Macchine mortali e città affamate

Strano il percorso di Macchine Mortali, il romanzo, primo di una tetralogia, di Philip Reeve, pubblicato nel 2001 in terra anglofona.
Viene pubblicato in Italia, da Mondadori, nel 2004 con la copertina originale e indirizzato a lettori a partire dagli undici anni. Evidentemente il titolo non vende a sufficienza perché l’anno seguente viene dato alle stampe il seguito, Freya delle lande di ghiaccio, ma poi basta. Silenzio. Almeno fino al 2012, anno in cui arriva nei cinema il primo film tratto dalla trilogia di Hunger Games. In quest’occasione Mondadori pensa bene di ripubblicare il libro di Reeve cambiandone il titolo in The Hungry City e dandogli una cover tutta nuova che, in qualche modo, richiama le atmosfere di Hunger Games. Ciliegina sulla torta: il rating proposto non è più dagli unidici anni, ma diventa improvvisamente uno Young Adult.
Malitia, di Dusty Pages in Wonderland, da questa vicenda ha tratto un bellissimo articolo legato alla sottovalutazione del pubblico adolescente e alla semplificazione che gli editori, o almeno alcuni, ha fatto e forse sta ancora facendo nella letteratura per ragazzi.
Il discorso è davvero interessante e complesso e mi sento di osservare che questa semplificazione non avviene solo da parte degli editori, secondo me. Pensiamo per esempio alla famosa lista di testi per le vacanze data in una scuola superiore, e circolata online nei giorni passati, dove, tra i titoli consigliati compaiono libri quali After (scrittura non certo di alto livello) o Wonder (pensato per un pubblico più piccolo). Mi pare però che Malitia abbia già fatto un bellissimo discorso e quindi non credo valga la pena ripetere altre cose.

Ci tengo solo a dire che Peter Jackson (il regista de Il Signore degli Anelli) sta producendo un film basato su questa saga e che quindi, probabilmente, nel tardo 2018 arriverà in libreria l’intera saga (l’uscita del film è fissata, al momento, per dicembre 2018). Sarà interessante vedere a che età sarà destinata.
Perché c’è una cosa che va subito chiarita se si parla di questo titolo: per quanto la vicenda possa avere momenti cupi, Macchine Mortali è indubbiamente un libro per undicenni, e non per giovani adulti.

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Macchine Mortali, dunque.
Io l’ho letto con questo titolo, che tra l’altro preferisco.
Il titolo originale del primo volume (che è in qualche modo godibile in solitaria), e della saga, è Mortal Engines. The Hungry City, bisogna specificarlo, non è un titolo inventato da Mondadori ma il nome americano.
Personalmente ritengo Mortal Engines un titolo più azzeccato perché pone un dubbio: le macchine, o i motori, sono mortali nel senso che uccidono, o sono mortali nel senso che possono morire? E siccome la risposta è sì a entrambe le opzioni, mi sembra una scelta migliore e in linea con quello che il libro effettivamente racconta.
The Hungry City, invece, dona alla città la caratteristica di essere affamata, cosa che è solo parzialmente vera, visto che forse ad essere affamati sono più gli abitanti che le città stesse…

Ad ogni modo, il libro racconta di un futuro piuttosto lontano dove il mondo, dopo quella che viene chiamata la Guerra dei Sessanta Minuti, è diviso tra Città Stazioniste e Città in movimento (dette Trazioniste) che vagano per la terra cercando di ‘mangiare’ altre città per sopravvivere.
Tom, un orfano apprendista storico che abita in una Londra imponente e ambulante, si ritroverà, inseguendo una ragazzina che ha appena tentato di uccidere un uomo, catapultato fuori da questa grande città e dovrà affrontare numerose avventure per tentare di ritornare a Londra, prima, e sventare un piano malvagio poi.

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Il romanzo che ne risulta è qualcosa di molto interessante.
Ha la struttura di un libro d’avventura piuttosto comune, con l’eroe che si ritrova inconsapevolmente in una situazione ‘estranea’ che lo porterà a rivalutare tutto quello che conosce. Inoltre la scrittura di Reeve è molto cinematografica, con trovate che fanno subito pensare a una scena da film, con tanto di duelli coreografati.

Allo stesso tempo, però, l’autore ha infuso molti elementi che meritano attenzione.
Già a livello di trama ho molto apprezzato l’inserimento di elementi steampunk come appunto queste città in movimento, che avanzano e ingoiano realtà più piccole per sopravvivere, oppure mongolfiere e dirigibili e altre macchine volanti che mescolano concetti quasi leonardeschi a momenti più tecnologici.
Troviamo poi una comprimaria un po’ atipica: una ragazza bruttissima che presenta una vistosa cicatrice sul volto che la deturpa cui si aggiunge un carattere parecchio scontroso e modi piuttosto guerriglieri. E c’è poi spazio, anche se in maniera più accennata, almeno in questo primo volume, per diversità etniche.

Ma quello che mi ha colpito più di tutto è stata l’idea del Darwinismo Urbano. Questa sorta di legge del più forte applicata al concetto di città in movimento e cacciatrici, predatrici senza freni e senza scrupoli, il cui inseguimento e il cibarsi di una nuova preda costituisce uno spettacolo per gli abitanti della città stessa.
Le città della Lega Stazionista, quelle che hanno deciso di non muoversi, sono considerate ‘inferiori’ proprio perché hanno deciso di sottrarsi a questa legge di natura.

Per tutto il libro, sebbene con sfumature diverse, si ruota attorno al concetto del più forte che vince sul più debole.
Al di là delle città stesse, c’è infatti la scoperta da parte dei protagonisti che la ricchezza di Londra, per esempio, e di chi la governa, si basa sullo sfruttamento di chi è più povero e costretto a lavori pesantissimi. Una sorta di studio sul funzionamento crudele di una società di questo tipo, dove la ricchezza e il benessere viene accentrato nelle mani di pochi e che quindi, per forza di cosa, deve sfruttare i più deboli.

Legato a questo c’è poi il concetto di Barbaro.
Per le città Trazioniste, i barbari sono gli abitanti delle città Stazioniste. Per gli
Stazionisti è, ovviamente, il contrario. E Tom si stupirà, e non poco, nello scoprire dietro le mura di una città ‘ferma’ una civiltà pari a quella londinese.
C’è insomma un ragionare sul concetto di diversità, di altro, di diverso da noi. A Londra viene insegnato che chi non si muove non è evoluto, è un selvaggio, così come nelle città Stazioniste si racconta che a essere poco evoluti sono gli abitanti delle città in movimento.
Sono sempre gli altri, i barbari. Mai noi.
Ma la verità è, non c’è bisogno di dirlo, diversa. Eppure sarà difficile accettarla. Il protagonista si sentirà per tutto il romanzo incredibilmente legato a Londra e a quello che gli è stato insegnato. Farà fatica a scrollarsi di dosso queste nozioni, proprio come farà fatica a credere che Londra non è portatrice di luce e verità.

E poi si parla di morte. Di come la percepiamo. Di quanto cambia, ai nostri occhi, la morte nel caso ci tocchi da vicino oppure sia lontana.
Reeve non si risparmia in questo senso, non risparmia il sangue e le vittime, e non risparmia nemmeno la gioia degli abitanti di Londra quando una città rivale verrà devastata. Perché sono altri. Perché non sono noi, quindi la loro fine ci tocca poco. E mi vien da pensare a quanto questo pensiero potrebbe essere applicato agli avvenimenti attuali e al fatto che siamo tutti francesi se c’è un attentato a Parigi, ma non siamo siriani se succede qualcosa in quelle terre apparentemente lontane.

Non si può, infine, tralasciare il fatto che questo libro è indubbiamente un inno al viaggio, al viaggiare come mezzo di conoscenza. Tom scoprirà la meraviglia delle città Stazioniste solo visitandole, capirà che non sono barbari solo parlando con quelle persone…
Ma la conoscenza non arriva solo attraverso il viaggio, ma anche attraverso la storia.
Nel libro viene ben mostrato l’attrito che c’è tra due delle quattro classi ‘dirigenti’ di Londra: gli Ingegneri e gli Storici. L’eterna lotta tra il progresso e la storia, tra la tecnologia e il passato. I primi non capiscono che i secondi possono aiutarli a comprendere le cose, perché tutto ciò che è già successo ci ha lasciato degli insegnamenti. Siamo pronti ad accoglierli? Studiare il passato non significa non guardare al futuro, ma la conoscenza ci fornisce delle lenti attraverso cui mettere più a fuoco la strada che vogliamo davvero percorrere. Le materie scientifiche servono alle materie umanistiche proprio come le umanistiche servono alle scientifiche. E anche questo mi pare tremendamente attuale.

Macchine Mortali è, insomma, un libro che mi fa un po’ soffrire. Perché sarebbe una lettura meritevole, una lettura che un undicenne potrebbe trovare appassionante e avventurosa e per niente noiosa, e allo stesso tempo sarebbe qualcosa di prezioso. Quindi mi spiace non sia stato un successo. Ma se l’arrivo del film permetterà di cambiare le cose, io son già pronto coi soldi del biglietto.

***

Un piccolo post scriptum.

I libri possono essere come anelli di una lunga catena. Un titolo ne richiama un altro, che ne richiama un altro, che ne richiama un altro.
Così, dopo aver letto la prima parte di Macchine Mortali, dove si vede Tom lavorare in un museo pieno di oggetti antichi e dove si scopre quanto certi manufatti potrebbero tornare utili (anche se in maniera sbagliata, in questo caso), ho subito pensato a un altro libro: La storia del mondo in 100 oggetti, di Neil MacGregor, pubblicato in Italia da Adelphi.
MacGregor, ex direttore del British Museum, ha scelto cento oggetti attraverso i quali poter osservare la storia del nostro mondo. E questo mi ha incredibilmente ricordato Tom e la sua Londra in movimento. È un librone, ma è diviso in brevi capitoli dedicati ai singoli oggetti, e quindi lo si può consultare ogni tanto, quando abbiamo due minuti liberi. E sì, credo possano, e debbano, consultarlo pure i ragazzi. Perché, come ci insegna Macchine Mortali, la storia ci aiuta a capire.
Inoltre, come dice MacGregor stesso nella sua introduzione:

Un titolo più appropriato per questo libro sarebbe forse Storia degli oggetti attraverso mondi diversi, perché spesso le cose cambiano – o vengono cambiate – parecchio tempo dopo la loro creazione, assumendo significati inimmaginabili all’inizio.

In pratica, gli oggetti raccolti in un museo ci raccontano sì la storia degli oggetti e delle civiltà che li hanno creati, ma anche del pensiero, e degli uomini.

E ancora:

Una storia attraverso gli oggetti sarebbe impossibile senza i poeti.

Perché la letteratura è comprimaria. Perché la letteratura ci mostra alcune altre cose (nel testo si fa l’esempio di Shelley e di come i componimenti suoi e di altri ci facciano intuire l’amore per gli oggetti antichi che riaffiorò in quel periodo storico). E perché la letteratura, a volte, ha chiave diverse per aprire porte che pensavamo di aver già attraversato, ma che evidentemente non avevamo aperto del tutto.

***

Macchine Mortali
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
327 pagine, 15,00 €, Mondadori

che trovate anche come

The Hungry City
di Philip Reeve
Traduzione di M. Bastanzetti
326 pagine, 14,90 €, Mondadori

La Storia del Mondo in 100 Oggetti
di Neil MacGregor
Traduzione di M. Sartori
705 pagine, 25,00 €, Adelphi

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