcare l’orso, in effetti.

È un tema complesso, quello dell’accettazione. Un tema che viene sminuzzato in mille parti e sparso lungo il sentiero; solo una volta ricomposto dona una visione più ampia.
Già il fatto che i daimon assumano una forma definitiva una volta diventati adulti racchiude un po’ l’idea di scoprire e capire chi si è. Anche Lyra lo dirà, nei volumi successivi, che è più facile capire una persona con un daimon rispetto a una che non ce l’ha, tipo noi.
E sempre a è proposito dei daimon, ad un certo punto si dirà che in molti sperano che il loro daimon si stabilizzi in un animale forte, come un leone, o una tigre, ma che raramente succede. Ecco, anche in questo caso, si tratta di saper capire chi si è davvero e accettarlo senza troppe riserve, come quel marinaio che non può mettere piede a terra perché il suo daimon è un pesce, o un delfino.
Ma c’è anche la figura di Ioufur Raknison, il re degli Orsi Corazzati, che serve a capire questa tematica. Ioufur vuole essere un umano. Vuole essere altro. E questo suo concentrarsi a essere altro lo porta a diventare più debole, meno attento.

Ma non si può mutare quel che si è; solo ciò che si fa.

E in quest’ottica Lord Asriel diventa simbolo del raggiungimento di un’autocoscienza piuttosto forte. Lui ha accettato di essere se stesso e infatti riesce a far grandi cose. Terribili, a volte, certo, ma grandi. Come direbbe Silente.

Rory Phillips
Illustrazione di Rory Phillips.

Lyra è alla ricerca di sé senza neanche saperlo.
Del resto, come dice Silvia Costantino nel suo saggio Sulla soglia. Adolescenze e riti di passaggio, presente all’interno di Di tutti i mondi possibili, e che potete leggere qui:

La bravura di Pullman, e di molti altri autori del genere, non sta nel raccontare l’adolescenza come un momento di passaggio, di crescita positiva in cui il mondo adulto è la meta felice, ma di mostrarne il lato oscuro, la zona d’ombra: quella che impedisce al mondo di dispiegarsi nella sua magica interezza, perché le sovrastrutture dell’età adulta creano una cortina dalla quale è sempre più difficile districarsi. Certe ‘oscure materie’ non sono solo le arti magiche contro cui la giovane Lyra Belacqua è costretta a combattere, sono anche la sostanza di cui è fatta l’adolescenza, quel rimestare torbido e ignoto in cui un po’ per volta bisogna immergersi, senza la certezza di ritornare in superficie.

E ancora:

C’è una componente di elaborazione del lutto, nel momento in cui si diventa giovani adulti. È il momento in cui si sceglie di reagire al caos e alla paura e si fa una scelta, lasciandosi dietro le certezze felici dell’infanzia.

Lyra imparerà a conoscersi, o a conoscere una nuova sé. Imparerà ad affondare nel torbido della vita, sua e altrui, per scoprire cosa si nasconde dentro di lei. E accettandola andrà avanti. Solo accettandola potrà procedere.
Del resto, come ci ricorda pure la Costantino e Wikipedia, Belacqua è il nome di uno spirito nell’Ante-Purgatorio di Dante. Belacqua e le altre anime dell’Ante-Purgatorio sono intrappolate tra due mondi e non hanno piena comprensione di se stessi. Sebbene su Wikipedia sia scritto che non si sa se questo fatto abbia qualche connessione con Lyra, può apparire piuttosto logico pensare che Lyra è, proprio come il Belacqua dantesco, intrappolata tra due mondi in almeno due modi: tra il suo mondo e gli altri che esplorerà, e tra l’infanzia e la vita adulta.

Tra l’altro, tornando al discorso dei titoli, ammetto di preferire quelli della versione italiana perché mi piace la continuità creata dalla presenza di uno strumento. Ma ammetto che Northen Lights è particolarmente azzeccato per il primo volume perché le luci del nord, per Lyra, sono prima di tutto una sorta di mito, poi un sogno, poi la destinazione di un viaggio importante che vuole intraprendere e successivamente la meta che sente di dover raggiungere, e in fine luogo di tormento e di rivelazione. Riassumono perfettamente l’idea del diventare adulti, che si vuole raggiungere ma allo stesso tempo no, perché offre cose belle ma è anche misteriosa.

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C’è poi la tanto discussa parte religiosa.

In America, in alcune scuole, è perfino stata bannata la lettura di questi libri per via della loro componente religiosa. O sarebbe meglio dire anti-religiosa?

È facile capirne i motivi. Il mondo di Lyra è governato dal Magisterium, una chiesa che si rifà al credo cattolico con tanto di mitologia affine. Ovviamente, avendo il Magisterium molto potere politico, c’è una sorta di ‘libertà d’oppressione’ che porterà perfino a esperimenti sui bambini. Tutto in nome di dio, ça va sans dire.

È facile pensare che Pullman sia antireligioso, ma non sarebbe corretto. O, almeno, non dovremmo vedere il libro esclusivamente in quest’ottica.
La storia di Pullman racconta di come l’estremismo religioso, o se vogliamo il fanatismo in genere, porti alla rovina della vita. E se non è attuale questo…
Ma è importante non soffermarsi sul puro aspetto religioso della questione, perché si tratta di qualcosa di ben più ampio. Pullman si schiera contro tutto quello che vuole limitare il piacere che sa donarci la vita. E se quest’aspetto viene maggiormente approfondito nei volumi seguenti della trilogia (dove verranno esplicitati certi scopi), risulta difficile, per esempio, non mettere in relazione l’Intercisione con l’infibulazione, perché l’idea dietro l’Intercisione è proprio quella di mantenere le persone ‘pure’, qualsiasi cosa questo significhi, di togliere certi ‘peccati’ originari.

Indubbiamente la religione, qualunque essa sia, è la prima promotrice di questo tipo di propaganda contro il piacere, e la strega Ruta Skadi sarà piuttosto diretta, al riguardo, ma qui non si tratta di dio o non dio, si tratta di saper vedere e quindi accettare (di nuovo) e apprezzare i piaceri della vita. Piaceri che vengono venduti come dolori, da questi estremismi.

Vedi, il tuo daimon è un amico e un compagno meraviglioso fino a che sei giovane, ma nell’età che noi chiamiamo pubertà, l’età alla quale tu arriverai fra molto poco, cara, i daimon ti portano ogni sorta di pensieri e sentimenti dolorosi, ed è questo che da spazio alla Polvere.

E forse il dolore e il piacere sono le due facce della stessa medaglia. Forse non può esserci l’uno senza l’altra, e allo stesso tempo un piacere non è capace di oscurare un dolore?

Solo che Lyra è intelligente. Ha seguito degli adulti che vedevano nella Polvere qualcosa di negativo, ma ha scoperto che facevano cose orribili. Se ci fosse quindi la possibilità che la Polvere sia una cosa… buona?
È questo che lei e il suo daimon Pantalaimon si chiedono alla fine de La Bussola d’Oro, ed è questo che li porterà in un altro mondo a scoprire cose nuove, cose che dovranno essere acc

ettate, cose che la faranno crescere, evolvere, cambiare. A scoprire che, forse, nel piacere si nasconde sempre un po’ di dolore, e che il bello è pure questo.

 

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La Bussola d’Oro
di Philip Pullman
Traduzione di M. Astrologo e A. Tutino
357 pagine, 10,00 €, Salani

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