Di Confraternite e cecità

Qualche giorno fa Nate Moore, produttore dei Marvel Studios, durante un’intervista ha dichiarato che la Casa delle Idee non ha intenzione di seguire le richieste di quote di genere che vengono fatte dal pubblico, e che la loro agenda viene decisa esclusivamente in base alla qualità delle storie.
Un’affermazione interessante. Detta così sembra infatti che la qualità di una storia non abbia nulla a che fare con la tipologia di personaggi che andrà a rappresentare al suo interno. La cosa è in parte vera, perché si potrebbero avere in sviluppo, contemporaneamente, due film, uno su di un supereroe caucasico e uno su di un supereroe di colore, e magari la storia con l’eroe bianco potrebbe essere stata sviluppata meglio e quindi si decide di l’ok quella. Ci sta.
Tuttavia non riesco a fare a meno di chiedermi come sia possibile che una storia contemporanea possa risultare convincente con la presenza quasi esclusiva di maschi bianchi, etero e bellissimi, dove la diversità, se così dobbiamo chiamarla, è relegata a ruoli secondari.

E se una storia non è convincente sotto questo aspetto… può davvero essere una buona storia?

Se prendiamo per vere le dichiarazioni di Moore, e per farlo dovremmo riuscire a dimenticarci del fatto che non tutti i film Marvel si caratterizzati da buone storie… Se prendiamo per buone le dichiarazioni di Moore, dicevo, dovremmo concludere che in circa dieci anni di lungometraggi, i Marvel Studios non sono mai stati capaci di scrivere una buona storia inclusiva. In fondo, fino all’anno scorso la quota di genere era in mano alla Vedova Nera di Scarlett Johansson, che ovviamente non è un eroe di punta e alla spalla di Tony Stark, War Machine. Al massimo potremmo aggiungere la Gamora dei Guardiani della Galassia. Possiamo aggiungere, ma solo dal 2016, Scarlett Witch e Pantera Nera. Quest’ultimo, tra l’altro, sarà il primo supereroe di colore ad avere una pellicola tutta sua. Nel 2018. Mentre dovremo aspettare il 2019 per Captain Marvel, la prima avventura incentrata su una donna. E sì che Wonder Woman sta facendo furore ai botteghini di tutto il mondo…

Ma se anche sorvolassimo su queste dichiarazioni, andrei comunque a impantanarmi su alcuni commenti in merito che ho trovato davvero bizzarri, uno su tutti quello che affermava che richieste di questo genere, ovvero di una inclusività maggiore in tali pellicole, siano il frutto della moda femminista post elezione di Trump. Anche qui abbiamo una visione indubbiamente interessante, perché lascia intendere che il rappresentare seriamente eroine donne, o eroi di altre etnie o di altre preferenze sessuali sia inutile. Ci si dimentica quindi che il mondo non è tutto bianco, etero, sano e maschio. Nemmeno quello scintillante di Hollywood.
Eppure i fumetti sono sempre stati inclusivi, e ora più che mai.
Senza contare il già citato Pantera Nera, che comunque è in circolazione dal 1966 e che assieme alla Tempesta degli X-Men (altra figura, donna e di colore, che al cinema ha avuto un’importanza infinitamente minore rispetto ai fumetti) forma una delle coppie più potenti dell’universo supereroistico, possiamo soffermarci su Kamala Khan, la prima supereroina musulmana, che ha debuttato nel 2013 riscuotendo consensi e riconoscimenti importanti. Nel 2015, poi, l’uomo ghiaccio degli X-men ha dichiarato la sua omosessualità. E Miles Morales! L’uomo ragno afro-americano che ha esordito nel 2011 e che, chissà perché, non è stato preso, probabilmente, in considerazione per il secondo reboot della saga, il cui ruolo principale è finito al bianchissimo, e simpatico, Tom Holland. Senza poi contare le ultime, e varie, rivisitazioni di eroi classici.

Tutto questo per dire che magari la presenza o meno di quote di genere diverse non pregiudica la buona riuscita di una storia, ma sicuramente ci stiamo raccontando una storia falsa.
Il nostro mondo è pieno di diversità, e raccontare questo non è questione di storie belle o meno belle, è questione di raccontare la verità, di narrare la realtà. E la realtà non si limita all’uomo etero e bianco, ma a essere sinceri non si limita nemmeno alle donne, agli altri orientamenti sessuali o alle diverse nazionalità. La realtà e raccontare tutte le diversità umane, comprese le difficoltà, le malattie e le patologie. E la realtà è parlare di tutto questo senza cadere nel trabocchetto del buonismo o dell’educazione sociale a ogni costo.

Sembra esserci riuscita (e sì, finalmente arriviamo a parlare del libro di oggi) Marine Carteron col suo Mio fratello è un custode, primo volume della trilogia dedicata alla Lega degli Autodafé.
Travestito da romanzo thriller, con la storia di una vita ordinaria che di colpo si trasforma in straordinaria, questo romanzo racconta ben più di un’avventura à la  Mistero dei Templari, come si potrebbe pensare a una prima lettura della trama.

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La vicenda inizia con la morte del padre di August Mars, detto Gus, un quattordicenne di Parigi che da questo momento in poi, da buon ragazzo ‘speciale’ che si rispetti, vedrà la sua vita stravolgersi nella maniera più assoluta. Per riprendersi dal brutto colpo, infatti, lui, la madre e la sorella autistica Césarine si trasferiscono in campagna dai nonni. Qui, oltre a dover fare i conti con una realtà che non ha nulla a che vedere con quella cittadina, Gus avrà a che fare anche con un segreto di famiglia: i suoi parenti più stretti sono componenti della Confraternita, una sorta di società segreta il cui scopo millenario è quello di proteggere, e divulgare, il sapere, e quindi la forma più antica in cui questo si trova depositato: i libri. Il guaio è che la Confraternita ha un nemico giurato: la Lega degli Autodafé. Sono loro i veri responsabili della morte del padre, e non sembrano intenzionati a volersi fermare qui.

L’autodafé, o auto de fe, significa atto di fede e sta a indicare la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore, e non è un caso che sia stato scelto un nome di questo tipo per una corporazione che vuole cancellare il sapere e i libri. Del resto, è tipico di un estremismo non voler ‘vedere’ le cose ‘scomode’, che non si vogliono vedere. E indubbiamente un credo che si barrica dietro muri di imperativi non accetterà mai altre visioni. E tanto per ricollegarmi a quanto detto prima, qualcuno di convinto che avere solo storie che hanno eroi bianchi e maschi non sia niente di strano, beh, probabilmente etichetterà come “moda femminista post-Trump” una richiesta che non riesce, o non vuole, comprendere.

E non è un che sono rimbambito se mescolo cinecomics e libri con un prolisso discorso sulla diversità e l’inclusività.
Mio fratello è un custode, infatti, è un libro sulla diversità. Non solo, è un libro sulla diversità fatto bene.

Il romanzo viene narrato da due voci: quella di Gus e quella di Césarine, e in nessuna delle due parti la ragazza viene mai trattata diversamente perché, appunto, ragazza o perché autistica. Questo, attenzione, non significa che il disturbo non venga mai nominato, anzi, il suo essere autistica è sempre presente, così come vengono raccontate alcune problematiche e alcuni piccoli atti di bullismo di cui è vittima. Però tutto viene trattato con normalità, sia dalla narratrice che dagli altri personaggi che le sono vicini.
Césarine non è un personaggio problematico, o particolarmente bisognoso, o difficile, o da difendere, o da prendere come modello per insegnare ai lettori che non bisogna prendere in giro chi è diverso. No. Lei è, semplicemente, un altro personaggio. Lei è noramle. Lei è parte della storia tanto quanto Gus. Lei è. E è in funzione di sé, non della sua malattia.
In un certo senso, tra l’altro, quello bizzarro dei due è proprio Gus, che arriva in una scuola di campagna con i modi e le mode parigine, dimostrandosi tremendamente fuori luogo. Ed è sempre Gus che non ne capisce niente di computer e tecnologia. è lui che passa il tempo a leggere e ancora lui che, durante la storia, viene etichettato come pazzo e mandato in un centro di recupero.

Il risultato, poi, è fenomenale. Il romanzo è divertentissimo, ironico e tagliente, sia nei capitoli di lui che in quelli di lei. Entrambi, ma in maniera diversa, riescono a inquadrare il mondo in maniera intelligente e sincera, senza però dimenticarsi mai, e sottolineo mai, di essere ragazzini, con i desideri, le paure e le ‘sparate’ tipiche di quell’età. E sono tutti e due a mandare avanti la storia e a rivelare verità e piani nascosti. Tutti e due.

La Carteron non si dimentica nemmeno che questo deve essere un libro di avventura per ragazzi, e infatti c’è ampio spazio per momenti adrenalinici e di pura azione, con tanto di combattimenti, esplosioni e guida spericolata.

Ecco, se dovessi trovare un punto debole a questo primo volume, quello sarebbe il finale che reputo forse troppo ‘esplosivo’ (nel vero senso della parola) per i miei gusti. Mi rendo conto che un ragazzino di dodici anni potrebbe amarlo alla follia, perché potrebbe sentirsi protagonista di un film tipo Mission: Impossible, ma a me è sembrato un po’… oltre. C’è anche da dire che mancano due volumi e queste scene potrebbero trovarsi inserite in contesti più dettagliati e plausibili.

Per concludere, Mio fratello è un custode è un romanzo molto bello. Il thriller viene usato come pretesto per conoscere bene due protagonisti indimenticabili e inimitabili, e che sicuramente ci faranno entrare in maniera più approfondita nella Confraternita e nei suoi segreti.
Ma Mio fratello è un custode ci dimostra anche che le storie inclusive possono esserci, e possono pure d’azione, di supereroi, basta solo aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà è questa. Perché il succo è che la disparità, sia essa di genere o di qualsiasi altro tipo, non può essere vinta con campagne contro il bullismo. L’unico modo per batterla è rendere normale quello che noi vediamo come diverso.

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3 pensieri su “Di Confraternite e cecità

  1. Un grand merci pour cette longue chronique.
    Oui, Césarine est un personnage à part entière dans cette histoire et, oui, je trouve comme vous que son frère est bien plus “fou” qu’elle.

    Juste une question : pourquoi dites-vous que c’est “un roman pour garçon” ?
    Il y a autant de personnages masculins que féminins, et l’histoire des livres concerne tout le monde, non ?

    Bises

    Marine Carteron

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    1. Andrea Storti

      Césarine, je dis roman pour garçons car en Italie on dit comme ça pour dire Livres pour la jeunesse. 🙂 Mais c’est pour touts, car ‘ragazzi’, aussi si au masculin, en Italie veut dire aussi pour les filles.

      J’aibien aimé ce roman. Vraiment!

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  2. Pingback: Del non aver paura di raccontare – A Long Tail

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